Cli­mate change, le città cinesi e americane si coordinano

Gli atti finali della pre­si­denza Obama pas­sano anche per la lotta ai cam­bia­menti cli­ma­tici

Nicoletta Ferro, il manifesto redazione • 20/9/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina • 757 Viste

Gli atti finali della pre­si­denza Obama pas­sano anche per la lotta ai cam­bia­menti cli­ma­tici. Dopo aver visi­tato l’Alaska, con­se­gnando al mondo un mea culpa sul ruolo dell’economia ame­ri­cana nello scem­pio ambien­tale che si sta con­su­mando nell’Artico, gli Stati Uniti met­tono un nuovo tas­sello in vista della visita del pre­si­dente cinese Xi Jin­ping, atteso negli Usa la pros­sima settimana.

A scan­dire il tempo è anche il Sum­mit Onu sul clima in pro­gramma a Parigi a dicem­bre che intende giun­gere a un nuovo accordo in mate­ria di ridu­zione delle emis­sioni glo­bali di gas serra a sosti­tu­zione del Pro­to­collo di Kyoto, uffi­cial­mente sca­duto nel 2012.

Riprende così un dia­logo avviato lo scorso novem­bre con la Cina, quando, in occa­sione della sua visita, Obama giocò a carte sco­perte, annun­ciando l’impegno ame­ri­cano a ridurre le emis­sioni del 26–28% entro il 2025, rispetto ai livelli del 2005, e incassò una rispo­sta cinese che fis­sava al 2030 la data per il rag­giun­gi­mento del picco delle emis­sioni. Gli Stati uniti hanno, que­sta set­ti­mana, ospi­tato una due giorni di incon­tri ad alto livello sul clima.

Tea­tro del Us-China Cli­mate Lea­der Sum­mit è stata la città di Los Ange­les, che da tempo ha messo in atto un sistema di cup and trade per le emis­sioni che i cinesi stanno pro­vando a imi­tare. A latere delle discus­sioni sui rispet­tivi impe­gni in seno al Cli­mate Change Wor­king Group, creato nel 2013 per raf­for­zare la coo­pe­ra­zione bila­te­rale in vista del Cop21 di Parigi, gli incon­tri cali­for­niani sono stati anche l’occasione per uno scam­bio di buone pra­ti­che e l’assunzione di impe­gni a livello di aree urbane, pro­vince e contee.

Pro­ta­go­ni­sti, oltre ai nego­zia­tori sul clima, sono stati infatti anche i cli­mate majors, i primi cit­ta­dini e i gover­na­tori di metro­poli come Washing­ton, Pechino, Seat­tle, Guang­z­hou, Atlanta e Shen­z­hen e delle mag­giori pro­vince cinesi che, come ha ricor­dato Eric Gar­cetti, sin­daco di LA «rap­pre­sen­tano la prima fonte di inqui­na­mento da emis­sioni e si tro­vano in prima linea nell’affrontare le con­se­guenze dei cam­bia­menti climatici».

Una prova di buona volontà prima degli atti finali di Parigi?

Quel che è certo è che il sum­mit si è chiuso con una dichia­ra­zione con­giunta in cui le due parti si impe­gnano a rispet­tare gli impe­gni presi nei rispet­tivi «con­tri­buti pro­gram­mati e defi­niti a livello nazio­nale», già pre­sen­tati da altri 40 paesi con l’eccezione di Bra­sile e India, allar­gando gli impe­gni alle muni­ci­pa­lità e alle aree urbane.

Nel docu­mento Pechino e Guang­z­hou si impe­gnano a rag­giun­gere il picco delle pro­prie emis­sioni entro il 2020, con dieci anni di anti­cipo sul tar­get nazio­nale, segue Shen­zen che fissa nel 2022 la data di ini­zio della curva discen­dente. Per Los Ange­les si parla del 2025. Le città si sono impre­gnate a ren­dere pub­blici i pro­pri pro­gressi e a con­di­vi­dere buone pra­ti­che in una piat­ta­forma urbana alla lotta ai cam­bia­menti climatici.

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