La Resi­stenza della Cina

Il 70° anni­ver­sa­rio della vit­to­ria del popolo cinese nella Guerra di resi­stenza con­tro l’aggressione giap­po­nese, che si cele­bra il 3 set­tem­bre a Pechino, viene boi­cot­tato non solo da Tokyo ma da Washing­ton e quasi tutti i governi della Ue

Manlio Dinucci, il manifesto redazione • 1/9/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 783 Viste

Il 70° anni­ver­sa­rio della vit­to­ria del popolo cinese nella Guerra di resi­stenza con­tro l’aggressione giap­po­nese, che si cele­bra il 3 set­tem­bre a Pechino, viene boi­cot­tato non solo da Tokyo ma da Washing­ton e quasi tutti i governi della Ue che inviano a Pechino solo espo­nenti secon­dari. Grot­te­sco ten­ta­tivo di can­cel­lare la Sto­ria, ana­logo a quello nei con­fronti del 70° anni­ver­sa­rio della vit­to­ria sul nazi­smo, cele­brato a Mosca il 9 mag­gio (vedi «il mani­fe­sto» del 12 ago­sto scorso).

Lo sfondo sto­rico: la Cina degli anni Trenta, ridotta a uno stato colo­niale e semi­co­lo­niale soprat­tutto da Giap­pone, Gran Bre­ta­gna, Stati uniti, Ger­ma­nia e Fran­cia. Nel 1931 il Giap­pone tra­sforma il Nord-Est del paese in un suo Stato fan­toc­cio (Man­chu­kuo). Men­tre l’esercito nip­po­nico attacca Shan­ghai nel 1932 e suc­ces­si­va­mente altre città, il Guo­min­dang di Chiang Kai-shek – che aveva preso il potere nel 1927 con un san­gui­noso colpo di stato ed è soste­nuto sia dagli anglo-americani che da Hitler e Mus­so­lini, alleati di Tokyo – con­ti­nua a con­cen­trare i suoi attac­chi con­tro le basi rurali dall’Esercito rosso, diretto dal Par­tito comu­ni­sta. Que­sto è costretto nel 1934 a una disa­strosa riti­rata che Mao Tse-tung, ripreso il comando, tra­sforma in una delle più grandi imprese politico-militari: la Lunga Marcia.

Il Giap­pone sca­tena la guerra di aggres­sione all’intera Cina nel 1937, occu­pando Pechino e Tia­n­jin in luglio, Shan­ghai in novem­bre e, in dicem­bre, Nan­chino. Qui le truppe nip­po­ni­che com­piono il grande mas­sa­cro, ucci­dendo nei modi più orrendi oltre 300mila civili. Oltre dieci città cinesi ven­gono attac­cate dai giap­po­nesi con armi bio­lo­gi­che (Bacil­lus anth­ra­cis e Sal­mo­nella para­ty­phi). A que­sto punto, per ini­zia­tiva del Par­tito comu­ni­sta, nasce il Fronte unito anti­giap­po­nese con il Kuo­min­tang. Nei suc­ces­sivi otto anni di guerra l’esercito del Kuo­min­tang, armato dagli Usa, da un lato com­batte gli inva­sori giap­po­nesi, anche se in modo discon­ti­nuo; dall’altro, sot­to­pone le zone libe­rate dall’Esercito rosso al blocco eco­no­mico e mili­tare, attac­cando in diversi casi le forze popo­lari, e fa sì che si con­cen­tri con­tro di esse l’offensiva giap­po­nese. Chiang Kai-shek gioca su più tavoli, ordi­nando a una parte dei suoi gene­rali di col­la­bo­rare con i giapponesi.

Dal 1937 al 1945 il Par­tito comu­ni­sta, cre­sciuto da 40mila a 1,2 milioni di mem­bri, guida le forze popo­lari in una guerra che logora sem­pre più l’esercito nip­po­nico, esten­dendo le zone libe­rate da 1,5 a quasi 100 milioni di abitanti.

Con la sua Resi­stenza, costata oltre 35 milioni di morti, la Cina con­tri­bui­sce in modo deter­mi­nante alla scon­fitta del Giap­pone che, bat­tuto nel Paci­fico dagli Usa e in Man­ciu­ria dall’Urss, si arrende nel 1945 dopo il bom­bar­da­mento ato­mico di Hiro­shima e Naga­saki. Subito dopo, secondo un piano deciso a Washing­ton, Chiang Kai-shek tenta di ripe­tere quanto aveva fatto nel 1927. Le sue forze, armate e soste­nute dagli Usa, si tro­vano però ora di fronte l’Esercito popo­lare di libe­ra­zione di circa un milione di uomini e una mili­zia di 2,5 milioni, forti di un vasto appog­gio popolare.

Circa 8 milioni di sol­dati del Kuo­min­tang ven­gono uccisi o cat­tu­rati e Chiang Kai-shek fugge a Tai­wan sotto pro­te­zione Usa. Il 1° otto­bre 1949 Mao Tse-tung pro­clama la nascita della Repub­blica popo­lare cinese dalla porta di Tien An Men. Di fronte alla quale, il pros­simo 3 set­tem­bre, sfi­lano le forze armate di una Cina pro­fon­da­mente cam­biata ma che, come la Rus­sia, gli altri Brics e decine di paesi pre­senti a Pechino con i mas­simi rap­pre­sen­tanti, segnala la volontà di difen­dere la pro­pria sovra­nità nazio­nale con­tro i nuovi dise­gni di domi­nio imperiale.

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