Cervelli d’Oriente

La grande fuga degli studiosi ora guarda a Est. Secondo i calcoli dell’Ocse, Pechino nel 2020 supererà Europa e Stati Uniti per gli investimenti nella ricerca

ELENA DUSI, la Repubblica redazione • 20/10/2015 • Copertina, Internazionale, Istruzione & Saperi, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 1321 Viste

Nel 2020 il baricentro della fisica sarà qui, in Cina, perché servono laboratori e budget enormi». «Le università a Hong Kong investono in posti di lavoro, laboratori, strumenti. Due anni fa il presidente del partito ha dichiarato guerra all’inquinamento. Da allora si è iniziato a pompare soldi per l’ecologia». «L’impulso alla ricerca è fortissimo a Singapore. Lo ha scelto il governo centrale, qui non si fanno referendum. Si cercano all’estero i migliori talenti, li si paga e gli si dà la possibilità di lavorare bene».
Sono le voci di alcuni scienziati italiani che hanno scelto l’est come meta della loro carriera. «Trovarne uno, 2 o 3 anni fa, era molto difficile. Oggi solo in Cina siamo almeno duecento, e ancora pochi rispetto alle potenzialità » dice Plinio Innocenzi, professore di nanotecnologie all’università di Sassari, dal 2010 addetto scientifico all’ambasciata di Pechino. Il fenomeno nuovo riguarda Cina e Hong Kong, Singapore e Taiwan. Se Pechino, secondo l’Ocse, supererà nel 2020 Europa e Stati Uniti per investimenti in ricerca, è naturale che l’asfittica Italia inizi a guardare a oriente.
Lingua e cultura restano un problema per molti. «Usavo l’inglese, per questo mi dedicavo più alla ricerca che alla didattica. E spesso mi sono sentito isolato» dice Marco Scaioni, 46 anni, di Milano, dal 2011 al 2014 professore ordinario di geomatica all’università Tongji a Shanghai. «Il mio contratto era triennale perché il tempo indeterminato è vietato agli stranieri». L’altra faccia della medaglia la spiega Rinaldo Baldini, 73 anni, ex direttore di ricerca nei laboratori di Frascati dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, oggi al lavoro all’Istituto di fisica delle alte energie a Pechino: «Nelle riunioni sono spesso l’unico straniero. Ma i cinesi sono estremamente cortesi e passano all’inglese senza bisogno di chiedere». Monica Digregorio, 37 anni, una laurea e due master in Italia, è genetista. La sua azienda — uno spin off dell’università di Tor Vergata — l’ha mandata a Nanchino per imparare a usare un nuovo test che rileva le malformazioni del feto dal sangue della mamma, al posto dell’amniocentesi. «La mia azienda ha stretto un accordo con il Beijing Genomics Institute. Dieci anni fa non erano nessuno, oggi sono uno dei più grandi gruppi di genetica al mondo. Nel mio campo, o vai a specializzarti in California o vieni in Cina». Gli stipendi, per i giovani ricercatori, sono buoni. «Ma non sono i soldi a spingerci qui» spiega Stefano Cannicci, biologo marino, ricercatore all’università di Firenze e professore all’università di Hong Kong. «Il vantaggio è che appena arrivati ci danno un budget per aprire un laboratorio. Qui ci si è accorti che l’ambiente è una faccenda seria. Due anni fa il presidente del partito ha dichiarato guerra all’inquinamento e da allora si è iniziato a investire. Ma il paese non ha ancora i suoi esperti e per questo arruola gli stranieri». A Singapore ha trovato la sua strada anche Laura Longo, che si occupa di digitalizzazione di reperti archeologici come professore associato alla Nanyang Technological University: «Qui ho trovato tutto quello che l’Italia non vuole più dare: affidabilità, finanziamenti in tempo reale, efficienza, attrezzature ». A capo del laboratorio per lo studio dell’epatite B, alla National University of Singapore, c’è Antonio Bertoletti, di Parma, dal 2006 nella città stato asiatica. «Singapore