“Se salta l’accordo ci sarà una guerra” L’affondo di Obama

“Se salta l’accordo ci sarà una guerra” L’affondo di Obama

 NEW YORK . Dallo stesso palco dell’American University di Washington dove nel 1963, all’apice della guerra fredda, John F. Kennedy si schierò a favore della pace e dei negoziati con i sovietici, Barack Obama ha difeso ieri con immagini simboliche ed esempi concreti l’accordo sul nucleare con l’Iran: «Rientra in una tradizione diplomatica fondata su solidi principi». E ha chiesto al Congresso, che voterà una risoluzione a metà settembre, di non affossarlo: perché si rischierebbe «qualche forma di guerra».
Durato 56 minuti, il discorso avvia in grande stile la controffensiva della Casa Bianca contro i detrattori dell’accordo e i tentativi di sabotarlo dei repubblicani, che hanno l’appoggio esplicito del premier israeliano Benjamin Netanyahu e di gruppi ebraici che spenderanno 25 milioni di dollari per una raffica di spot televisivi. Secondo Obama, il Congresso si troverà di fronte alla decisione di politica estera più gravida di conseguenze dal 2002, cioè dal voto che autorizzò l’invasione militare dell’Iraq. «E non è un caso — ha ironizzato — che mentre si sente il rullio dei tamburi di guerra, gli stessi che si batterono per l’offensiva in Iraq si oppongono adesso al patto con l’Iran». A differenza di tutti i paesi del mondo, che, con l’eccezione di Israele, hanno appoggiato ufficialmente il compromesso con Teheran, la posizione americana è ancora in bilico: per la Casa Bianca è uno dei maggiori risultati di politica internazionale che eviterà almeno per dieci che l’Iran entri in possesso della bomba atomica, nonostante che i suoi ricercatori e le sue centrifughe abbiano lavorato alacremente in quella direzione. Secondo i critici, invece, non sarà possibile controllare il rispetto dell’accordo da parte iraniana, nonostante le ispezioni, mentre la fine delle sanzioni farà entrare miliardi nelle casse degli ayatollah, che poi finanzieranno l’acquisto di armi e l’attività di gruppi terroristici.
Di fronte alla compattezza della maggioranza parlamentare repubblicana, la Casa Bianca si è già rassegnata a una sconfitta in prima battuta, e ipotizza di contrapporvi il veto presidenziale. Ma che cosa succederebbe se, a settembre, anche molti parlamentari democratici si opponessero all’accordo, come alcuni hanno già dichiarato di voler fare, arrivando a quei due terzi dei voti in grado di neutralizzare il veto?
Obama non ha dubbi: il fronte internazionale si sgretolerà, l’Iran produrrà un’arma nucleare in tempi brevi e si arriverà a una rapida escalation militare. E ieri, di fronte a un’opinione pubblica contraria a nuove avventure, ha agitato lo spauracchio di un conflitto: «La scelta che abbiamo di fronte è tra la diplomazia e qualche forma di guerra: magari non domani, neanche tra qualche mese, ma certo abbastanza presto. E come possiamo giustificare una guerra di fronte alle nostre coscienze se non abbiamo neanche messo alla prova questi accordi diplomatici che soddisfano in pieno i nostri obiettivi?».
Nel discorso all’American university, dai toni sicuramente kennediani, Obama non si è dilungato sulle potenzialità geo-politiche dell’accordo con l’Iran. In particolare molti collaboratori del presidente sperano che la normalizzazione dei rapporti possa portare a un ruolo attivo di Teheran nel risolvere la crisi siriana e battere lo Stato Islamico.
Per il momento gli Stati Uniti continuano a colpire l’Is con attacchi aerei: ieri sono partiti per la prima volta dalla base di Incirlik in Turchia i droni del Pentagono impegnati in missioni anti-jihadisti. Intanto il New York Times rivela che l’intelligence e i responsabili della politica estera sono alle prese con un dilemma: è più pericoloso Al Qaeda o lo Stato Islamico per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti? E contro quale dei due nemici concentrare gli sforzi? L’Isis attrae combattenti dall’estero e conduce campagne mediatiche molto efficaci. Ma a 14 anni dalle Torri gemelle gli eredi di Osama Bin Laden sognano ancora stragi di massa.


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