Il rogo che fa paura a Pechino tra gas tossici e censura di Stato

Il rogo che fa paura a Pechino tra gas tossici e censura di Stato

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IL CIELO SOPRA TIANJIN sembra scomparso. Nuvole dense di fumo nero inghiottono la metropoli. Le fiamme continuano a devastare il quartiere di Tanggu, affacciato sul porto di Binhai, e l’immensa zona industriale. L’aria è irrespirabile: sparge lapilli roventi e cenere, l’odore chimico e dolciastro che segue un bombardamento. Bastano pochi minuti e gli occhi si riempiono di lacrime, la gola brucia. La temperatura da fornace costringe chi scappa a versarsi bottiglie d’acqua sul capo, a bagnare le stoffe con cui ci si protegge il viso.
In un’area di tre chilometri le macerie occupano le strade e coprono i palazzi, affumicati e senza più vetri alle finestre. Migliaia di persone stipano auto e furgoni del necessario, infilano vecchi e bambini tra pentole e vestiti e cercano di lasciarsi alle spalle l’epicentro dell’inferno. Molti chiedono ai soccorritori cosa sia successo, un terremoto, o un’esplosione atomica. Da ore qui manca la corrente elettrica, come le pur reticenti informazioni ufficiali. Calcinacci, pneumatici e lamiere strappate sono piovute su tutta la città, coperta da uno spesso strato di polvere. Le immagini di un’apocalisse notturna alle porte di Pechino e l’incubo di una taciuta e inarginabile nube tossica fanno scoprire alla Cina l’altra faccia della sua ossessione produttiva e militare.
Sono le 23.30 dell’altra notte quando all’improvviso due esplosioni impressionanti sconvolgono il porto più importante delle regioni settentrionali del Paese, a poco più di cento chilometri dalla capitale. La prima rivela una potenza distruttiva pari a tre tonnellate di Tnt. La seconda, trenta secondi dopo, supera le 21 tonnellate di esplosivo ad alto potenziale. Gli abitanti sono stipati nei grattacieli, la maggioranza dorme. «La terra ha tremato per oltre un minuto – dice Guang Xiang, macchinista sulle navi – ho temuto che il terremoto facesse crollare il palazzo. Sono corso alla finestra e ho visto una palla di fuoco alta almeno trecento metri, come un sole sparato contro il buio. Ero convinto che fosse esploso un reattore nucleare, che fosse la fine». È l’inizio della notte più tragica per l’ex città coloniale, destinazione elegante delle concessioni straniere. Decine di esplosioni si susseguono per oltre sei ore, mentre il fumo avvolge 15 milioni di persone e le fiamme inceneriscono uno dei distretti industriali e logistici più ricchi dell’Asia. Sorpresi nel sonno, intrappolati in edifici senza luce, centinaia di migliaia di individui cercano una via di fuga in pigiama, o avvolti con le lenzuola.
Ancora misteriose, o taciute dalla censura del partito-Stato, le cause del disastro. Fonti ufficiali affermano che «una combustione di materiale chimico pericoloso » abbia innescato un’esplosione all’interno di un magazzino affacciato sul porto, davanti ad una nave-cargo all’ancora dal pomeriggio. Il titolare della società di logistica “Port Rui Hai International Logistics” risulta arrestato al termine di un lungo interrogatorio. Non chiara la causa dell’innesco, anche se poco prima alcuni container avrebbero preso fuoco. Nel porto e nell’adiacente area industriale hanno sede migliaia di capannoni, imbottiti di sostanze chimiche pronte per le spedizioni, o per l’uso produttivo. Le esplosioni così si propagano da un magazzino all’altro, da una fabbrica a quella a fianco, da un grattacielo a quello successivo. Nessuno riesce a fermare gli incendi, alimentati da depositi di combustibile e di sostanze infiammabili.
Il bilancio provvisorio è tragico: almeno 50 morti e oltre 700 feriti, 71 tra i quali in pericolo di vita. Tra le vittime, 12 vigili del fuoco, mentre 18 mancano all’appello. La nazione si commuove vedendo mille pompieri lottare invano contro le fiamme, con la lacrime agli occhi per i compagni perduti. I senzatetto superano quota 6 mila, diecimila gli evacuati dagli edifici lesionati. Su tutti aleggia però lo spettro di una catastrofe ancora peggiore: una nube tossica capace di depositare tonnellate di residui chimici sull’intera regione dell’Hebei e su Pechino, aria e acqua potabile contaminati, decine di migliaia di abitanti ancora prigionieri nelle case, irraggiungibili dai soccorritori.
Tianjin appare così come una surreale metropoli distrutta e divisa in due. Le zone coinvolte direttamente negli scoppi, un’area di oltre sette chilometri quadrati, continuano a bruciare e sono isolate dall’esercito. Le altre appaiono semi- deserte, abbandonate da una massa terrorizzata che non crede alle versioni rassicuranti delle autorità. Treni e autostrade sono presi d’assalto e paralizzati dai fuggitivi. Il presidente Xi Jinping e il premier Li Keqiang dicono che «la situazione è sotto iniziale controllo ». Intimano a funzionari e generali di non risparmiare energie per salvare vite e scongiurare altri morti. Promettono «indagini trasparenti» e «nessuna informazione nascosta». Sanno però che nessun cinese, con fondate ragioni, si fida del potere. Mentre la propaganda minimizza, i medici degli ospedali di Tianjin rivelano scenari terribili ed emergenza-sangue, i sopravvissuti raccontano di cadaveri carbonizzati per la strade, gli esperti avanzano dubbi e invitano a non uscire di casa, 214 specialisti anti-armi atomiche, chimiche e biologiche raggiungono l’epicentro delle esplosioni.
Cala così il sipario della censura: chiusa ai cronisti l’area degli scoppi, sbarrati ospedali e centri d’accoglienza, oscurati web e social network, secretate le indagini. Restano senza risposta le domande delle vittime: perché esplosivi e sostanze tossiche finiscono in depositi al centro di una delle aree più popolate del pianeta, perché le misure di sicurezza si confermano per l’ennesima volta inadeguate e fino a che punto lo Stato è in grado di controllare i traffici illegali di dinamite, armi ed elementi proibiti?
Che cosa, realmente, sta bruciando a Tianjin? Conoscere la verità è un diritto collettivo: non qui, nemmeno se il «nuovo Mao» promette trasparenza mentre brucia la metropoli-porto della sua capitale.


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