L’arrocco della Fed manda in tilt tutte le Borse l’Europa brucia 140 miliardi

Il giorno dopo il rinvio del rialzo dei tassi. Usa per i timori su Cina e crescita Milano perde il 2,65% e Francoforte il 3%. Male anche Wall Street

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica redazione • 19/9/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 620 Viste

NEW YORK. Se la Federal Reserve voleva rasserenare i mercati, allora non è stata capita. All’indomani della decisione della banca centrale Usa di non aumentare i tassi d’interesse (di per sé un gesto “generoso” poiché prolunga il credito a buon mercato), le maggiori Borse mondiali sono cadute. Meno 2% il Giappone, meno 3% la media europea (Milano ha perso il 2,65% e Francoforte il 3%) con 140 miliardi bruciati, e Wall Street ha peggiorato ulteriormente le sue perdite di giovedì sera. Giù anche il dollaro, la cui rivalutazione negli ultimi mesi era legata alla previsione di un aumento dei suoi rendimenti. Ha ripreso a salire l’oro, classico bene rifugio nei periodi di incertezza.
Di quale incertezza si tratti lo ha detto la presidente della Fed, Janet Yellen. «Abbiamo deciso di attendere più a lungo per valutare l’impatto recente della volatilità dei mercati» sull’economia reale degli Stati Uniti. La sua allusione si riferisce alla caduta della Borsa cinese e a quello che ci sta dietro. Il rallentamento della crescita in Cina esercita un effetto deflattivo (riduzione della domanda, riduzione dei prezzi) su tutte le altre economie, America inclusa. La Cina importa meno materie prime, quindi stanno male molti paesi emergenti. La Cina importa anche meno prodotti sofisticati dalle grandi potenze industriali come Stati Uniti e Germania; meno lusso made in Italy o made in France. Quell’ammissione della Yellen è la nota di pessimismo che ha spaventato i mercati; non la sua decisione di tenere i tassi d’interesse a quota zero che ne è semplicemente la conseguenza. Gli investitori hanno dedotto dalla decisione della Fed che perfino l’economia Usa, al termine di sei anni di crescita, non si può ancora considerare completamente guarita dai postumi dell’ultima crisi. Non è ancora in una situazione normale. Per lo meno, non così normale da tornare a vedere dei tassi “normalmente” positivi come lo furono in passato (cioè dell’ordine del 3%).
Molte voci autorevoli avevano esortato la Yellen a fare proprio quello che ha fatto giovedì: cioè niente. Il Fondo monetario e la Banca mondiale avevano espresso forte preoccupazione per gli effetti globali che un aumento dei tassi Usa (sia pure un minuscolo +0,25%) avrebbe potuto esercitare. Le interconnessioni nell’economia mondiale viaggiano in molti sensi. La Cina più lenta indebolisce gli altri. E un aumento dei rendimenti americani poteva accelerare quelle fughe di capitali già in atto da molti Brics, Brasile in testa. Tutto il fronte delle nazioni emergenti è in sofferenza.
Il dibattito più acceso in seno alla Fed — che è un organismo collegiale, non una monarchia — riguarda l’inflazione, le sue cause, il suo futuro. Domanda chiave: dov’è finita l’inflazione? Il mandato istituzionale della Fed le assegna due missioni. Sostenere la crescita e il pieno impiego. Controllare l’inflazione. Sulla crescita si può dire: missione compiuta; è da sei anni che la locomotiva Usa va avanti e il mercato del lavoro con il 5% di disoccupati è ormai abbastanza vicino al pieno impiego. Buona parte del merito va proprio alla Fed che non ha lesinato mezzi, stampando 4.500 miliardi di dollari per dare liquidità all’economia reale. E l’inflazione? Missione stra-compiuta. L’inflazione è ben al di sotto di quel 2% considerato fisiologico. L’ultima volta che la Fed alzò i tassi, nel giugno 2006, l’inflazione viaggiava al 4% cioè il doppio della velocità consentita. Ma se i prezzi oggi non salgono, di chi è il merito? In questo caso la “missione compiuta” non è della Fed. Inondando l’America (e il mondo) di liquidità, tenendo il costo del credito a livelli eccezionalmente bassi, la Fed non ha mosso un dito mignolo per contrastare l’inflazione. La quale è sparita per altre ragioni: l’effetto deflattivo della Cina, certo. Ma anche dei cambiamenti strutturali che preoccupano gli economisti di sinistra vicini alla Yellen, da Paul Krugman a Robert Reich, da Larry Summers a Jeffrey Sachs. Costoro s’interrogano sul concetto di piena occupazione. Quel 5% di disoccupati ufficiali è una buona notizia certo (soprattutto se si paragona all’Europa) e tuttavia non calcola una fascia di popolazione che ha smesso di cercare un lavoro, o che deve accontentarsi di lavoretti part-time con cui non guadagna abbastanza. Per non parlare del pensionamento dei baby-boomer che riduce strutturalmente la popolazione attiva per ragioni anagrafiche. Infine c’è il mistero dei salari che salgono poco, perfino in questa situazione di (teorico) pieno impiego. Qui c’entra un altro tipo di cambiamento: i rapporti di forze tra capitale e lavoro. I livelli di sindacalizzazione della manodopera americana sono ai minimi storici. Per questo la sinistra keynesiana chiede alla Yellen di spingere ancora sull’acceleratore, finché i lavoratori non avranno recuperato potere negoziale. Fino a quando aspetterà? Ora le scommesse sono su dicembre, o inizio 2016.

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