L’Ocse: integrazione, integrazione, integrazione
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Outlook 2015. L’organizzazione dei 34 paesi più ricchi prevede fino a un milione di rifugiati in Europa quest’anno, un po’ meno della metà avrà l’asilo: una “cifra gestibile” perché “l’Europa ha capacità e esperienza”. Il fenomeno è destinato a durare, l’Ocse suggerisce di investire sull’integrazione
Un po’ di razionalità nella confusione che sta sommergendo la Ue sulla crisi dei rifugiati. L’Outlook 2015 dell’Ocse sulle migrazioni internazionali, presentato ieri, ricorda alcune cifre e mette in prospettiva la situazione attuale, mentre a Bruxelles i ministri degli Interni hanno dovuto fare ricorso al voto a maggioranza (e mostrare la spaccatura) per l’accoglienza di 120mila persone, una cifra nettamente inferiore alla realtà dei fatti.
Per l’Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico (che riunisce i 34 paesi più ricchi del mondo), certo, «l’attuale crisi umanitaria è senza precedenti» dalla seconda guerra mondiale, in particolare per l’Europa, con un numero crescente di rifugiati e di richiedenti asilo e ha un «costo umano spaventoso e inaccettabile», per numero di morti (già 2.800 quest’anno, 3.400 nel 2014) e per la massa di profughi.
In Europa, quest’anno i rifugiati potrebbero salire fino a un milione e 350-450mila persone otterranno molto probabilmente l’asilo o una protezione similare. «In questo contesto», quindi, «è necessaria una strategia politica globale», ribadisce l’Ocse.
Certo, rileva l’Ocse, questa crisi dei rifugiati arriva «in un periodo relativamente delicato per l’economia e il mercato del lavoro in Europa, oltre che in un contesto di lotta mondiale contro il terrorismo». Ma l’Europa ha «la capacità e l’esperienza» per farvi fronte, afferma il segretario generale Angel Gurria e, malgrado l’allarme che serpeggia tra le popolazioni aizzate da governi che sfruttano le paure, il numero dei rifugiati «è gestibile» rispetto alla popolazione europea.
«Una grande sfida – riassume Jean-Christophe Dumont, capo della divisione Migrazioni dell’Ocse – ma tutti assieme è sormontabile». La crisi dei rifugiati, del resto, non deve far dimenticare che «l’essenziale dell’immigrazione verso l’Europa e i paesi Ocse si realizza sempre attraverso vie legali ben gestite».
Nel 2014, nei 34 paesi Ocse sono entrati complessivamente 4,3 milioni di persone per stabilirsi in modo stabile, in crescita del 6% rispetto al 2013.
Angel Gurria ha ricordato ai paesi più ricchi del mondo che «questi migranti si stabiliranno da qualche parte e la questione sarà quindi l’integrazione, l’integrazione e ancora l’integrazione». Affrontare con razionalità un fenomeno che inquieta le popolazioni, significa «riflettere su come questi migranti possano rispondere ad alcuni bisogni della Ue, per esempio l’invecchiamento della popolazione».
Per Gurria, una scelta giusta sarebbe di «aiutarli» ad integrarsi: «Tutto quello che potremmo investire in loro li renderà dei buoni cittadini dei nostri paesi». Gurria insiste: «I dirigenti non devono avere paura, la paura è la peggiore delle reazioni, in questo momento è una tragedia umana, ma dopo sarà una sfida di integrazione sociale e economica. Non bisogna vedervi una spesa ma un investimento. Se si adotta questo punto di vista, tutte le prospettive cambiano».
I rifugiati che arrivano ora sono «più istruiti che nel passato», precisa Dumont (l’80% di coloro che sono arrivati in Svezia dalla Siria ha un diploma di scuola superiore). «Investire nell’integrazione» è la sola strada, visto che, afferma l’Ocse, «a breve termine ci sono poche prospettive di vedere la situazione stabilizzarsi significativamente nei principali paesi d’origine».
Nei prossimi anni, «flussi importanti» sono destinati a continuare. Gurria ha respinto i discorsi di alcuni dirigenti europei, a cominciare dall’ungherese Viktor Orbán (ma non è certo il solo), che accusano la Germania di aver favorito l’ondata di arrivi promettendo accoglienza: sono giudizi «estremamente ingiusti, significa mancare di oggettività, queste persone erano già in movimento, la Siria è un paese che sta esplodendo, le città stanno scomparendo, le famiglie sono perseguitate, ci sono stati circa 300mila morti, ci sono milioni di sfollati e centinaia di migliaia di persone, che sono ancora in Siria, cercano di lasciare il paese».
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