Nagasaki, superstiti contro Abe «No a un Giappone militarista»

Il premier giapponese Shinzo Abe sta portando avanti un progetto di revisione costituzionale che permetterebbe all’esercito di difesa di intervenire lontano dai confini nazionali Per molti è un primo passo verso un Giappone militarista

Paolo Salom, Corriere della Sera redazione • 10/8/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 502 Viste

Commozione ma anche polemiche. Tre giorni dopo la commemorazione della Bomba di Hiroshima, è il turno di Nagasaki, città colpita da un secondo ordigno nucleare, chiamato dagli americani «Fat Man» (ciccione), perché più grosso e potente di «Little Boy», la prima atomica trasportata dal bombardiere «Enola Gay».
Commozione per i settant’anni dalla tragedia nucleare che provocò 70 mila vittime negli istanti seguenti l’esplosione, altre decine di migliaia nei mesi seguenti per le conseguenze di traumi e radiazioni. E polemiche per le decisioni prese dal governo conservatore di Shinzo Abe, intervenuto ieri alla cerimonia nella città del Sud del Giappone. Tomihisa Taue, il sindaco di Nagasaki — città scelta come bersaglio del secondo lancio perché sull’obiettivo individuato originariamente, Kokura, vi erano nuvole basse che oscuravano la visibilità — ha quindi pronunciato un discorso dedicato alla pace e ha parlato di «un malessere diffuso» nei confronti dei piani del premier di modificare la Costituzione pacifista del Paese per permettere alle forze armate di agire, insieme agli alleati, a protezione degli interessi nazionali, non soltanto in azioni difensive come è stato prescritto finora. Più duri i rappresentanti degli hibakusha , i sopravvissuti all’esplosione nucleare, testimoni viventi dell’orrore nucleare.
Sumiteru Taniguchi, a capo dell’associazione locale dei sopravvissuti, ha descritto le terribili ferite subite durante l’attacco. Poi ha rivolto un appello al premier con la voce rotta dalla commozione: le norme sulla sicurezza volute dal governo, ha detto Taniguchi, «porteranno alla guerra» e rovesciano «abolizione del nucleare e desiderio di ogni sopravvissuto» per la pace: «Non lo possiamo accettare». Shinzo Abe ha provato a correggere il tiro, assicurando che il governo «sosterrà» gli hibakusha promettendo di guidare gli sforzi per il disarmo e la non proliferazione internazionale, verso un mondo che «sia privo di armi nucleari». Ma le parole del primo ministro non sono sembrate convincenti. Anche perché tre giorni prima, a Hiroshima, Abe aveva evitato di menzionare i tre tradizionali principi antinucleari del Paese: contro produzione, possesso o trasporto di armi atomiche sul territorio giapponese.
Nonostante i settant’anni trascorsi dal doppio colpo nucleare sul Giappone, il primo e finora l’unico utilizzo di armi atomiche in battaglia, l’argomento è capace di suscitare la reazione immediata dell’opinione pubblica.
Tra i presenti alla cerimonia nel Parco della Pace anche l’ambasciatore Usa, Caroline Kennedy, in previsione di una futura riconciliazione segnata da una possibile visita del presidente Obama. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha inviato un messaggio in cui ha auspicato che quella di «Nagasaki sia l’ultima atomica» perché «non ci possiamo permettere alcun futuro uso di armi nucleari». Concetto ribadito da papa Francesco all’Angelus di ieri: Hiroshima e Nagasaki, dove «settant’anni fa, il 6 e il 9 agosto del 1945, avvennero i tremendi bombardamenti atomici» rappresentano «un monito perenne all’umanità, affinché ripudi per sempre la guerra e bandisca le armi nucleari».
Paolo Salom

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