L’«ascetico» Jeremy Cor­byn alla guida del Labour party

L’«ascetico» Jeremy Cor­byn alla guida del Labour party

Tutto il potere a Jeremy Ber­nard Cor­byn: la base del par­tito ha par­lato quasi all’unisono, e ad alta voce. Con un’assordante mag­gio­ranza del 59,5 % delle pre­fe­renze ha eletto al primo turno un ses­san­ta­seienne che per 32 anni – dal 1983 – ha ser­vito dalle retro­vie della sini­stra socia­li­sta votando quasi rego­lar­mente con­tro la linea uffi­ciale. Il suo vice sarà Tom Watson, classe 1967, di Shef­field, un moder­niz­za­tore esperto in comu­ni­ca­zione digi­tale e impla­ca­bile nemico della stampa di Murdoch.

I risul­tati di cia­scun can­di­dato sono letti in ordine alfa­be­tico. Nell’apprendere del suo mise­ra­bile 19%, il volto di Andy Bur­n­ham, il favo­rito ini­ziale, impie­tri­sce: gli occhi paiono lucidi. Yvette Coo­per rie­sce a incas­sare il pro­prio ancora più magro 17% con assai mag­giore stile. Del 4,5% di Liz Ken­dall, unico can­di­dato aper­ta­mente filo­mer­cato, si saprà solo più tardi, una volta pla­ca­tosi il boato all’annuncio del mega­li­tico 59,5% di Corbyn.

Strana cop­pia que­sto lea­der e il suo vice: accanto all’ascetico e allam­pa­nato Cor­byn, il look da pub­bli­ci­ta­rio ram­pante di Watson lo fa sem­brare il suo spin doc­tor. È anche que­sto un segno della cesura quasi antro­po­lo­gica che attra­versa l’anima dell’ex New Labour, che sarà impari com­pito del nuovo lea­der col­mare quanto più pos­si­bile.
Così Cor­byn, il Cin­cin­nato che ha lasciato con rilut­tanza le quiete ope­rosa del suo orto — «vi cre­sce­ranno delle erbacce, ma vi farò pre­sto ritorno» — aveva detto can­di­da­mente dopo essersi lasciato con­vin­cere alla can­di­da­tura, si è visto con­se­gnare le chiavi del par­tito da una sala sbi­got­tita, i cui sen­ti­menti anda­vano dalla stizza amara al puro stu­pore, dal ras­se­gnato cini­smo alla supina accet­ta­zione, dalla pre­oc­cu­pata rifles­sione al più incon­te­ni­bile entu­sia­smo. Non è dif­fi­cile capire per­ché: Cor­byn — l’uomo che cadde sulla lea­der­ship, a voler para­fra­sare il film di Nico­las Roeg con un indi­men­ti­ca­bile David Bowie che inter­preta un alieno — ha rice­vuto più con­sensi di Blair stesso nel 1994. Un man­dato ciclo­pico che ne fa il lea­der indi­scusso, con buona pace dei non pochi pro­fes­sio­ni­sti di un par­tito da tempo ormai troppo a suo agio nella stanza dei bottoni.

Fu così che le mille anime del Labour party, diven­tato ormai una galas­sia da per­cor­rere con il satel­li­tare, si tro­va­rono di fronte a un fatto com­piuto quanto ine­lut­ta­bile. Nel vociare delle rea­zioni alla vit­to­ria e gua­dando le tele­ca­mere, l’uomo che in pochis­simi ave­vano già sen­tito par­lare e la cui esi­stenza prima di tre mesi era del tutto ignota ai più ha poi rag­giunto il podio per il key­note speech, pro­prio come a Cuper­tino. Banco di prova enorme, quello del discorso: rito col­let­tivo nel quale ci si stringe attorno al neo-leader osteg­giato fino a poco prima secondo le sue capa­cità ora­to­rie e tea­trali. E davanti a una pla­tea a dir poco fram­men­tata in un calei­do­sco­pico tumulto di emo­zioni con­tra­stanti. Chuka Umunna, il gio­vane e dina­mico aspi­rante lea­der «moder­ni­sta», con­si­de­rato il vero favo­rito alla lea­der­ship e pro­ta­go­ni­sta di un sen­sa­zio­nale ritiro per que­stione di pri­vacy, osserva con con­di­scen­denza, inap­pun­ta­bile nel suo com­pleto simil-Savile Row.

