Kos, l’ultima frontiera del grande esodo

Kos. Estin­tori «spa­rati» sui migranti, per lo più siriani e afgani. Man­ga­nelli sguai­nati senza tanti com­pli­menti

Rovertos Demopoulos, il manifesto redazione • 12/8/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Europa • 734 Viste

Kos. Estin­tori «spa­rati» sui migranti, per lo più siriani e afgani. Man­ga­nelli sguai­nati senza tanti com­pli­menti. Scene di puro panico intorno allo sta­dio, tra­sfor­mato in cen­tro d’identificazione.

A Kos (isola di 30 mila abi­tanti con­cen­trati nella capi­tale) ieri è esplosa la vio­lenza covata da set­ti­mane. La mic­cia era stata inne­scata da un epi­so­dio acca­duto il giorno prima davanti al com­mis­sa­riato di poli­zia: un paki­stano minac­ciato e schiaf­feg­giato da un agente, subito sospeso. Ma la pres­sione ora è tale da far dire al sin­daco di Coo, Gior­gos Kyri­tsis, che «se non ver­ranno presi subito rimedi effi­caci, la situa­zione sfug­girà di mano e scor­rerà il san­gue». A mag­gior ragione, sull’onda delle cari­che allo sta­dio si è mate­ria­liz­zato il «rischio di una strage» (sem­pre parole del sin­daco) nel porto dove ormai sono ammas­sate non meno di 7 mila fra donne, uomini e bam­bini sbar­cati nell’isola. Inu­tili gli appelli lan­ciati verso Atene, per altro senza risorse, che ha invo­cato l’intervento dell’Ue.
Sta di fatto che l’Unhcr, agen­zia delle Nazioni Unite, defi­ni­sce dram­ma­tica la situa­zione: scorte di acqua e medi­ci­nali insuf­fi­cienti; acco­glienza ormai ai minimi ter­mini; richie­denti asilo bal­zati al più 750% rispetto ad un anno fa. Con­ferma To Vima online: con un ritmo di 6–800 arrivi al giorno, le auto­rità locali non sono più in grado di reg­gere l’emergenza. Di qui la richie­sta di schie­rare le forze spe­ciali, prov­ve­dendo anche al tra­sfe­ri­mento della mag­gio­ranza dei migranti pre­senti. Ma ci sono due pro­blemi ora insor­mon­ta­bili: da una parte l’identificazione, visto ciò che è acca­duto ieri intorno allo sta­dio e dall’altra il pat­tu­glia­mento delle coste, a 23 chi­lo­me­tri dalla Tur­chia, dove i migranti arri­vano a bordo di pic­coli gommoni.

E la ten­sione cre­sce di giorno in giorno, al punto che si ripe­tono anche le risse fra gli stessi migranti. Soprav­vi­vono in tenda nei giar­dini pub­blici, nelle piaz­zette e ovun­que tro­vino riparo alter­na­tivo alla spiag­gia dove met­tono piede. Ieri era stato pre­di­spo­sto il tra­sfe­ri­mento allo sta­dio per pro­ce­dere con l’identificazione, ma circa 1.500 migranti accal­cati sono diven­tati inge­sti­bili. Di qui gli scon­tri, le man­ga­nel­late e gli estin­tori usati come «armi» nei con­fronti della folla. Insomma, Kos è dav­vero una bomba ad oro­lo­ge­ria già pronta a defla­gare con effetti impre­ve­di­bili. Il Dode­can­neso, del resto, si è rapi­da­mente tra­sfor­mato nella rotta d’accesso all’Europa. Da sabato scorso, il flusso dei migranti ha assunto dimen­sioni più che straor­di­na­rie: la guar­dia costiera greca ha dovuto inter­ve­nire a soc­cor­rere quasi 1.500 pro­fu­ghi a largo delle isole di Aga­tho­nisi, Lesbos, Samos, Chios e Kos. E da lunedì quella che già era un’emergenza si è tra­sfor­mata in una cata­strofe uma­ni­ta­ria, che potrebbe dila­gare in un’ecatombe in assenza dell’indispensabile «governo» del fenomeno.

Kos, dun­que, com’è stata Lam­pe­dusa in Ita­lia e com’è diven­tata Calais con l’Eurotunnel tappa dell’esodo verso la Gran Bre­ta­gna. E di nuovo si ascol­tano rac­conti iden­tici: migranti che pagano il «biglietto» della mafia turca che orga­nizza l’attraversamento del brac­cio di mare fino al Dode­can­neso. Gente che scappa dalla guerra civile che dila­nia la Siria e altri che si sono «incam­mi­nati» dall’Afghanistan, sce­gliendo l’itinerario via mare alter­na­tivo ai Bal­cani.
Nelle gior­nate dram­ma­ti­che, si segnala anche la vacanza in barca di una fami­glia ita­liana che di notte inter­viene per soc­cor­rere i migranti. Car­lotta Dazzi, marito e due figli si pro­di­gano senza sosta. Lei è abi­tuata, da volon­ta­ria, ai migranti che affol­lano il mez­za­nino della sta­zione di Milano Centrale.

Nell’ultimo week end, invece, con il resto della fami­glia ha garan­tito l’approdo ad una cin­quan­tina di pro­fu­ghi. Erano sugli sco­gli, senza distin­guere la spiag­gia dal mare. Sono state le urla ter­ro­riz­zate dei bam­bini a sve­gliare Car­lotta e la fami­glia che dor­mi­vano nella baia di Ormos Vathi. Gra­zie al loro aiuto, i migranti hanno potuto rag­giun­gere Pse­ri­mos e rifo­cil­larsi prima di capire dov’erano sbar­cati, rispetto a Kos che era la loro mèta.

«Sem­pre sabato, oltre ai siriani che abbiamo soc­corso, abbiamo visto una tren­tina di altri pro­fu­ghi che imma­gino fos­sero a bordo di altri gom­moni» rac­conta Car­lotta, «C’era chi aveva per­corso a piedi sen­tieri nell’isola per mezza gior­nata, prima di riu­scire ad orien­tarsi. Le loro testi­mo­nianze par­lano di un “viag­gio” comin­ciato a Bodrum, in Tur­chia. E rac­con­tano di aver dovuto pagare alla mafia turca 1.300 dol­lari a per­sona. È la cifra che si spende per un’intera vacanza in Grecia…».

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