non può competere sul costo del lavoro. Per questo ha deciso di sviluppare prodotti ad alto valore aggiunto, soprattutto nel campo biomedico e dell’ingegneria. Si rende conto però di non avere la qualità per aprire centri di alto livello, e per questo chiama gli stranieri. Noi apriamo il nostro laboratorio e facciamo crescere gli studenti locali. Questi ragazzi sono molto determinati. Sappiamo che presto prenderanno il nostro posto, ma questa è la vita». Costanza Ferrari Bardile, che dopo un anno e mezzo all’università di Milano per studiare la Còrea di Huntington ha trovato qui un dottorato, è entusiasta della sua ricerca. «Gli unici problemi? Nell’ultimo mese si usciva di casa con la mascherina per l’inquinamento. E fare amicizia con i giovani del luogo è quasi impossibile». A Singapore può anche capitare, racconta Bertoletti, «che tuo figlio ti chiami perché una scimmia gli ha rubato la merenda o che un cobra faccia il nido in giardino».
Tra le varie discipline, quella meglio rappresentata dagli italiani in Cina è la fisica. Gioacchino Ranucci, dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, è coordinatore di Borexino, un esperimento al Gran Sasso sull’oscillazione dei neutrini (il fenomeno premiato con il Nobel 2015) ed è dal 2014 vice-spokesperson (numero due) di Juno, uno dei più ambiziosi progetti del mondo: a Jiangmen, nel sud, si sta costruendo 700 metri sottoterra un gigantesco contenitore di 30 metri di diametro. Sarà riempito con 20mila tonnellate di liquido per “osservare” il passaggio dei neutrini. «Al Gran Sasso arriviamo a 300 tonnellate e non possiamo più ampliare le sale degli esperimenti. Abbiamo provato a costruire un laboratorio in Finlandia, ma il governo ha bocciato la spesa. La Cina, al contrario, ha finanziato Juno con una cifra per noi impensabile: 300 milioni di dollari. Ma poiché l’expertise in questo campo l’abbiamo noi stranieri, ecco che ci chiamano a collaborare».
Per una comunità come quella degli scienziati — libera, aperta, abituata a mettere tutto in discussione — trovarsi a lavorare in regimi poco liberali è un paradosso. Paolo Bartalini, di Pisa, è un fisico che fa ricerca al Cern di Ginevra e dal 2013 insegna cosmologia e astroparticelle all’Università normale della Cina centrale a Wuhan. «Gli studenti qui non sono abituati a fare domande o a mettere in dubbio la parola autorevole di un professore. Ma esistono canali paralleli, delle chat o gruppi di discussione, che permettono di notare i dubbi dei ragazzi. Un leader, per avere dei feedback sul proprio lavoro, qui deve essere dotato di grande sensibilità ». Tommaso Tabaglio, 28 anni di Piacenza, studia per un dottorato all’Istituto di biologia cellulare e molecolare di Singapore. «Non mi sono mai sentito così libero come qui. In Italia, dove mancano i soldi o dove l’opinione pubblica può influenzare i temi della ricerca, la scienza ha invece limiti enormi».
E per il futuro? L’Asia diventerà un’autostrada per ricercatori a corto di risorse, o quello fra scienziati italiani e cinesi è solo un matrimonio d’interesse? A Pechino mancano un paio di generazioni di scienziati. Nel 1998 il governo ha deciso di raddoppiare i posti nelle università e dal 2008 ha avviato il programma “1000 talenti” per rimpatriare i cinesi che hanno studiato in Occidente. «La Cina è una tecnocrazia portata all’estremo» spiega Innocenzi. «Qui la techne è coniugata con la volontà di potenza, secondo il pensiero di Emanuele Severino. E in un paese dove tutto è programmato a lungo termine e nei minimi dettagli, l’obiettivo finale è l’autarchia tecnologica. Già Pechino produce il 60-70% dei beni del mondo. Ora vuole andare a coprire anche il settore dei prodotti avanzati».

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