Asse tra Confindustria e Palazzo Chigi per isolare Cgil, Cisl, Uil

Dopo la scelta degli industriali di lasciare il tavolo delle trattative va in crisi il modello di relazioni. E l’esecutivo entra in campo

ROBERTO MANIA, la Repubblica redazione • 7/10/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Sindacato • 1191 Viste

ROMA. Giocare su troppi campi non fa sempre bene al sindacato. Prendiamo Maurizio Landini, segretario generale della Fiom: ieri di prima mattina alle 8.15 era in diretta in video per dire, rispondendo ad una domanda, che se necessario per difendere il lavoro lui occuperebbe le fabbriche. E che dunque comprendeva la rabbia dei dipendenti dell’Air France i quali di fronte a un piano di ristrutturazione pesantissimo sotto il profilo sociale con quasi tremila licenziamenti hanno aggredito i manager dell’azienda all’aeroporto di Roissy Charles de Gaulle. Poi, lo stesso Landini si è spostato nella sede sindacale per partecipare alla riunione del Direttivo della Cgil, il parlamentino del sindacato dove si prendono le decisioni più importanti. Lì non ha nemmeno fatto cenno né alla vertenza francese né, tantomeno, all’ipotesi di occupazione delle fabbriche. Due piani diversi, due campi paradossalmente separati. Landini, tra i suoi colleghi, ha parlato di contrattazione, di livelli negoziali, della proposta di Finmeccanica di sottoscrivere un unico contratto di gruppo senza, diversamente dalla strada imboccata da Sergio Marchionne, uscire dal contratto nazionale e intaccare le attuali tutele. Del caso Air France, della crisi del modello sociale francese, non si è affatto parlato tra i dirigenti della Cgil, a parte una richiesta solitaria di solidarietà a favore dei lavoratori parigini caduta nel vuoto della sala. In molti non sapevano delle affermazioni di Landini. E Susanna Camusso si è ben guardata dall’aprire questo capitolo. Anche se è difficile pensare che condivida l’opinione televisiva diLandini. L’Air France è rimasta in tv, fuori dal Direttivo.
Ieri, a Milano, si doveva parlare di contratti. Un campo, questo, dove con molta probabilità entrerà a giocare anche il governo, con l’introduzione del salario minimo legale e la fine, di fatto, del contratto nazionale, da sempre lo scheletro del nostro sistema di relazioni sindacali. Sempre a Milano nella sede dall’Assolombarda, infatti, è stato il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, ad annunciare pubblicamente la fine del confronto sulla riforma del modello contrattuale con Cgil, Cisl e Uil. Offrendo così una sponda particolarmente solida all’intervento del governo di Matteo Renzi. Squinzi ha dato la colpa ai sindacati, questi agli industriali. Ma dietro le quinte sembra si stia formando un asse tra il governo e la Confindustria per indebolire il sindacato, con il rischio, forse sottovalutato, che gli industriali si facciano un autogol. Certo se il modello francese, conflittual-corporativo, sta tracollando, se quello partecipativo tedesco, dopo lo scandalo Volkswagen, con i sindacati nei consigli di sorveglianza si è a dir poco incrinato, quello italiano post-concertazione non gode più di buona salute. Anzi.
E il paradosso è che poco prima che Squinzi dichiarasse il “game over” il Direttivo della Cgil decideva di affidare alla segreteria nazionale il compito di definire una proposta per riformare il sistema di relazioni sindacali. Probabilmente fuori tempo massimo. Quella sui contratti è una partita che ha a che fare con il potere all’interno dei luoghi di lavoro, con la tutela del reddito di chi lavora, con le diseguaglianze che negli anni della crisi si sono prodotte, con la velocità che la globalizzazione imprime ai cambiamenti. Dunque, in qualche modo, anche con quel che è accaduto due giorni fa all’aeroporto di Parigi. Eppure ricomporre il puzzle italiano, sempre che lo si voglia, non sarà facile. Qualcuno dice che il governo potrebbe riaprire la Sala Verde del terzo piano di Palazzo Chigi (quella delle trattative per i patti sociali), ma solo per prendere atto del fallimento del negoziato tra Confindustria e sindacati e annunciare che a una riforma strategica come quella sulla contrattazione non si può comunque rinunciare. Per questo sarà il governo a scriverla. Rimane un’incognita: come si comporterà il governo come datore di lavoro nei rinnovi contrattuali del pubblico impiego per i quali la legge di Stabilità dovrà fissare le risorse?

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