Disordine cli­ma­tico: allerta sulle crisi umanitarie

Hollande dà il via con grande pompa alla Cop21, che avrà luogo in Francia tra tre mesi. Oggi nel mondo ci sono più di 22 milioni di profughi climatici, che potrebbero salire a 250 milioni

Anna Maria Merlo, il manifesto redazione • 11/9/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Immigrati & Rifugiati • 573 Viste

Verso il vertice di Parigi. Hollande dà il via con grande pompa alla Cop21, che avrà luogo in Francia tra tre mesi. Oggi nel mondo ci sono più di 22 milioni di profughi climatici, che potrebbero salire a 250 milioni se non si fa nulla. C’è anche un legame con le guerre. L’obiettivo è un impegno preciso e finanziato per contenere sotto i 2 gradi il riscaldamento climatico (le ong chiedono 1,5 gradi). Ma siamo ancora lontani

Un tap­peto verde sullo sca­lone dell’Eliseo, al posto di quello rosso tra­di­zio­nale, rap­pre­sen­tanti poli­tici, del mondo delle asso­cia­zioni di base e di quello dell’impresa che cerca cosi’ di mostrare buona coscienza, per­sino una can­zone di Paul McCar­thy Love Song to the Earth, per un lan­cio in grande pompa ieri della Cop21 (Con­fe­rence of Par­ties), la con­fe­renza dell’Onu sul clima, che si con­clu­derà a Parigi esat­ta­mente tra tre mesi (30 novembre-11 dicem­bre). Fra­nçois Hol­lande avverte: “sono in gioco le con­di­zioni di esi­stenza dell’umanità” e “c’è un rischio di fal­li­mento”. L’avvertimento non cade nel vuoto in que­sti giorni, per­ché nume­rosi studi met­tono in luce il legame tra disor­dine cli­ma­tico e crisi uma­ni­ta­rie: oggi, men­tre l’Europa si lacera per acco­gliere i rifu­giati delle guerre di Siria e Iraq, che rap­pre­sen­tano appena lo 0,11% della sua popo­la­zione, nel mondo ci sono già 22,4 milioni di migranti per ragioni cli­ma­ti­che (dati 2013). Se non si fa nulla, diven­te­ranno 250 milioni nel 2050, avver­tono nume­rosi studi. Nel 2014, l’87% delle cata­strofi natu­rali sono state legate al clima. In Ban­gla­desh, per esem­pio, paese a rischio a causa della minac­cia già in opera della som­mer­sione delle terre, ogni giorno 10mila per­sone fug­gono e si rifu­giano nella capi­tale. L’innalzamento del livello dei mari e degli oceani è desti­nato a cau­sare milioni di pro­fu­ghi (tra il 1870 e il 2000, il livello degli oceani si è ele­vato di 18 cm, di cui 6 negli ultimi vent’anni e potrebbe cre­scere tra i 26 e gli 82 cm entro il 2100). Se tutto con­ti­nua come adesso, scri­vono ong e asso­cia­zioni uma­ni­ta­rie in una let­tera aperta alla Cop21, “il disor­dine cli­ma­tico con­ti­nuerà ad aggra­vare le crisi legate all’insicurezza ali­men­tare e idrica, espo­nendo 600 milioni di per­sone sup­ple­men­tari alla fame entro il 2080, e il 40% della popo­la­zione mon­diale a penu­rie di acqua entro il 2050”. I disor­dini cli­ma­tici sono anche delle con­cause delle guerre, secondo alcuni. La ong Care Inter­na­tio­nal, per esem­pio, ha affer­mato alla con­fe­renza inter­na­zio­nale che si è tenuta mer­co­ledi’ a Parigi sui legami tra disor­dine cli­ma­tico e crisi uma­ni­ta­rie, con la pre­senza del mini­stro degli Esteri Lau­rent Fabius: “delle ricer­che sug­ge­ri­scono che il cam­bia­mento cli­ma­tico ha con­tri­buito a favo­rire il con­flitto in Siria. Tra il 2006 e il 2010, una sic­cità senza pre­ce­denti ha for­te­mente degra­dato le con­di­zioni di pro­du­zione agri­cola, cosa che ha pro­vo­cato l’esodo di più di un milione di per­sone verso i cen­tri urbani”. Le ricer­che più con­cen­trate sulle que­stioni mili­tari non sta­bi­li­scono un legame di causa e effetto con le guerre, come ha messo in evi­denza a que­sta con­fe­renza una ricerca dell’Iris, ma sot­to­li­neano che, mal­grado “i movi­menti di popo­la­zione legati alla pre­senza di un muta­mento cli­ma­tico non sono obbli­ga­to­ria­mente fonte di con­flitti”, molto dipende dalle rea­zioni delle popo­la­zioni delle terre di acco­glienza. Una rifles­sione non molto ras­si­cu­rante, alla luce delle rea­zioni di rigetto che si vedono in que­sti giorni in Europa. Fabius ha sot­to­li­neato che “il disor­dine cli­ma­tico non è solo un pro­blema ambien­tale, ma è una minac­cia per lo svi­luppo, la salute, la sicu­rezza delle popo­la­zioni, la pace nel mondo”. Il disor­dine cli­ma­tico costa. Secondo fonti Onu, negli ultimi 20 anni, le per­dite eco­no­mi­che legate a que­sto com­plesso feno­meno sono state di 862 miliardi di dol­lari nei paesi in via di sviluppo.

