Stelle e strisce all’Avana nelle strade in festa per la bandiera Usa Kerry: “Mai più nemici”

Dopo 54 anni il vessillo torna a sventolare all’ambasciata americana, ma il segretario di Stato avverte: “Adesso più diritti umani. Il governo cubano apra la strada alla democrazia”

VITTORIO ZUCCONI, la Repubblica redazione • 15/8/2015 • Copertina, Internazionale • 736 Viste

L’AVANA. SI è alzata una bandiera, all’Avana, ed è caduto un Muro d’Acqua. Ora che l’aereo (disarmato) del Dipartimento di Stato sta parcheggiato sull’asfalto dell’Aeropuerto José Marti e i gli aerei commerciali americani atterrano e decollano ogni giorno, quello che abbiamo vissuto, quello che abbiamo temuto per mezzo secolo appare come un lungo, incomprensibile, stupido incubo. Cuba e Usa sono in pace. “No somos rivales, somos vecinos” ha detto John Kerry, il primo segretario di Stato americano a mettere piede a Cuba dal 1945, scoprendo finalmente l’acqua calda negli stretti della Florida sul fondo dei quali dormono i resti di migranti come quelli che oggi affondano nel Canale di Sicilia. E proclamando una verità che è sempre stata ovvia e che oggi suona rivoluzionaria per chi conserva la memoria dei 13 giorni del 1962 verso l’Olocausto Nucleare.
È una scoperta di sconvolgente banalità, dopo tanto sangue, repressioni e missili nucleari puntati gli uno contro gli altri, che agita nella gioia una città dove, per il miracolo dell’evento e per l’attesa ansiosa dei cubani, sono riaffiorate in forza le flotte degli Almedrones , dei “mandorloni” come qui chiamano i residuati dei macchinoni americani sopravvissuti agli anni ‘50 e rimessi a lucido come quando uscirono da Detroit e come mai li avevo visti prima, così in tiro per far vedere a Kerry e a Los Señores Imperialistas che Cuba non si è mai arresa, ma non si è mai arreso neppure l’amore per quei prepotenti, affascinanti vecinos del Norte.
All’Avana è festa anche per il calendario. È Carnevale, a Cuba. Lungo il Malecón, il meraviglioso lungo mare che sprofondò nell’abbandono degli espropri socialisti, ma ora riaffiora dalla desolazione degli anni terribili con le nuove piccole imprese private che aprono bar e paladares, i ristorantini privati, qualche negozio fra le rovine, i tentativi di restauro alle case consumate dalla salsedine, vedo le solite coppiette avvinghiate nel più sfacciato pomiciare tropicale, le tende e le decorazioni luminose molto da sagra paesana che illuminano l’eccitazione di questo giorno storicamente, straordinariamente normale che non eguaglia quello degli innamorati, ma lo avvicina.
La città che ritrovo in questo giorno di festa, dopo averla sofferta nella cupezza sovietica della soggezione di regime, nella penombra della crisi che chiazzava di buio a scacchiera interi quartieri lasciati senza elettricità della fuga precipitosa dell’Urss e di Gorbaciov negli anni ‘90, che ritrovai nell’esplosione luminosa della visita di Papa Giovanni Paolo II nel ‘98 che spezzò anche un “muro d’acqua”, oggi contempla uno spettacolo che non aveva mai visto: il presagio della normalità. Anche grazie a un altro Papa, Francesco, che Kerry ha voluto ringraziare per il ruolo avuto in questo passaggio.
La visita di John Kerry, il Segretario di Stato che aveva creduto di poter essere Presidente e ora serve il Presidente, è stata, oltre che rapida – un vai e vieni di poche ore, senza un pernotto che avrebbe provocato problemi logistici e attizzato lo scandalo degli ultimi ‘boia chi molla’ anticastristi in Florida lodevolmente contenuta e understated , sotto tono. Un ridotto parterre di funzionari e di ospiti americani, fra vip e una dozzina di parlamentari che non si sono voluti perdere la gita a scrocco, un breve intervento di un poeta cubano americano e poi il contenutissimo discorso di Kerry, anche in spagnolo lingua che la moglie Teresa Heinz, poliglotta di origine portoghese, gli ha insegnato.
Un discorso fatto per dire che nessuno ha vinto questo assurdo braccio di ferro fra un’isola grande come il più piccolo dei 50 stati americani, ma soprattutto, nessuno ha perso. «È giunto il momento di avvicinarci gli uni agli altri – ha detto Kerry – come due popoli non più nemici, né rivali, ma vicini». Con una sola concessione simbolica e politica, all’orgoglio Usa. L’alzabandiera affidato a tre pensionati, Mike, Jim e Frank, ai marines invecchiati che dovettero subire l’umiliazione di ammainarla per l’ultima volta, cinquantaquattro anni or sono. «Avevano promesso di tornare e sono tornati», dice Kerry echeggiando appena il famoso proclama di MacArthur nelle Filippine. Ma senza armi, senza sbarchi, senza fanfare. Siamo tornati, da vecchietti in pace. «Cuba e gli Stati Uniti non sono prigionieri del passato», ha detto ancora Kerry, «ma siamo convinti che i cubani possano stare meglio in una “democrazia autentica”, nella quale possano scegliere chi sia a guidarli ed esprimere le proprie idee».
