Annali occidentali della strage in corso

«L’arte della guerra» di Manlio Dinucci per Edizioni Zambon. Un dizionario storico dei conflitti in corso nella genesi atlantica della nuova stagione militar-imperiale

Tommaso di Francesco, il manifesto redazione • 24/10/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Libri & culture • 878 Viste

È dif­fi­cile guar­dare in fac­cia la guerra, i suoi orrori e le sue men­zo­gne. È una atti­vità quasi con­tro­na­tura. Ancora più dif­fi­cile rac­con­tarla ogni giorno, nel momento in cui viene nasco­sta pro­prio da chi la sta pre­pa­rando. È un lavoro defa­ti­gante, pre­tende razio­na­lità pas­sio­nale, per­fino più dell’ottimismo della volontà ormai quasi intro­va­bile. È il lavoro rigo­roso e quo­ti­diano che Man­lio Dinucci svolge sulle pagine de il mani­fe­sto, in una scrit­tura che è fonte d’ispirazione per i movi­menti paci­fi­sti. Così ha pen­sato bene non solo di rac­co­gliere i testi della bril­lante rubrica del mar­tedì «L’arte della guerra», ma di aprire que­sta «cro­naca» ad una rico­stru­zione poli­tica e sto­rica degli ultimi 25 anni a cavallo dei secoli. Il libro L’arte della guerra, con il sot­to­ti­tolo «Annali della stra­te­gia Usa/Nato 1990–2015» (Zam­bon Edi­tore, 549 pp. 18 euro, in libre­ria e da richie­dere anche presso Diest Distri­bu­zioni posta@?diestlibri.?it, Ama?zon?.it e altri distri­bu­tori) abbrac­cia dun­que un momento di svolta della sto­ria recente. Che va dalla fine del Secolo breve al nuovo XXI Secolo, for­te­mente con­tras­se­gnato da rin­no­vati con­flitti, così perio­diz­zati: 1990–1991, il Golfo, la prima guerra del Dopo guerra fredda; 1991–1999, Jugo­sla­via, la seconda guerra del Dopo guerra fredda; 2001, l’Afghanistan, la terza guerra del Dopo guerra fredda; 2003, Iraq, la quarta guerra del Dopo guerra fredda; 2011, Libia, la quinta guerra del Dopo guerra fredda; 2013–2014 Ucraina, la nuova Guerra fredda.

Ci tro­viamo di fronte, come per un sto­rico clas­sico della lati­nità, alla forma «annale» degli avve­ni­menti umani. Indi­vi­duando nella sigla Usa/Nato il pro­ta­go­ni­smo unico — dopo la caduta del Muro di Ber­lino — della nuova, infi­nita sta­gione militar-imperiale. Il titolo, L’arte della guerra, richiama il clas­sico di teo­ria mili­tare dell’antica Cina attri­buito al gene­rale e filo­sofo Sun Tzu vis­suto tra il VI e il V secolo a. C. che spiega come si com­batte una guerra. Il libro di Man­lio Dinucci rac­conta invece di come sia neces­sa­rio e vitale — pena la bar­ba­rie — com­bat­tere la guerra e le sue «ragioni», poli­ti­che, eco­no­mi­che, geo­stra­te­gi­che e fal­sa­mente «umanitarie».

A que­sto punto, una memo­ria per­so­nale che torna utile nell’occasione di que­sto impor­tante libro. Era il 9 novem­bre 1989, nel quo­ti­diano comu­ni­sta il mani­fe­sto ini­ziava la riu­nione di reda­zione al quinto piano di Via Toma­celli 146. La noti­zia appena arri­vata era che le auto­rità della Ddr ave­vano «incon­sa­pe­vol­mente» comu­ni­cato l’apertura dei var­chi di pas­sag­gio verso la Rdt (la Ger­ma­nia dell’ovest), del Muro di Ber­lino. Era l’inizio della caduta festosa del Muro di Ber­lino. In molti tra i più gio­vani erano entu­sia­sti; più dubi­ta­tivi invece i meno gio­vani, legati alla sto­ria della radia­zione dal Pci, nel 1969, del gruppo che aveva accu­sato il par­tito di avere abban­do­nato Praga nelle mani della restau­ra­zione di Mosca dopo l’invasione dell’agosto ‘68. Il mani­fe­sto, che aveva pro­mosso ben due con­ve­gni inter­na­zio­nali sul potere e sull’opposizione nelle società post-rivoluzionarie a par­tire dall’Europa dell’Est, con Ros­sana Ros­sanda era già impe­gnato a soste­nere la svolta poli­tica straor­di­na­ria che Michail Gor­ba­ciov, diven­tato segre­ta­rio del Pcus nel 1985, aveva impresso all’Urss; e a seguire i cam­bia­menti, diversi uno dall’altro, che ne erano deri­vati nell’est e nel mondo. A giu­gno dell’89 c’era stata la strage della Tian An Men a Pechino, men­tre rina­sce­vano i peri­co­losi nazio­na­li­smi nella Jugo­sla­via. Ma anche Ros­sana Ros­sanda quella mat­tina era guar­dinga sulla grande «implo­sione» che acca­deva sotto i nostri occhi. Più per­plesso ancora il diret­tore del gior­nale Luigi Pin­tor. Dopo molti inter­venti tutti più che posi­tivi sugli avve­ni­menti in corso (con l’auspicio: così cadranno anche i Muri dell’Occidente), gli sguardi si rivol­sero inter­ro­ga­ti­va­mente pro­prio a lui. E Pin­tor alla fine sus­surrò: «Io sento solo una grande puzza di guerra».

