COSÌ LA RIPRESA DEI TALIBAN METTE IN CRISI LA STRATEGIA DI OBAMA

Dopo gli Stati Uniti, anche l’Italia potrebbe rimanere un altro anno in Afghanistan. Questo è quello che Washington ha chiesto a Roma e così accadrà. Non solo per ragioni di solidarietà politica tra alleati, ma anche perché l’Italia, che vuole guidare la missione in Libia, preferisce non essere troppo coinvolta sull’altro fronte della lotta allo jihadismo: la Siria. Tramonta, dunque, l’idea di riportare a casa i nostri soldati entro pochi mesi, come Renzi aveva fatto sperare nella sua visita al contingente italiano all’inizio dell’estate.
Ma che succede ai piedi dell’Hindu Kush per indurre Obama a mandare in soffitta una delle sue solenni promesse: ritirarsi prima di concludere il suo mandato? I Taliban non sono affatto sconfitti, come dimostra la presa di Kunduz. Il progressivo ridimensionamento del contingente americano gli ha anzi ridato fiato. L’esercito afgano non ha saputo contrastare l’offensiva islamista. I Taliban sono forti perché hanno un radicamento fondato sulla loro appartenenza alle tribù Pasthun, maggioritarie nel sud del paese e oltre confine. Inoltre, nonostante le rassicurazioni date da Islamabad agli Stati Uniti, il Pakistan punta a una maggiore profondità strategica in Afghanistan, considerato come il “giardino di casa”. Da presidiare per limitare l’influenza indiana nella regione. Da qui l’ambigua strategia pachistana.
Privi di un alleato regionale decisivo per mettere alle corde gli “studenti coranici”, gli Stati Uniti possono poco. A meno di non immergersi nuovamente nel pantano afgano. Non è un caso che, paradossalmente ma non troppo , il loro unico alleato della Mezzaluna nell’area sia stato, di fatto, l’Iran, che ha cercato di controllare il confine occidentale, nella parte del paese in cui è insediata la popolazione sciita hazara.
La preoccupazione americana riguarda anche il parallelo rafforzamento di Al Qaeda, reso possibile dalla penetrazione dell’organizzazione nel Nord del paese e dal massiccio afflusso di militanti uzbeki e tagiki.
Da qui la decisione di Washington di lanciare un segnale: gli occidentali non si ritirano. In realtà la verità è che l’America non sa come colmare il vuoto politico dopo il suo ritiro e che i suoi alleati locali sono inaffidabili. Restare significa prendere ancora un po’ di tempo, rinviando la soluzione dei nodi a un dopo non molto diverso.


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