La Cop21 dovrebbe con­clu­dersi con la firma di un accordo inter­na­zio­nale, con impe­gni pre­cisi per limi­tare il riscal­da­mento cli­ma­tico glo­bale al di sotto dei 2 gradi (le asso­cia­zioni chie­dono ora che i 195 stati pre­senti si impe­gnino per un aumento mas­simo di 1,5 gradi). Ma, ha avver­tito Hol­lande, la strada è ancora in salita. Per il momento, solo 58 stati su 195 hanno inviato a Parigi la pro­pria tabella di mar­cia, con impe­gni pre­cisi anche sul finan­zia­mento: molto al di sotto dei 100 miliardi di dol­lari l’anno neces­sari per lot­tare con­tro il feno­meno. I nego­ziati sono in corso, la Fran­cia insi­sterà su que­sto tema all’Assemblea gene­rale dell’Onu il 25–26 set­tem­bre. Ci sarà un incon­tro a Bonn dal 19 al 23 otto­bre, poi il 15–16 novem­bre c’è il G20 a Anta­lya (Tur­chia). Dalla prima con­fe­renza Onu sul clima a Stoc­colma nel ’72, pas­sando per “ver­tice della terra” di Rio (nel ‘92, la Con­ven­zione è entrata in vigore nel ’94), a Kyoto nel ‘97, dove era stato appro­vato un Pro­to­collo in vigore dal 2005, alla con­fe­renza di Cope­n­ha­gen (2009, accordo minimo, non vin­co­lante, non fir­mato da tutti sull’impegno di man­te­nere il riscal­da­mento al di sotto dei 2 gradi), a Dur­ban (2011) e Lima nel 2014, i passi avanti sono stati mode­sti, insuf­fi­cienti per fron­teg­giare la gra­vità della situa­zione. Eppure il Giec, il gruppo di esperti inter­go­ver­na­tivo attivo dall’88, con­ti­nua a met­tere in guar­dia e pre­vede, se tutto con­ti­nua come ora, un riscal­da­mento che potrebbe arri­vare a +4,8 gradi. I mag­giori respon­sa­bili sono Usa, Cina e Ue, che cau­sano con le loro emis­sioni il 50% dell’effetto serra.

Lot­tare con­tro il disor­dine cli­ma­tico è un’azione glo­bale, ma anche fatta di una somma di ini­zia­tive nazio­nali e locali. La Fran­cia, per esem­pio, che non ha avuto il corag­gio di met­tere la car­bon tax sui camion (il governo ha indie­treg­giato di fronte a pro­te­ste anche vio­lente, soprat­tutto in Bre­ta­gna), ieri ha annun­ciato un pic­colo gesto: ven­gono abo­lite le sov­ven­zioni all’export per le cen­trali a car­bone (il prin­ci­pale costrut­tore fran­cese è Alstom, che sarà costretto a inve­stire in ener­gie dure­voli). La corsa al con­te­ni­mento dell’effetto serra puo’ avere anche risvolti alta­mente inquie­tanti. Da Lon­dra, per esem­pio, ieri il mini­stro Osborne ha difeso il nucleare, “buono per l’effetto serra” (del resto, in Fran­cia la più vec­chia cen­trale, Fes­se­n­heim, sfrut­tata dal ’78, non chiu­derà l’anno pros­simo, come pro­messo, ma aspet­terà di fatto l’apertura dell’Epr di Fla­man­ville, il reat­tore nucleare di terza gene­ra­zione che accu­mula ritardi nella costru­zione e non dovrebbe essere attivo prima del 2018). Anche la Fran­cia non ha nes­suna inten­zione di abban­do­nare il nucleare, che per­mette al paese di avere livelli accet­ta­bili di ema­na­zione di gas a effetto serra.

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