Eppure Cor­byn, un uomo chia­ra­mente a disa­gio sotto i riflet­tori e che non può van­tare la par­te­ci­pa­zione gio­va­nile a quiz della tele­vi­sione com­mer­ciale né la fami­lia­rità con la Play­sta­tion di altri suoi col­le­ghi euro­pei, nel suo discorso ha fatto capire come pro­prio que­sta sua ina­de­gua­tezza media­tica strut­tu­rale, mesco­lata alla dispe­rata ricerca di un senso da resti­tuire alla parola socia­li­smo da parte di così tanti mem­bri e sim­pa­tiz­zanti Labour, sia la forza anti­re­to­rica (non anti­po­li­tica) alla base del suo successo.

Un discorso vaga­mente idea­li­stico, posato ai limiti del pede­stre, meta­fo­ri­ca­mente neu­tro. Les­sico povero ai limiti dell’ascesi: che vuole tra­sci­nare senza vir­tuo­si­smi, per­sua­dere senza incan­tare. Soprat­tutto, pre­oc­cu­pan­dosi di sod­di­sfare l’imperativo prin­ci­pale: quello dell’unità del par­tito. Sapendo di essere fino a ieri parte di una mino­ranza ex-perenne inspie­ga­bil­mente tra­smu­tata in mag­gio­ranza nello spa­zio di tre mesi, sapendo che la pro­pria ele­zione pro­mette una ridda di rea­zioni tutt’altro che favo­re­voli da parte dell’establishment del par­tito, la sua prima pre­oc­cu­pa­zione è stata l’invito a stare uniti. La sfilza di umili rin­gra­zia­menti ai limiti del tedio a tutti, avver­sari com­presi, andava pro­prio in que­sta dire­zione. Che non hanno man­cato di toc­care i cuori di Bur­n­ham, Coo­per e Ken­dall, ai quali è stata tesa la mano dell’ecumenismo nel nome di una vit­to­ria alle poli­ti­che del 2020 improv­vi­sa­mente meno chi­me­rica per tutti. Ripe­tendo, sì, «pas­sione» e «appas­sio­nato» in quasi ogni frase. Ma anche usando fre­quen­te­mente la parola «movi­mento», ormai ban­dita da qua­lun­que abbe­ce­da­rio neo­la­bu­ri­sta. Par­lando di pace, di ugua­glianza, di ambiente e di tante altre cose «scon­fitte dalla sto­ria». E improv­vi­sa­mente, com­plice forse un’improvvisa soli­da­rietà nel nome delle recenti bato­ste subite, per un attimo molti sor­risi da cir­co­stanza si sono fatti sinceri.

Non avrà vita facile quest’alieno che i media di regime, come alcuni stessi com­pa­gni di par­tito, sono soliti descri­vere come la tri­bute band di un trotz­ki­smo anni Ottanta: il mini­stro ombra della sanità, Jamie Reed, annun­ciava quasi con­tem­po­ra­nea­mente le sue dimis­sioni. La com­po­nente par­la­men­tare del par­tito gli è per il 90% ostile. Ma i numeri di Cor­byn non si discu­tono: sedi­ci­mila volon­tari nella sua cam­pa­gna, un’enorme par­te­ci­pa­zione gio­va­nile con­si­de­rata «per­duta», più di 500.000 fra iscritti o affi­liati. Numeri – e idee — che in que­sto momento par­lano di più e meglio di un buon comu­ni­ca­tore qualsiasi.



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