Nelle vie di Barcellona l’esultanza dei catalani “Abbiamo vinto Ora l’indipendenza”

I nazionalisti conquistano la maggioranza assoluta dei seggi nel parlamento locale. Ma falliscono l’obiettivo del 50%. Il leader Artur Mas: “È un successo della democrazia”

ALESSANDRO OPPES, la Repubblica redazione • 28/9/2015 • Copertina, Europa, Internazionale • 741 Viste

BARCELLONA . Un boato squarcia la notte sulla Plaça Comercial. Poi l’applauso, lo slogan ritmato di “In-Inde-Independencia”, e subito la folla intona Els Segadors, l’inno nazionale di quello che sperano possa diventare presto un nuovo Stato. Bastano i primi exit-poll trasmessi alle 8 della sera sui maxischermi allestiti nella roccaforte separatista del quartiere del Born, davanti al vecchio mercato in stile modernista riconvertito in centro culturale icona delle rivendicazioni nazionaliste, per scaldare gli animi, per scatenare l’euforia. Qui il listone di Junts pel Sí , nato dall’accordo tra il president Artur Mas e il leader repubblicano Oriol Junqueras, ha stabilito il suo quartier generale nella speranza di poter celebrare una nottata storica. E i dati, poi confermati dal conteggio ufficiale delle schede, gli danno ragione. Il fronte secessionista supera l’obiettivo minimo della maggioranza assoluta di 68 seggi (ne ottiene 73), indispensabile per restare al governo della regione. Contrariamente alle prime proiezioni che gli assegnavano anche la maggioranza assoluta dei voti, tanto più significativa se si considera l’altissima affluenza alle urne, la più alta di sempre, si ferma invece al 48 per cento. Un risultato che Mas celebra comunque come un trionfo, ballando tra i suoi fan a tarda notte sul palco del Born. «Ha vinto il sì e ha vinto la democrazia», esulta il presidente, che promette di amministrare la vittoria«“con senso di cocordia rispetto alla Spagna e all’Europa». È presto per sapere se forzerà i tempi della minacciata dichiarazione unilaterale di indipendenza o esplorerà tutte le possibili vie di dialogo. Il listone ottiene 62 seggi, a cui vanno aggiunti i 10 della Cup, la frangia di estrema sinistra del blocco indipendentista. Un raggruppamento ideologicamente distante dalle posizioni neoliberali di Mas, però unito a lui dalla rivendicazione di una Catalogna libera dall’abbraccio di Madrid. Per il resto, sul fronte del “no” al divorzio dallo Stato centrale, risalta l’affermazione di Ciudadanos, il volto amabile dell’anti-nazionalismo (25 seggi contro i 9 di tre anni fa), in contrasto con il crollo verticale del Pp di Rajoy, che quasi vede dimezzati i voti (11 seggi, ne aveva 19) ed è ridotto a penultima forza con rappresentanza parlamentare. Resistono i socialisti, leggermente in calo ma meno di quanto ci si potesse aspettare, che con 16 seggi (nel 2012 ne ottennero 20) surclassano l’alleanza di sinistra Catalunya Sí que es Pot: un fiasco clamoroso per Podemos ( non ha convinto il messaggio di Pablo Iglesias che non dice sì all’indipendenza ma pro- pone un referendum se arriverà a conquistare la Moncloa a dicembre): l’apporto di Podemos alla coalizione è stato nullo, anzi penalizzante per gli eco-socialisti di Iniciativa per Catalunya, che tre anni fa da soli avevano conquistato 13 seggi, mentre questa volta con una campagna monopolizzata dalla formazione “viola” sono scivolati a 11.
Che la Catalogna vivesse una giornata potenzialmente storica, si è capito sin dal primo mattino, con lunghe code ai seggi (oltre il 77 per cento l’affluenza dieci punti in più rispetto al 2012). Nel cortile del Col-legi La Salle, a decine si accalcano in coda con la “papeleta” in mano. «Mai vista tanta gente», assicura un rappresentante di lista di Junts pel Sí, già convinto che possa essere un buon segnale per l’opzione secessionista. Siamo nel Barri de Gràcia, roccaforte indipendentista, dove tra vicoli e piazzette è difficile vedere anche un solo edificio che non abbia almeno una estelada esposta al balcone. Avvolto nell’emblema del “nou país”, lo Stato nuovo vagheggiato da Mas e soci, un anziano con barba bianca, pattini a rotelle ai piedi, gira come una trottola da un capo all’altro della Plaça de la Revolució, convinto probabilmente di aver scelto il posto giusto per celebrare una giornata decisiva.
Le operazioni di voto procedono in modo pacifico, senza incidenti di rilievo. La polizia nazionale, accorsa in forze da Madrid – 500 agenti inviati dal ministro dell’Interno – mantiene una presenza discreta: vigila sulle sedi degli edifici che ospitano uffici dell’amministrazione centrale e niente più, qui dell’ordine pubblico si occupa il corpo dei Mossos d’Esquadra, dipendente dal governo regionale. Qualche momento di tensione si vive sotto i riflettori di tv e fotografi quando il president Artur Mas arriva con la moglie Helena Rakosnik al seggio vicino al suo elegante appartamento di Carrer Tuset, nel quartiere alto-borghese di Sant Gervasi. Militanti di Vox, un partito irrilevante di ultradestra (roba da zero virgola) sfoderano due bandiere spagnole e inneggiano all’unità nazionale. I fan del “procés” separatista tuonano “independencia”. Espulsi i provocatori torna la calma. All’uscita, in un breve messaggio “urbi et orbi” in catalano, spagnolo, inglese e francese, Mas dice che, comunque andasse a finire, «la democrazia ha vinto, in Catalogna, in Spagna e in Europa».

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