Accordo storico di libero scambio nell’area Pacifico 40% del Pil globale

Tra gli effetti il ridimensionamento del potere commerciale cinese

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica redazione • 6/10/2015 • Copertina, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 822 Viste

NEW YORK . «Non possiamo lasciare che sia la Cina a dettare le regole dell’economia globale, in un mondo dove il 95% dei nostri clienti potenziali vivono fuori dalle nostre frontiere». Barack Obama saluta l’accordo sul Trans-Pacific Partnership (Tpp), il nuovo trattato di libero scambio tra l’America e 11 altre nazioni dell’area Asia-Pacifico. Una vittoria a lungo inseguita dal presidente. «Questo accordo – prosegue Obama – include i più forti impegni per i diritti sindacali e le più forti tutele dell’ambiente nella storia di tutto il commercio mondiale». Un esempio che dà ragione a Obama: una volta ratificato l’accordo, il Vietnam che ne è partecipe sarà tenuto ad autorizzare la nascita di sindacati liberi. Si capisce perché Obama presenta il Tpp come un accordo in funzione “anti-cinese”.
La Cina non ne fa parte, ma il Tpp disegna un insieme di regole per tanti altri paesi di quell’area, dal Giappone all’Australia al Canada, compresi dei paesi emergenti che sono diretti concorrenti della Cina. E’ un modo per prefigurare dei negoziati in cui l’Occidente tenterà di ottenere gli stessi diritti per i lavoratori cinesi.
Il Tpp, che copre un’area economica pari al 40% del Pil mondiale, è il più grande accordo di libero scambio firmato dal 1994, quando la conclusione dell’Uruguay Round sfociò nella creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Ma con una differenza sostanziale. Da allora si sono arenati i negoziati per dei trattati “universali”, come il Doha Round che langue da anni. Avanza invece una nuova geopolitica del commercio mondiale, a geometria variabile, i mega- accordi su basi regionali. Dopo il Tpp, l’attenzione si sposta sul Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) che riguarda Europa e America.
Nel Tpp c’è dentro di tutto. Ivi compreso il commercio tradizionale. Su questo fronte è stato cruciale sbloccare il compromesso “carne contro auto”: il Giappone accetta di ridurre il protezionismo agro-alimentare abbassando i dazi doganali sul manzo americano (dal 30% attuale al 9%), in cambio gli Stati Uniti ridurranno i dazi sull’importazione di auto made in Japan (lentamente, in una transizione spalmata su trent’anni). Ma gli aspetti più innovativi – e anche più controversi – di questo accordo riguardano nuovi settori e ostacoli non tariffari. In positivo ci sono gli aspetti citati da Obama come i diritti dei lavoratori e l’ambiente. Su questo secondo terreno, per esempio, diventerà lecito imporre sanzioni contro quei paesi che non contrastano il traffico di animali in via di estinzione.
In negativo, cioè sui temi che hanno suscitato maggiori polemiche nell’opinione pubblica, al primo posto viene la famigerata clausola “Investor- State Settlement”. E’ un nuovo principio, inserito nel Tpp, che consentirà ai privati di fare causa agli Stati, se ritengono che questi ultimi ledano i loro diritti. Sindacati, associazioni di consumatori, ambientalisti di molte nazioni accusano questa clausola di regalare un formidabile strumento alle multinazionali: potranno fare ricorso contro nazionalizzazioni o altre regolamentazioni che tutelino l’interesse pubblico a scapito del profitto privato. L’Australia ha ottenuto che questo principio non valga per l’industria del tabacco. Un altro tema che può avere un’applicazione futura nei confronti della Cina, è il principio che impedisce discriminazioni a favore delle aziende di Stato.
Ora la palla passa all’Europa. Il viceministro allo sviluppo economico Carlo Calenda ha commentato così: «È una svolta fondamentale nella globalizzazione. Per i Brics sarà molto più difficile continuare a indulgere in pratiche protezionistiche e di dumping. Ora dobbiamo lavorare rapidamente per completare il negoziato per il Ttip prima delle elezioni presidenziali americane. Perché ciò sia possibile, gli Stati membri dell’ Ue- ha concluso Calenda – devono ritrovare compattezza e appoggiare il lavoro della Commissione, smettendo di inseguire quella parte minoritaria della pubblica opinione europea che è pregiudizialmente contraria al Ttip per ragioni ideologiche».

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