Emergenza profughi allarme in Germania per gli attacchi neonazisti

Emergenza profughi allarme in Germania per gli attacchi neonazisti

BERLINO. La fuga dei rifugiati dell’estate 2015 è ormai su scala epocale, mai raggiunta dai tempi della Seconda guerra mondiale, e sta mettendo in discussione la leggendaria capacità di accoglienza della Germania. A fronte di una mobilitazione generale, con centinaia di volontari che offrono contributi o lavoro, giornali che incitano a fare la propria parte e associazioni che coordinano, rispunta l’intolleranza. Sabato scorso a Heidenau, in Sassonia, alcune centinaia di neonazisti — ubriachi, dice la polizia — mobilitati dalla nostalgica Npd avevano cercato di impedire l’arrivo dei profughi nell’ostello locale, scontrandosi con gli agenti. Oggi a Heidenau arriva Angela Merkel, che la stampa aveva criticato per il suo lungo silenzio sul tema, raffigurandola come uno struzzo con la testa sotto la sabbia. Ma i segni di una recrudescenza dell’estrema destra violenta si moltiplicano e creano allarme. Ieri a Nauen, poco lontano da Berlino, è stata data alle fiamme un’ex palestra che doveva essere trasformata in struttura di accoglienza. Il timore che i gruppi neonazisti possano sfruttare il disagio per l’emergenza rifugiati e rialzare la testa è tale che ieri la polizia della capitale ha fatto sgomberare la Willy-Brandt-Haus, sede della Spd. Gli investigatori hanno preferito prendere sul serio una telefonata che annunciava un attentato. I socialdemocratici potrebbero essere nel mirino degli estremisti perché Sigmar Gabriel, vice cancelliere e leader del partito, ha usato parole molto dure per condannare l’agguato di Heidenau: «Non dobbiamo lasciare a questo branco nemmeno un millimetro di spazio. Per questa gente l’unica risposta possibile è la prigione».
Ma è l’Europa tutta che reagisce all’emergenza profughi in ordine sparso. Altro che rispondere con una voce sola, come chiedono Angela Merkel e François Hollande. Da una parte, la cancelliera ha annunciato che la Germania sospende la Convenzione di Dublino, quanto meno per i fuggiaschi in arrivo dalla Siria: in altre parole, Berlino non rimanderà indietro i profughi nel primo Paese Ue dove sono entrati, come avrebbero imposto le regole internazionali. È un passo molto concreto, e va nella direzione richiesta anche da Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco, che sulla
Sueddeutsche Zeitung di ieri invitava a «non lasciar sole Roma e Atene». Nel frattempo però è l’Est europeo a segnalare le situazioni più esplosive. In queste ore il punto più rovente sembra essere il confine fra Serbia e Ungheria: almeno due-tremila persone al giorno stanno attraversando la frontiera che divide la repubblica ex Jugoslava dalla Ue, anche tagliando la barriera di filo spinato che il governo di Viktor Orban ha fatto sistemare, in attesa di finire la costruzione di un muro alto quattro metri. Nei prossimi giorni l’ondata di persone in arrivo da Grecia e Macedonia potrebbe superare le diecimila persone, avverte l’Alto commissariato Onu per i rifugiati.
In Serbia, dice il governo di Belgrado, sono passati almeno centomila profughi, diretti verso il nord Europa.
Insomma, se davanti all’emergenza l’Europa mediterranea arranca, quella dell’Est reagisce scompostamente ed è persino tentata di adoperare la forza. Ma davanti alla disperazione servirà a ben poco anche l’inasprimento delle pene per chi entra, una misura annunciata da Budapest che però difficilmente potrà essere messa in pratica. Nemmeno i gas lacrimogeni e le granate stordenti adoperati dal governo macedone possono arrestare la fuga di chi a casa propria vede arrivare bombe a frammentazione, se non persino i gas nervini.


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