Nello spiazzo davanti al palazzo dell’Ambasciata, “Sezione d’Interessi” per mezzo secolo, un tempo fronteggiato da un giganteschi billboard con un monello cubano che avvertiva “Non ci fate nessuna paura, señores imperialistas”, nessun segno di trionfalismo o di rancore o di rivincita. Tutto, a Cuba, è molto vecchio, nel freeze frame , nel fermo immagine che proprio Lui, Fidel, ha voluto incarnare ricomparendo per una foto in pubblico mercoledì, giorno del suo 89esimo compleanno, semplicemente per dire «sono ancora qui, señores imperialistias » e per lanciare la provocazione della richiesta di danni miliardari provocati dall’embargo. Una richiesta che cozzerà contro le richieste di indennizzo di aziende americane e di privati cubani espropriati dalla grande nazionalizzazione socialista, come avvenne nell’Europa dell’Est dopo il 1989.
La caduta del “Muro d’Acqua” che ha separato eppure unito inestricabilmente Cuba e il continente, l’avamposto del “Socialismo o Muerte” e la superpotenza del “Muerte al Socialismo” è stata, come avevo previsto il poeta T.S.Eliot per la fine del mondo, non un orrendo “bang”, ma fortunatamente un sospiro, in questo caso di sollievo. Ci sono, anche se la via alla normalità completa è “muy larga”, ripete Kerry poggiato sul bastone da passeggio che lo sorregge dopo la frattura, “lunghissima”, il definitivo abbattimento del Bloqueo , dell’embargo sempre più sforacchiato dai commerci con l’Europa, la Cina, l’America Latina, il Canada, deve aspettare il voto dell’intrattabile Congresso Usa dominato dai talebani della destra repubblica, fremiti di una voglia di ricominciare dopo l’incubo. I cubani, che in Florida hanno dimostrato, come prima di loro anche gli italiani e tutti i popoli costretti al nomadismo, di saper fare tutto il meglio e il peggio che gli emigranti sappiano offrire e hanno ora addirittura un candidato repubblicano alla Casa Bianca in un Marco Rubio che da casa ha ragliato contro questa normalizzazione, sperano di poter esprimere tutta la propria vitalità, la propria creatività, nel “Brave New World” che li aspetta. Ma sanno, come sa Fidel, come sa Raúl, l’ Hermano , che la normalizzazione, la fine del Bloqueo , il ritorno degli americani saranno l’inizio della fine per l’esperimento del Socialismo caraibico. E temono che l’esito, ripensando agli orrori di Fulgencio Batista e dei consigli delle famiglia di Cosa Nostra sulle terrazze dell’Hotel di Meyer Lanski, il Capri oggi restaurato, non è necessariamente un Happy Ending.
Ma non oggi, 14 agosto 2015, quando la bandiera americana è risalita sul pennone davanti a un mare per l’occasione piatto e sornione una settimana dopo che la stella cubana era stata issata sull’ambasciata americana nella 14esima Strada di Washington. Non tutto è perdonato, non tutto può essere dimenticato, non tutto deve essere buttato di quello che la “Revolución” ha fatto per un popolo che ha sofferto molto per ottenere il premio di quella dignità che secoli di colonialismo, imperialismo, criminalità mafiosa, gli avevano sottratto. Restano, ovunque, i profili del “Che” in ferro battuto e non sarà il caso di domandarsi come Guevara avrebbe accolto Kerry, i grandi aerei yanquis sulla pista dell’aeroporto, la promessa del ritorno dei capitali americani, e i cubani non li butteranno nel rottamaio come frettolosamente fecero i russi con le testone di Lenin. Ma oggi, se un turista di passaggio può permettersi un giudizio, L’Avana è un città timidamente, teneramente in festa. Aveva un desiderio e il desiderio si è avverato. E Fidel è, aggrappato ai suoi quasi 90 anni, ancora lì per vederlo, sopravvissuto a tutti i presidenti che aveva cercato di ucciderlo. La Revolución non ha vinto, ma non ha neppure perso, così come i suoi vicinissimi nemici. E questo è il segreto di una pace viva che, per 13 giorni di 50 anni or sono, sfiorò la pace morta di Hiroshima.

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