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Dal caviale alle armi la storica alleanza tra i russi e Damasco per il Mediterraneo

I primi contatti nel dopoguerra. Poi l’accordo per la base della flotta sovietica

ALBERTO STABILE, la Repubblica redazione • 11/9/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 896 Viste

BEIRUT. C’È stato un tempo, verso la metà degli anni ‘90, in cui a Damasco fioriva un ricco mercato nero di icone antiche e di caviale del Don. Era, questo trafficare di immagini sacre e di perline nere di Beluga ai margini del suk, un segno inequivocabile della presenza russa nella Siria di Hafez al Assad, padre dell’attuale presidente, Bashar. Una presenza quella dei russi che, proprio perché connessa al potenziamento della macchina militare siriana, uscita a pezzi da ben tre guerre perdute contro Israele, era avvolta nella massima segretezza. Ancora oggi, in certe strade della capitale siriana, nonostante gli attentati e i colpi di mortaio dei ribelli, donne in età dall’aspetto e dall’accento inconfondibilmente russi non rinunciano al loro improvvisato mercatino di scialli fioriti e collanine d’ambra.
Insomma, l’ultimo luogo al mondo dove si avrebbe ragione di gridare “mamma li russi!”, sospettando un intervento delle armate di Putin a sostegno del traballante regime di Bashar, è proprio la Siria dei giorni nostri. Per il semplice motivo che i russi, vuoi come “consiglieri militari”, vuoi come tecnici petroliferi, vuoi come esperti delle più svariate “attività bilaterali” (dal turismo alla ricerca) in Siria ci sono sempre stati e persino ben prima che la famiglia Assad si insediasse al potere.
Gli inviati di Mosca s’erano presentati a Damasco subito dopo la proclamazione dell’indipendenza siriana, il 14 Aprile del 1946. La potenza terzomondista per eccellenza si offrì di aiutare la Siria, appena uscita dal giogo colonialista francese, a costruire il nuovo stato. Missione fallita, come si sa. Il mondo diviso nei due blocchi spinse poi l’Unione Sovietica a schierarsi con l’Egitto e con la Siria durante la crisi di Suez nel ‘56. L’Egitto fu perso poco dopo. Ma non la Siria che, con la sua finestra sul Mediterraneo, tra Tartus e Latakia, avrebbe potuto offrire un appoggio vitale alla flotta sovietica del Mar Nero.
Vitale perché nelle analisi degli strateghi russi, fin dal periodo zarista, una sconfitta in uno dei due mari limitrofi equivale a una sconfitta in tutti e due i mari. Così nacque lo scambio, sancito da un trattato di amicizia e cooperazione firmato, per la Siria da Assad padre, e, per l’Urss, da Breznev e Cernenko. Mosca, negli anni, ha fornito armi a Damasco per 13 miliardi di dollari (un debito poi condonato per 3/4 nel 2006) in cambio della possibilità di stabilire una base «di forniture e manutenzione» per la flotta sovietica nel Mediterraneo, a Tartus, la cittadina stretta tra colline punteggiate da fortezze crociate e il mare, a 40 chilometri da Latakia e a 300 da Damasco. Tartus, Latakia e le montagne che le incoronano, sono anche la roccaforte degli alawiti, la setta di derivazione sciita, di cui fa parte la famiglia Assad (ed appartiene ai paradossi della storia che siano stati proprio i colonialisti francesi ad elevare la regione degli alawiti al rango di regione autonoma e a puntare su quella minoranza per consolidare il loro potere).
Ora, si può supporre che Assad padre abbia deciso di ospitare le navi sovietiche a Tartus per garantirsi una super protezione in caso di bisogno? Allora, forse, sarebbe stato eccessivo pensare ad un calcolo del genere. Ma oggi, con il regime che perde il controllo di fette sempre più grandi di territorio a vantaggio delle formazioni ribelli, ormai quasi tutte di matrice islamista, gli analisti militari si riferiscono all’asse Damasco- Homs-Latakia, come all’ultima trincea dove Assad può tentare di resistere, una sorta di corridoio della salvezza. E certo, il fatto che a Tartus siano ancorate le navi di Putin, potreb- be offrire al presidente siriano una possibilità in più di sopravvivenza.
In realtà l’assistenza russa al regime di Damasco, durante tutta la guerra cominciata con la rivolta popolare del 2011, ma successivamente debordata nella guerra civile e subito dopo in una guerra per procura a sfondo politico- religioso tra le potenze regionali, è corsa parallelamente sia sul versante militare che su quello politico e diplomatico. La Russia ha sempre creduto che l’esercito fedele a Bashar, con l’appoggio decisivo della milizia sciita libanese di Hezbollah e con l’aiuto dei consiglieri iraniani, potesse avere la meglio sulle organizzazioni ribelli. Almeno fino a quando non è spuntato l’Is (lo Stato Islamico) all’orizzonte.
Durante questi ultimi quattro anni, i potenti e giganteschi Tupolev russi hanno continuato a riversare tonnellate e tonnellate di armamenti sulle piste degli aeroporti siriani controllati dal regime. «Armi che uccidono civili», accusato le organizzazioni umanitarie. «Normali forniture perfettamente legali», ribatte Mosca. Ma che ci sia stato un salto di quantità e di qualità nel flusso degli armamenti in direzione di Damasco, sembra fuor di dubbio: da un miliardo e mezzo a cinque miliardi di dollari negli ultimi quattro anni. Anche se Putin s’è ben guardato di fornire all’alleato siriano i sistemi di difesa antiaerea S300 la cui dislocazione nella vicina Siria, Israele non avrebbe tollerato.
L’alleanza resta, dunque, solida, ma che Bashar sia il cavallo vincente su cui Mosca continuerà a puntare è da vedere.

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