Il gioco dei ruoli nella Siria di Assad

Il gioco dei ruoli nella Siria di Assad

QUELLO dalla Siria è, da tempo, un esodo di massa. Gli europei percepiscono solo ora la sua drammatica portata mentre Libano, Giordania, Turchia, sono interessati da anni, e in misura più massiccia, dal fenomeno: sono ormai più di quattro milioni i siriani rifugiati all’estero. Una catastrofe umanitaria legata all’apparente insolubilità del conflitto. La guerra continua non certo perché l’Is sia imbattibile, basterebbe una missione internazionale con un serio accordo politico alle spalle per mettere fuori gioco gli jihadisti, quanto perché i suoi molti nemici hanno obiettivi divergenti. Come appare evidente guardando alle aspettative degli attori globali e regionali, statali e non statali, coinvolti nel complicatopuzzle mesopotamico.
Gli Stati Uniti vorrebbero una Siria senza Assad ma anche senza l’Is, l’Iran e la Russia: anche se la recente disponibilità a dialogare con il Cremlino sembra prefigurare un più, realistico, mutamento di strategia. A sua volta la Russia vuole restare in Siria: non a caso Mosca ha rafforzato la sua presenza militare sul terreno, anche per mantenere lo sbocco mediterraneo parte essenziale della storica dottrina dei “Due mari ”. Il Cremlino, che punta a garantire la stabilità geopolitica dell’area in concorso con l’Iran, vorrebbe sconfiggere il Califfato che, con il suo evocativo richiamo, minaccia di destabilizzare anche il Caucaso. Obiettivo, non certo secondario, è riassumere peso nella regione, già lievitato dopo il ruolo svolto da Mosca nell’accordo sul nucleare iraniano. In questa logica il diretto coinvolgimento russo fa pensare che il Cremlino possa difendere a oltranza, in caso di ulteriore dissoluzione del Paese, anche un micro-stato baathista senza Assad.
Quanto agli attori regionali, hanno interessi ancora più divergenti. La Turchia neottomana punta a una Siria senza Assad, senza l’Is che pure ha favorito per indebolirne il regime, senza l’ingombrante presenza dei sauditi, rivali nella partita per l’egemonia nel campo sunnita. Ma Erdogan vorrebbe anche una Siria senza iraniani e senza russi che sfidano la Turchia: anche con il loro niet alla creazione di una no-fly zone e una fascia protetta per i profughi da rispedire oltre frontiera. Anche se Ankara mira, soprattutto, a impedire che cresca il peso politico dei curdi di qua e di là del confine.
A sua volta l’Iran, che con i Pasdaran ha garantito, insieme all’ Hezbollah libanese, la tenuta militare del regime di Assad e evitato il dilagare dell’Is, vuole impedire la sconfitta degli alawiti, esito che spezzerebbe la corda tesa dell’arco sciita che va da Teheran a Beirut passando, appunto, per Damasco. Gli iraniani non vogliono che la Siria cada nelle mani dell’Is ma nemmeno in quelle di uno schieramento sunnita guidato dai sauditi o dai turchi. Aspirazioni tanto più difficili da contenere dopo l’accordo sul nucleare che, in un effetto domino, conferisce agli iraniani un peso maggiore nella regione.
I sauditi, invece, esigono la sconfitta di Assad e dei suoi odiati alleati sciiti, l’Iran ma anche il Partito di Dio di Nasrallah loro acerrimo nemico nella partita per il controllo del Libano; oltre che dell’Is, aiutato prima prosperare e poi, con la proclamazione del Califfato, divenuto minaccia che delegittima il ruolo politico e religioso della dinastia saudita. Sullo sfondo, ma non troppo, Israele che non desidera certo l’Is ai confini, al posto del nemico immobile Assad, ma guarda con preoccupazione al ruolo nella regione della Russia, che pure cerca di rassicurarlo, alla crescente influenza dell’Iran e al rafforzamento militare di Hezbollah come conseguenza del conflitto.
In questo vertiginoso caleidoscopio trovare un comune denominatore politico è impresa da far girare la testa. Il timore degli attori antijihadisti è che un mutamento della situazione avvantaggi i propri competitori strategici. Da qui l’ibernazione della guerra, con i suoi terribili costi umani in vittime e profughi. Eppure l’unico obiettivo praticabile resta la distruzione del nemico di tutti, l’Is, lasciando il dopo al dopo. Scelta che implica la presa d’atto dell’inesistenza di una soluzione solo americana o russa, solo sunnita o siciita, solo saudita o iraniana. L’uscita di scena di Assad non può comportare la marginalizzazione del Cremlino e di Teheran. Viceversa, la fine del conflitto non può venire da un maggiore impegno di russi e iraniani sul campo. Certo, più facile a dirsi che a farsi, ma senza questa presa d’atto il Medioriente, già terremotato dalle conseguenze del conflitto siro-iracheno, è destinato a deflagrare.


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