Wall Street reagisce grazie alla Fed con il maggior rialzo dal 2011

Dow Jones e Nasdaq +4% Funziona il piano anti volatilità e si allontana il rialzo dei tassi Non cessa l’allarme sulla Cina

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica redazione • 27/8/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 678 Viste

NEW YORK . Alla fine la tregua dei banchieri centrali seduce anche Wall Street. Dopo tre sedute di puro panico, che hanno distrutto 1.000 miliardi di dollari di ricchezza solo a Shanghai e più del doppio nella Borsa americana (ben più grossa per capitalizzazione), ieri i mercati hanno ripreso il fiato. Ancora giù la Cina ma di poco (meno 1,3%). Ribassi contenuti in Europa, meno 1% in media, dopo il vigoroso recupero di martedì. E soprattutto un gran finale a Wall Street dove il Dow Jones ha guadagnato 600 punti. A diffondere un po’ di ottimismo tra gli investitori americani è stato William Dudley, presidente della Federal Reserve di New York: ha detto che sarebbe prematuro alzare i tassi d’interesse a settembre. Proprio quello che si aspettavano i mercati. Che dopo le mosse della banca centrale cinese (taglio dei tassi e delle reserve obbligatorie, 100 miliardi di dollari di luiqidità aggiuntiva) guardano all’appuntamento di sabato a Jackson Hole per essere rassicurati sulle intenzioni della banca centrale americana. La tregua di ieri rischia di essere solo un intermezzo fra tante turbolenze. Uno dei temi che disorientano gli investitori è il futuro della Cina, prima o seconda economia mondiale: un paese che per la natura del suo regime politico risulta meno decifrabile e prevedibile di altri. Il mondo deve adattarsi al “new normal”, la nuova normalità, è la tesi del Wall Street Journal :
cioè una Cina «nel mezzo di uno spostamento tettonico ». Il sisma cinese è la transizione tipica dalla prima rivoluzione industriale verso un capitalismo più maturo, meno trainato dall’export e più fondato sui consumi interni. Altre nazioni l’hanno vissuta, compreso il Giappone degli anni ‘50 e ‘60, ma una simile transizione non era mai accaduta per una nazione di 1,3 miliardi. La definizione “new normal” è ripresa da un rapporto del Fondo monetario internazionale sulla Cina. In passato il capitalismo americano si era convinto che a Pechino ci fosse un timoniere competente, capace e stabile. Ora vacilla quel teorema su cui si è costruita la simbiosi Usa-Cina e un intero capitolo di storia della globalizzazione. Lo spettacolo degli arresti alla Borsa di Shanghai sembra più la ricerca di un capro espiatorio, che non il tassello di una strategia anti-crisi. Un sottoprodotto della sindrome cinese riguarda gli altri emergenti: tutti svalutano le proprie monete rispetto al dollaro, ma così facendo aumentano il peso dei propri debiti (già notevoli) in dollari: è la classica premessa che in altre epoche scatenò default sovrani. Il Brasile è in cima alla lista dei soliti sospetti.
Un altro tema, più vicino a Wall Street, è al centro di controversie. C’è qualcosa di patologico nell’architettura dei mercati finanziari? La crisi del 2008 e le riforme che seguirono, hanno partorito un nuovo mostro? Il New York Times accusa: «I segni di una imminente caduta delle Borse erano evidenti da un anno, e non solo per la crisi cinese». La volatilità di Wall Street è accentuata dalla diffusione di nuovi strumenti come gli Etf, che sono dei titoli quotati ma rappresentano la “sintesi” di altri titoli, per esempio indici settoriali di Borse o valute. Gli Etf hanno avuto un successo enorme, ce ne sono più di mille. Piacciono ai risparmiatori perché sono più liquidi dei fondi comuni. O almeno, così erano considerati. Messi alla prova della volatilità di questi giorni, hanno avuto dei problemi seri. Il mercato non è riuscito a garantire liquidità su tutti gli scambi. Le oscillazioni di valore dei singoli Etf talvolta sono state molto più estreme, rispetto ai titoli che ne formano il “contenuto”. Anche il ruolo dei meccanismi spezza-circuito, introdotti a Wall Street dopo l’impazzimento informatico del maggio 2010 (il “flash crash” che fece perdere 1.000 punti al Dow Jones) sono considerati inadeguati e perfino controproducenti.
Trema anche la Silicon Valley perché nelle sedute da venerdì a martedì il panico dei mercati e l’ondata di vendite aveva colpito la regina di tutte le Borse: Apple. Una delle forze di Apple è la sua straordinaria penetrazione sul mercato cinese. Certo, gli iPhone che vende ai cinesi sono in larga parte prodotti nella stessa Cina; ma almeno i profitti risalgono in California. La crisi della Cina ha tanti modi per colpire anche noi, il caso di Apple diventa emblematico: questo titolo è ubiquo in tutti i fondi pensione delle famiglie americane.
La crisi cinese influenzerà infine la corsa alla Casa Bianca? Per i candidati repubblicani, Donald Trump in testa, è un’occasione insperata: finalmente possono sostenere che sotto Obama è esplosa una deflagrazione economica. Sarebbe un feroce scherzo della storia, se un disastro economico originato a Pechino e Shanghai dovesse mandare uno come Trump (o un suo surrogato repubblicano) alla presidenza degli Stati Uniti. Trump sta facendo del protezionismo uno dei suoi cavalli di battaglia, insieme con la crociata contro le delocalizzazioni

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