“In fuga dalla Siria con i nostri bambini Qui c’è un futuro”

 Ahmad, Nasira e i loro figli sono in cammino da due settimane: “Il filo spinato non può farci paura”

MATTEO PUCCIARELLI, la Repubblica redazione • 24/8/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 1033 Viste

GEVGELIJA. AHMAD ha compiuto cinque anni un mese fa e cammina nudo sui binari, neanche le mutande e coi piedi scalzi. La Grecia è ormai alle spalle da almeno un paio di chilometri, la Macedonia adesso sarà solo l’ennesima tappa di passaggio dopo la partenza dalla Siria di due settimane fa. La madre, Nasira, ha in braccio un bambino ancora più piccolo, avrà due anni. Il papà invece cammina più avanti con lo zio che ha una ferita al polpaccio e cammina sbilenco. La rotaia è la strada, bella dritta, basta solo tenere le orecchie aperte. «Fa caldo, camminiamo da ore e anzi da giorni, ho pochi vestiti e forse per Ahmad è meglio così, si faceva la pipì addosso», dice Nasira.
Tutto sembra possibile, cioè il terzo mondo in Europa, di fronte a questo esodo ricominciato dopo che sabato scorso duemila migranti, senza temere il filo spinato, le manganellate della polizia e le bombe stordenti, hanno sfondato il confine macedone. Solo ieri altre quattro o cinquemila persone sono arrivate quaggiù per poi, in gran parte, ripartire subito. O almeno, chi poteva e chi ce l’ha fatta a non fermarsi. Il papà di Ahmad – in patria faceva l’insegnante di matematica – racconta che per i bambini del gruppo l’odissea fatta di mari solcati e paludi guadate come quella di Evros è quasi un’avventura degna di Indiana Jones. «Per i grandi invece è la fine di ogni speranza nell’umanità », chiude il discorso.
La desolazione di Gevgelija non aiuta a sorridere, in effetti. È il paesone dei casinò e dei dentisti, i greci vengono qui a curarsi perché si paga di meno. Le case hanno ancora i mattoni in vista e gli autoctoni si ingegnano per vendere acqua, sigarette, banane e patatine ai migranti in cammino: di pietà se ne vede poca, di interesse molto e la parola “solidarietà” diventa improvvisamente fuori luogo. Atanas, uno dei sei (di numero) volontari macedoni che prestano assistenza nella Croce Rossa locale spiega che «siamo un popolo strano: la Grecia dice che la Macedonia non esiste ed è una denominazione che abbiamo rubato a loro; la Bulgaria dice che la nostra lingua non esiste e in realtà è un dialetto bulgaro; la Serbia dice che la nostra Chiesa non è indipendente ed è un’emanazione di quella serba. Non siamo, e quindi non sappiamo dare ». I militari e la polizia hanno fatto il volto duro sabato, adesso sembrano più rilassati. «Eseguo degli ordini – si giustifica uno di loro, Viktor, trenta anni – e se devo respingerli li respingo. Oggi ho l’ordine di sorvegliarli e li sorveglio. Se provo dei sentimenti li tengo per me».
Gli agenti adesso stanno organizzando un mini campo di accoglienza, una struttura da una notte e non di più, per tutti quelli che ancora arriveranno nei prossimi giorni. C’è una ruspa al lavoro, i rotoloni di filo spinato, il tendone blu. Non ci sono docce ma solo bagni chimici già in condizioni disastrose. Per terra è pieno di bottiglie di plastica, ma non sono buttate, sono lì in attesa di essere riempite: in un viaggio del genere la bottiglia di plastica è un bene primario.
Medici e infermieri dell’Unhcr fuori dalla stazione di Gevgelija si danno da fare come possono ma, ragionano, è anche avvilente fare da tappabuchi di fronte a un fenomeno di proporzioni storiche e che «i vari governi affrontano ognuno per sé, secondo logiche di emergenza momentanea – continua Daniel, danese – cercando di scaricare l’un sull’altro la patata bollente».
Un treno che sembra un reperto bellico viene stipato di migranti dagli agenti, destinazione Serbia, al centro di Presevo. Poi i serbi a loro volta li spediranno in Ungheria, in modi più o meno leciti. E da lì, ancora, la destinazione finale: Austria, Germania, Svezia. «Ho un fratello a Düsseldorf, fa l’operaio, ci aiuterà lui. Ci ha anche spedito 1.500 euro per pagare parte del viaggio», continua Nasira. La storia della sua famiglia è quella di tutte le altre migliaia in cammino: la guerra civile, la paura, la perdita di tutto ciò che avevano alle spalle. «Siamo dei rifugiati, non dei turisti, non persone che vogliono mangiare alle vostre spalle – quasi si infervora – eppure non riusciamo a farci capire. Siamo brutti e sporchi, ma lo sareste anche voi dopo 15 giorni così e dopo gli ultimi due anni come li abbiamo vissuti noi».
Arrivati alla stazione Ahmad viene rivestito, ha i piedi neri ma neanche un graffio, sarà la scorza dura. Sono le cinque del pomeriggio e la sua famiglia ha tre strade davanti: aspettare il prossimo treno per sardine messo a disposizione del governo; prendere un quasi comodo pullman che li porti in Serbia per 20 euro a testa; oppure il taxi, ce ne sono decine in fila ad aspettarli (a 100 euro a passeggero). Lo zio dolorante ha i soldi infilati dentro un calzino, dà una rapida occhiata e si capisce subito il responso: ma dopotutto anche Indiana Jones prendeva il treno no?
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A Gevgelija l’assalto ai treni diretti in Serbia I volontari preparano un centro di accoglienza “Ho un fratello a Düsseldorf, fa l’operaio, ci aiuterà lui. Ci ha anche spedito 1.500 euro”
IN ATTESA
Migliaia di profughi attendono di essere portati in un centro di accoglienza serbo creato sabato a Miratovac, al confine con la Macedonia. Lì, già in 5mila sono a loro volta in attesa di trasferimento in un altro centro

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