Israele alimenterà con la forza i pale­sti­nesi in sciopero della fame

Palestina. Il parlamento approva la legge che vuole impedire le proteste nelle carceri. Onu: «Si tratta di tortura». Si sollevano i medici israeliani. L’obiettivo è indebolire il movimento dei detenuti politici

Chiara Cruciati, il manifesto redazione • 1/8/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 633 Viste

Un tubo in gola o nel naso fino allo sto­maco: que­sto potrebbe essere il destino dei due pri­gio­nieri attual­mente in scio­pero della fame in un car­cere israe­liano. Abbas al-Sayyid, da 16 anni in car­cere con 36 erga­stoli sulle spalle, rifiuta il cibo da 12 giorni per otte­nere migliori con­di­zioni di vita in pri­gione; Moham­mad Sulei­man, gior­dano, da 13 giorni: chiede di poter scon­tare la pena nel suo paese.

Dopo anni di ten­ta­tivi, il par­la­mento israe­liano ha appro­vato gio­vedì la con­tro­versa legge sull’alimentazione for­zata dei dete­nuti in scio­pero della fame, sto­rico stru­mento di pro­te­sta dei pri­gio­nieri poli­tici pale­sti­nesi, con cui dal 1967 hanno otte­nuto con­ces­sioni impor­tanti dal sistema car­ce­ra­rio dell’occupante.

Con 46 voti a favore con­tro 40, la Knes­set ha aperto la strada ad una pra­tica con­si­de­rata dalle Nazioni Unite «forma di tor­tura e trat­ta­mento degra­dante». Imme­dia­ta­mente si sono sol­le­vate le voci di pro­te­sta della comu­nità inter­na­zio­nale. Ma Tel Aviv non intende cedere e non è un caso che la legge sia stata appro­vata pro­prio dopo l’accordo strap­pato da Kha­der Adnan, noto pri­gio­niero che per due volte non ha toc­cato cibo per mesi costrin­gendo le auto­rità israe­liane a rico­no­scere i suoi diritti. Israele non vuole lasciare più spa­zio alla pro­te­sta con­tro le quo­ti­diane vio­la­zioni nei con­fronti dei 6mila pri­gio­nieri poli­tici pale­sti­nesi ad oggi in car­cere. Lo ha detto il mini­stro per la Pub­blica Sicu­rezza, Gilad Erdan: la legge serve per­ché «gli scio­peri della fame dei ter­ro­ri­sti sono diven­tati un modo per minac­ciare Israele».

«L’obiettivo israe­liano è chiaro: distrug­gere il movi­mento dei pri­gio­nieri. Da decenni Tel Aviv prende misure volte a inde­bo­lire una delle colonne della resi­stenza pale­sti­nese, ma que­sto è il passo più dra­stico mai com­piuto – spiega al mani­fe­sto Randa Wahbe, ricer­ca­trice di Adda­meer, asso­cia­zione pale­sti­nese che tutela i diritti dei dete­nuti poli­tici – Negli anni ’70 e ‘80 lo scio­pero della fame di massa ha per­messo il rico­no­sci­mento di diritti basi­lari, come avere un letto o una penna per scri­vere. All’epoca Israele inter­venì con l’alimentazione for­zata: 4 pale­sti­nesi mori­rono e la Corte Suprema emise una sen­tenza che vie­tava la pra­tica. Nes­sun pri­gio­niero è morto per scio­pero della fame, ma per ali­men­ta­zione for­zata sì».

Peri­co­losa per le pos­si­bili con­se­guenze, ma soprat­tutto con­tra­ria all’etica medica. Su que­sto si fonda la pro­te­sta dell’Associazione Medica Israe­liana (che pre­sen­terà appello alla Corte Suprema) e delle orga­niz­za­zioni locali per i diritti umani: «Il governo israe­liano parla a spro­po­sito di tutela della vita umana. Ma la que­stione è un’altra: la dignità del paziente – ha detto Yoel Don­chin di Phy­si­cians for Human Rights – La legge intro­duce una forma di tor­tura, il governo non è auto­riz­zato a deci­dere come un paziente deve essere trat­tato. Io non ho pri­gio­nieri, ho pazienti e non vio­len­terò la loro dignità né il loro corpo».

Su que­sto gioca il governo israe­liano: non si tratta di ali­men­ta­zione for­zata, ma di un mero trat­ta­mento volto a sal­vare una vita. La realtà è ben diversa: come spiega Adda­meer, Israele pare inte­res­sato alla vita dei pri­gio­nieri solo quando sfi­dano con la fame il sistema, e non quando – dall’arresto all’interrogatorio fino alla deten­zione – quella stessa vita è messa in peri­colo da pestaggi e tor­ture fisi­che e psicologiche.

Se ne è resa conto anche l’Onu: «Per­ché la que­stione è finita oggi nell’agenda israe­liana? Per­ché ci sono pri­gio­nieri che pro­te­stano con­tro la vio­la­zione dei pro­pri diritti – ha detto James Tur­pin, respon­sa­bile dell’Ufficio Diritti Umani Onu a Ramal­lah – La que­stione dovrebbe essere trat­tata, sì, ma diver­sa­mente: non for­zando i pri­gio­nieri a man­giare, ma rico­no­scendo loro diritti fondamentali».

Ven­ti­sei scio­peri di massa nei 48 anni di occu­pa­zione israe­liana dei Ter­ri­tori hanno fatto del movi­mento dei pri­gio­nieri una spina nel fianco di Israele: nelle car­ceri i pri­gio­nieri stu­diano, si for­mano una coscienza poli­tica, ispi­rano la società fuori.

«La legge è peri­co­losa per­ché lega­lizza le vio­la­zioni dei diritti – ci dice Randa Wahbe – Anche se non riu­sci­ranno a pie­gare un movi­mento che da decenni difende la causa pale­sti­nese, la minac­cia di una tor­tura spa­ven­terà chi intende per­se­guire uno scio­pero della fame. I pri­gio­nieri paghe­ranno un prezzo alto per la loro lotta. È una forma di pres­sione che andrà a col­pire anche i medici con­trari a tale pra­tica: saranno allon­ta­nati o rimossi con l’accusa di vio­lare i valori etici medici».

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