Che cosa volesse dire dav­vero e quanto avesse ragione Luigi Pin­tor sarebbe stato chiaro solo due anni dopo nel 1991, la stessa data della fine dell’Unione sovie­tica. Con la prima guerra occi­den­tale all’Iraq a par­te­ci­pa­zione anche ita­liana e con il nuovo pro­ta­go­ni­smo della Nato a par­tire dai Bal­cani. Per­ché il Patto atlan­tico, nato nel 1949 in fun­zione «difen­siva» dopo la crisi di Ber­lino con­tro i paesi della sfera sovie­tica e l’Urss, con il crollo del nemico avrebbe dovuto per­lo­meno scom­pa­rire. Il Patto di Var­sa­via (costi­tuito nel 1955 dopo l’ingresso della Ger­ma­nia ovest nella Nato) si era sciolto nel 1991. E invece alla fine del 1999 — dopo la guerra di 78 giorni di raid aerei «uma­ni­tari» sull’ex Jugo­sla­via — gli ex paesi del Patto di Var­sa­via, den­tro l’accorta «stra­te­gia dell’allargamento a est» avreb­bero fatto tutti parte dell’Alleanza atlan­tica, con basi mili­tari, nuovi sistemi d’arma, pro­getti di scudo anti­mis­sile, pri­gioni della Cia e rin­no­vati bilanci mili­tari. Tutti intorno alla Rus­sia e alla sua sim­bo­lo­gia resi­dua dell’ex potenza sovie­tica. E que­sto ben prima di entrare nell’Unione euro­pea e anzi come «prova» del loro ade­gua­mento alla demo­cra­zia occi­den­tale. Ben altro che la «casa comune euro­pea» tanto auspi­cata da Gor­ba­ciov prima di essere sconfitto.

Sia chiaro: non che prima dell’89 le guerre non ci fos­sero. Tra­gi­ca­mente rien­tra­vano nel con­flitto tra i due bloc­chi, den­tro la bar­riera inva­li­ca­bile del ter­rore ato­mico. Intanto il Viet­nam veniva insan­gui­nato con due milioni di morti e veni­vano mas­sa­crate le rivo­lu­zioni in Cile e poi in Angola e Mozam­bico; e poi l’Afghanistan con l’intervento spe­cu­lare sovie­tico. La guerra era lon­tana ma non per que­sto meno cri­mi­nale. Una sola era la cer­tezza: l’Italia e l’Europa, pur schie­rate nel fronte occi­den­tale impe­gnato nei con­flitti, non par­te­ci­pa­vano diret­ta­mente ai conflitti.

Ma fu pro­prio dal 1989, dalla Con­fe­renza per la sicu­rezza e la coo­pe­ra­zione in Europa del 1990 e dalla Com­mis­sione Badin­ter ancora della Cee, che la guerra, a par­tire dal Sud Est bal­ca­nico, tor­nava in Europa — altro che «mira­colo», come rac­conta Mat­teo Renzi plau­dendo alla pre­sunta estra­neità alla guerra dell’Europa in que­sto ven­ten­nio. E anche l’Italia, come sistema-militare e alleato stra­te­gico Nato, ne sarebbe stata pro­ta­go­ni­sta, nel disprezzo della sua Costi­tu­zione fondativa.

Il libro di Dinucci man­cava: è un dizio­na­rio sto­rico della guerra in corso, una rico­stru­zione delle sue radici nella crisi eco­no­mica e nel ruolo del capi­ta­li­smo finan­zia­rio; uno stru­mento fon­da­men­tale per rites­sere la tela della potenza mon­diale del paci­fi­smo scon­fitta — a quanto pare una volta per tutte — il 24 marzo del 2003, quando George W. Bush, incu­rante della pro­te­ste che por­ta­rono in piazza cento milioni di per­sone, sca­tenò ad ogni costo la guerra con­tro l’Iraq. Infine è un bre­via­rio da uti­liz­zare per dare aria e luce alla sini­stra che non c’è e che relega l’argomento «guerra» in appen­dice ai docu­menti ufficiali.

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