IL RACKET DEL SUDORE

Una volta si chiamavano campieri, oggi caporali Ma sono sempre loro: mafiosi

ATTILIO BOLZONI, la Repubblica redazione • 20/8/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Salute & Sicurezza sul lavoro • 692 Viste

DOVE c’è terra per fare soldi in fretta c’è sempre mafia, dove ci sono schiene che si spezzano in due c’è sempre profitto per loro.
UNA VOLTA in Sicilia e nel Sud si chiamavano campieri o gabelloti o sovrastanti, oggi si chiamano caporali. Ma hanno sempre le stesse facce e lo stesso odore, sono sempre loro: mafiosi. In queste nostre campagne c’è sempre chi succhia il sangue altrui e c’è sempre chi muore. Italiani o stranieri, bianchi o di colore, migranti dall’Asia o dall’Africa o dall’Est europeo, senegalesi, albanesi, romeni, ghanesi, campani, pugliesi. Come Paola, uccisa di fatica poco più di un mese fa ad Andria. Come Arcangelo, di San Giorgio Ionico, per un infarto è ancora, dopo una settimana, tra la vita e la morte. Tutti e due schiacciati mentre lavoravano alla “rimozione dei chicchi d’uva malconci”. Raccoglitori di arance nella piana di Gioia Tauro (ricordate la caccia al nero fra Rosarno e Polistena nel gennaio del 2010?), raccoglitori di pomodori negli orti del Casertano, gli schiavi nelle arroventate serre del ragusano, quegli altri massacrati sulle colline piemontesi del barolo. Sono almeno quattrocentomila — dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil — i lavoratori che finiscono ogni anno sotto il tacco dei caporali. E sono almeno ottanta nel nostro Paese i distretti agricoli dove i boss e gli amici dei boss hanno nelle loro mani il destino di uomini e donne che sopravvivono nei campi. Fa bene il ministro Maurizio Martina a dire che il caporalato va combattuto come la mafia: perché il caporalato è mafia.
È la forma di mafia più antica ma che resiste e trova un suo spazio nella contemporaneità. Cos’è il caporalato se non un mezzo efficace per ricattare, per soggiogare, per spremere? È vero e proprio racket.
Si arricchiscono sulla “intermediazione”, cioè sul pizzo. Va a loro, ai caporali, nel migliore dei casi il 50 per cento della quota del reddito sottratto ai lavoratori. I più fortunati percepiscono tra i 20 e i 25 euro al giorno, una media di 10 e a volte anche di 12 ore tra piante e animali e stalle. E poi il pizzo sul pizzo. I lavoratori tra i campi devono comprare tutti i “servizi” che la mafia offre: 5 euro per il trasporto all’alba sui furgoni, 3 o 4 euro per un panino, 1,5 o 2 euro per una bottiglia d’acqua. Tutto denaro che entra sempre e solo in un salvadanaio. Si prendono tutto i caporali. Sino alla fine. Sino all’ultima goccia di sangue.
Chi scivola nei loro artigli difficilmente si può liberare. È un girone chiuso. Chi è dentro subisce e spesso non ha scelta, o sta alle loro condizioni o muore di fame. Chi si ribella diventa obiettivo di terribili punizioni, a volte anche mortali. E in questi casi nessuno sa niente, nessuno denuncia nulla. Spariscono e basta.
L’ultima spaventosa notizia sullo sfruttamento nelle campagne italiane arriva da molto vicino, a due passi da Roma, dall’Agro Pontino. Lì un esercito invisibile di braccianti, centinaia e centinaia di indiani sikh, per resistere alle disumane condizioni di lavoro si droga in massa, ingoiano capsule d’oppio per non sentire la fatica e il dolore. Chiamano “padrone” chi li raccatta per strada ogni mattina per riempire cassette di zucchine e kiwi, poi vengono riforniti di droga dai loro stessi connazionali, fiancheggiatori e vittime, tutti insieme ingoiati dalla terra che avevano cercato per un’altra vita. Ci ha visto giusto il ministro delle Politiche agricole. Bisogna chiamare con quel nome tanto infame — mafiosi — i vampiri dei nostri campi.

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