Neta­nyahu alza la voce con estremisti ma pochi gli credono

Lo scetticismo è forte verso la “linea dura” annunciata domenica dal primo ministro nei confronti degli ultranazionalisti israeliani. L’Anp di Abu Mazen annuncia ricorso a Onu e Corte penale internazionale

Michele Giorgio, il manifesto redazione • 4/8/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 698 Viste

Israele/Territori Occupati. Il governo amico dei coloni sarebbe preso di mira dai più estremisti che vorrebbero rovesciarlo, dicono i servizi di sicurezza. Ma lo scetticismo è forte verso la “linea dura” annunciata domenica dal primo ministro nei confronti degli ultranazionalisti israeliani. L’Anp di Abu Mazen annuncia ricorso a Onu e Corte penale internazionale

Nei giorni scorsi il governo Neta­nyahu è stato con­te­stato ai raduni di pro­te­sta con­tro i coloni ebrei che hanno ucciso il pic­colo Ali Dawab­sha a Kfar Douma. Ed è stato cri­ti­cato anche alla com­me­mo­ra­zione a Geru­sa­lemme di Shira Banky, la 16enne accol­tel­lata a morte la scorsa set­ti­mana da un reli­gioso ebreo durante la Gay Parade. Eppure l’esecutivo di destra israe­liano, aperto soste­ni­tore della colo­niz­za­zione dei Ter­ri­tori pale­sti­nesi occu­pati, figura ora tra le “vit­time” di quanto è avve­nuto negli ultimi cin­que giorni. Secondo i ser­vizi di sicu­rezza israe­liani (Shin Bet), gli atti­vi­sti del gruppo ebraico “Price Tag” (Prezzo da pagare), inten­de­reb­bero rove­sciare l’esecutivo, al fine di sta­bi­lire un nuovo regime basato solo sulla legge ebraica. Anche per que­sta ragione Neta­nyahu dome­nica ha deciso un atto di forza, annun­ciando che con­tro gli estre­mi­sti ebrei potrebbe essere usata la “deten­zione ammi­ni­stra­tiva”, una misura pre­ven­tiva impie­gata sino ad oggi con­tro i pale­sti­nesi e che pre­vede il car­cere senza processo.

I dubbi sulla serietà del prov­ve­di­mento non man­cano. «Voi cre­dete che Bibi (Neta­nyahu) demo­lirà le case delle fami­glie delle per­sone che hanno com­piuto l’attacco a Kfar Douma? Andranno a richie­dere i cam­pioni del Dna di tutti i maschi della colo­nia (da cui pro­ven­gono gli assas­sini) come fanno con i pale­sti­nesi?», ha com­men­tato con iro­nia il depu­tato arabo israe­liano Ahmed Tibi.   Peral­tro non si capi­sce come poche cen­ti­naia di fana­tici – per­chè que­sto sarebbe il numero delle “mele marce” – potreb­bero rove­sciare il governo e rea­liz­zare un colpo di stato. Infine, par­ti­co­lare non secon­da­rio, si sa da anni che una cor­rente degli ultra­na­zio­na­li­sti reli­giosi che popo­lano le colo­nie vagheg­gia l’instaurazione di un Regno di Israele, fon­dato solo sulla legge ebraica.

Si vedrà cosa acca­drà sul ter­reno. Al momento, rife­ri­sce l’associazione israe­liana per i diritti umani Yesh Din, è noto che appena l’1,9% delle denunce dei pale­sti­nesi con­tro gli attac­chi dei coloni si è tra­mu­tato in rin­vii a giu­di­zio e in con­danne. Senza dimen­ti­care che in que­sti giorni sul web si sono mol­ti­pli­cate le pro­te­ste degli israe­liani che con­te­stano la linea “dura” del governo verso la destra estrema e le cor­renti più oltran­zi­ste del movi­mento dei coloni. Il capo dello stato Reu­ven Rivlin si è rivolto alla poli­zia affin­chè inda­ghi sulle minacce di morte espresse nei suoi con­fronti su Face­book dopo che aveva par­lato di «ter­ro­ri­smo ebraico», com­men­tando l’uccisione di Ali Dawab­sha e l’attacco al Gay Pride. «Tra­di­tore puz­zo­lente — ha scritto qual­cuno — Farai una fine peg­giore di Ariel Sha­ron (rima­sto in coma per anni a causa di un ictus, ndr)». Un altro si è augu­rato che emerga pre­sto un nuovo Yigal Amir, il respon­sa­bile dell’assassinio venti anni fa del pre­mier labu­ri­sta Yitz­hak Rabin. E che nulla sia cam­biato da allora lo dice pro­prio la figlia di Rabin. «Vedere sul web l’immagine di Rivlin con una kefiah araba mi ha rivol­tato lo stomaco…attenzione le parole pos­sono ucci­dere», ha avver­tito Dalia Rabin ai micro­foni della radio mili­tare, ricor­dando il clima di odio e le accuse di tra­di­mento rivolte al padre che aveva osato resti­tuire ai pale­sti­nesi pic­cole por­zioni di Cisgior­da­nia. Un’atmosfera alla quale con­tri­buì in qual­che modo anche il capo dell’opposizione di destra, oggi primo mini­stro, Benya­min Neta­nyahu. Tanto che la fami­glia di Rabin si rifiutò di accet­tare le sue condoglianze.

Comun­que sia le rive­la­zioni sul “com­plotto” con­tro il governo fatte dai ser­vizi segreti hanno con­tri­buito ad allen­tare le pres­sioni sul governo e a met­tere il pre­mier Neta­nyahu sotto una luce più posi­tiva, quindi in grado di con­tra­stare l’Autorità nazio­nale pale­sti­nese e la Gior­da­nia d’accordo ad inviare il testo di una bozza di riso­lu­zione al Con­si­glio di Sicu­rezza dell’Onu che chieda pro­te­zione inter­na­zio­nale per i civili sotto occu­pa­zione mili­tare. L’ambasciatore pale­sti­nese in Gior­da­nia, Atal­lah Khairi, ha spie­gato al quo­ti­diano al Ghad che la mossa è una rispo­sta al rogo doloso della casa di Kfar Douma in cui è morto Ali Dawa­sba. Secondo i dati dell’Onu dall’inizio del 2015 sono stati almeno 120 gli attac­chi dei coloni israe­liani con­tro i pale­sti­nesi a Geru­sa­lemme Est e in Cisgior­da­nia. L’Anp inol­tre sta­rebbe ricon­si­de­rando gli accordi eco­no­mici, ammi­ni­stra­tivi e di sicu­rezza con Israele, in linea con una riso­lu­zione appro­vata nei mesi scorsi dal Con­si­glio cen­trale pale­sti­nese ma mai attuata dal pre­si­dente Abu Mazen. Infine si è appreso che il mini­stro degli esteri dell’Anp Riyad al Malki è par­tito per Gine­vra dove richie­derà al Con­si­glio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite l’attuazione nei Ter­ri­tori pale­sti­nesi della Quarta Con­ven­zione di Gine­vra che, adot­tata nel 1949, tutela i civili durante i con­flitti armati e le occu­pa­zioni militari.

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