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Un’utile fles­si­bi­lità

La scelta di anti­ci­pare il pen­sio­na­mento avrebbe diversi effetti posi­tivi sociali ed eco­no­mici

Felice Roberto Pizzuti, il manifesto redazione • 27/9/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 630 Viste

Le pre­oc­cu­pa­zioni del mini­stro dell’Economia sul fatto che intro­durre fles­si­bi­lità nel col­lo­ca­mento a riposo possa avere con­se­guenze sul bilan­cio pub­blico sono evi­den­te­mente fon­date. Ogni anti­ci­pa­zione di pen­sio­na­mento implica un cor­ri­spon­dente aumento della spesa pub­blica nel breve periodo; solo suc­ces­si­va­mente si avver­tono i risparmi deri­vanti dal minor importo delle pre­sta­zioni. Tut­ta­via, il punto da con­si­de­rare non dovrebbe essere solo e tanto quello finan­zia­rio imme­diato, ma se la fles­si­bi­lità sia utile dal più signi­fi­ca­tivo punto di vista eco­no­mico e sociale e, in pro­spet­tiva, per lo stesso bilan­cio pubblico.

La scelta di anti­ci­pare il pen­sio­na­mento avrebbe diversi effetti posi­tivi sociali ed eco­no­mici. In primo luogo, si resti­tui­rebbe ad una larga fascia di ultra ses­san­tenni la pos­si­bi­lità di attuare i loro pro­grammi di vita improv­vi­sa­mente bloc­cati dalla legge For­nero, con­sen­tendo di lasciare il lavoro a per­sone che cer­ta­mente non sono più molto moti­vate. Cor­ri­spon­den­te­mente, si cree­reb­bero posti di lavoro aggiun­tivi per i gio­vani i quali, invece, vivono con grande fru­stra­zione la dif­fi­coltà di ini­ziare la loro vita lavo­ra­tiva. Nell’insieme si ridur­rebbe l’età media della forza lavoro occu­pata, con effetti posi­tivi anche sulla pro­dut­ti­vità e il costo del lavoro com­ples­sivo. Lavo­ra­tori più gio­vani, moti­vati e istruiti miglio­re­reb­bero la capa­cità inno­va­tiva del nostro sistema pro­dut­tivo che rap­pre­senta la sua prin­ci­pale carenza. Infine, ma non per impor­tanza, la fles­si­bi­lità dell’età di pen­sio­na­mento atte­nue­rebbe il pro­blema degli eso­dati, una delle più incre­di­bili e penose con­se­guenze della legge For­nero.
Occorre poi tener conto di altre due rile­vanti cir­co­stanze. La prima, eco­no­mica, è che l’incremento solo momen­ta­neo della spesa pen­sio­ni­stica e l’aumento dell’occupazione gio­va­nile, dareb­bero un soste­gno imme­diato alla domanda che è quanto più neces­sita attual­mente al nostro sistema eco­no­mico. La seconda, di carat­tere etico e distri­bu­tivo, è che, fin dal 1996 — cioè subito dopo le riforme Amato del 1992 e Dini del 1995 — il saldo tra le entrate con­tri­bu­tive e le uscite pen­sio­ni­sti­che pre­vi­den­ziali al netto delle rite­nute fiscali è con­si­sten­te­mente posi­tivo; nel 2013 — ultimo anno di cui si hanno i dati — è stato di 21 miliardi (l’equivalente di una legge finanziaria!).

Con­ti­nuare ad attin­gere al sistema pen­sio­ni­stico per soste­nere il bilan­cio pub­blico implica una scelta eco­no­mica, sociale e poli­tica con effetti con­tro­pro­du­centi a tutti e tre i livelli. Pur in pre­senza di invec­chia­mento demo­gra­fico, che fa aumen­tare il rap­porto tra anziani e popo­la­zione attiva, l’andamento pre­vi­sto del rap­porto tra spesa pen­sio­ni­stica e Pil non segnala nes­suna «gobba», ma — invece — è decre­scente. Ne segue che il rap­porto tra la pen­sione media e il sala­rio medio, che oggi è del 45%, scen­derà fino a rag­giun­gere il 33% tra vent’anni. Si sta dun­que creando un diva­rio cre­scente tra la par­te­ci­pa­zione al Pil degli attivi e quella dei pen­sio­nati.
Il pro­blema strut­tu­rale dell’attuale assetto pen­sio­ni­stico è che sta creando una vera e pro­pria bomba sociale: in pochi anni la mag­gio­ranza dei pen­sio­nati sarà costi­tuita da poveri.
La que­stione più gene­rale che andrebbe valu­tata anche per la scelta se rein­tro­durre o meno fles­si­bi­lità nel sistema pen­sio­ni­stico è il modo in cui i poli­tici del nostro paese stanno affron­tando il suo declino. Il loro approc­cio con­ti­nua ad accen­tuare le carenze strut­tu­rali del nostro sistema pro­dut­tivo; l’attenzione si con­cen­tra sugli equi­li­bri finan­ziari di breve periodo, sulla ridu­zione del costo del lavoro e sulla com­pe­ti­ti­vità di prezzo, tra­scu­rando di sti­mo­lare la cre­scita e l’innovazione. In campo pre­vi­den­ziale stanno anche intac­cando la tenuta del patto sociale inter­ge­ne­ra­zio­nale, a disca­pito non solo degli equi­li­bri eco­no­mici ma anche di quelli sociali e civili. L’impressione è che sem­brano pen­sare ad altro, senza ren­dersi conto, come avver­tiva Key­nes, che «sono di solito schiavi di qual­che eco­no­mi­sta defunto».

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