Dopo i quattro israe­liani uccisi, comincia lo stillicidio di vite palestinesi

Israele/Territori occupati. Due ragazzi palestinesi, uno dei quali aveva solo 12 anni, sono stati uccisi nelle ultime ore in Cisgiordania

Michele Giorgio, il manifesto redazione • 6/10/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 558 Viste

Israele/Territori occupati. Due ragazzi palestinesi, uno dei quali aveva solo 12 anni, sono stati uccisi nelle ultime ore in Cisgiordania. Vite che sembrano pesare meno, agli occhi dei media internazionali, di quelle dei quattro israeliani morti tra giovedì e sabato in attacchi palestinesi. Servizi segreti Israele annunciano cattura responsabili uccisione coloni Henkin. Sarebbero di Hamas e non di Fatah come aveva indicato la rivendicazione.

«È la terza Inti­fada con­tro l’occupazione, non sono atti indi­vi­duali». Men­tre tanti si inter­ro­gano sul signi­fi­cato delle ucci­sioni di quat­tro israe­liani com­piute da pale­sti­nesi in que­sti ultimi giorni e il governo Neta­nyahu risponde blin­dando la città vec­chia di Geru­sa­lemme e appro­vando nuovi prov­ve­di­menti puni­tivi, nei Ter­ri­tori occu­pati va avanti lo stil­li­ci­dio di vite umane. Pochi lo vedono. Il peso che viene dato alle vite umane è uno dei fat­tori cen­trali. Anche quando par­liamo di ragazzi, di bam­bini, le vite di israe­liani e pale­sti­nesi sem­brano avere un valore diverso agli occhi di molti, soprat­tutto dei gior­na­li­sti stra­nieri. In poche ore tra sabato notte e ieri pome­rig­gio i sol­dati israe­liani hanno ucciso prima un 18enne, Huthayfa Sulei­man, di Bala (Tul­ka­rem), e poi un bam­bino di 12 anni, Abed al Rah­man Obei­dal­lah, del campo pro­fu­ghi di Aida.

Il pic­colo Abed al Rah­man merita la stessa con­si­de­ra­zione mostrata, giu­sta­mente, nei con­fronti della bimba israe­liana di 2 anni, rima­sta ferita sabato sera nell’attacco com­piuto da un pale­sti­nese di Ramal­lah a Geru­sa­lemme, costato la vita a un colono di “Ata­ret Coha­nin” e a un gio­vane ebreo orto­dosso. Il fatto che sia stato col­pito durante una mani­fe­sta­zione di pro­te­sta, non è una giu­sti­fi­ca­zione per i mili­tari. Abed al Rah­man era solo un bam­bino. Come era un bimbo Ali Dawab­sha, 18 mesi, arso vivo nella notte tra il 30 e il 31 luglio nel rogo doloso cau­sato da un gruppo di estre­mi­sti israe­liani entrati nel vil­lag­gio di Kafr Douma (i geni­tori sono morti nelle set­ti­mane suc­ces­sive per le gravi ustioni). Gli autori di quel cri­mine restano liberi. Per sco­varli i comandi mili­tari non hanno inviato in Cisgior­da­nia i quat­tro bat­ta­glioni che hanno dato la cac­cia e, secondo quanto annun­ciato ieri sera, cat­tu­rato i respon­sa­bili, pare di Hamas e non di Fatah che si era detto, dell’agguato pale­sti­nese in cui gio­vedì sera sono morti Eitam e Naama Hen­kin, una cop­pia di gio­vani coloni israeliani.

Aida, ci viveva Abed al Rah­man Obei­dal­lah. È un nome che a noi ita­liani, e non solo, evoca Verdi, un’opera scol­pita per sem­pre nella sto­ria della musica. Aida per i pale­sti­nesi invece è il dolore del ritorno mai avve­nuto alle case e vil­laggi dai quali furono cac­ciati o costretti a fug­gire nel 1948. È l’oppressione di una vita che si svolge sotto il peso del Muro israe­liano che domina sul campo e che divide la zona occu­pata a sud di Geru­sa­lemme da Betlemme. Un por­ta­voce dell’esercito ha annun­ciato che sulla morte di Abed al Rah­man è stata aperta inchie­sta. Ha aggiunto che i sol­dati erano impe­gnati a disper­dere una «vio­lenta e ille­gale pro­te­sta nell’area nella quale sono state lan­ciate pie­tre alle forze di sicu­rezza» e che hanno usato «pal­lot­tole di fucile Ruger» e altri «mezzi non letali». Che le pal­lot­tole di pic­colo cali­bro spa­rate dai fucili Ruger non siano letali è da dimo­strare. Un atti­vi­sta ita­liano lo scorso anno, durante una mani­fe­sta­zione a Bilin, in Cisgior­da­nia, fu col­pito in pieno petto da uno di quei “pic­coli” pro­iet­tili. Si salvò per mira­colo. Il colpo si fermò tra cuore e pol­mone e i medici dell’ospedale di Ramal­lah riu­sci­rono ad estrarla gra­zie a un deli­cato inter­vento chirurgico.

E fanno male anche le gra­nate assor­danti. Ne sa qual­cosa Hana Maha­mid, gior­na­li­sta di Al Maya­deen TV, rag­giunta al volto e ferita da uno di que­sti ordi­gni men­tre dome­nica era in diretta (https://?youtu?.be/?9?O?4?o?r?9?7?w?HXY) da Issa­wiya (Geru­sa­lemme), a pochi metri dalla casa, cir­con­data di poli­ziotti, di Fadi Alloun, il 19enne ucciso dalla poli­zia nella notte tra sabato e dome­nica. Il caso di Alloun resta avvolto nel dub­bio. Per le auto­rità il pale­sti­nese, prima di essere abbat­tuto con nume­rosi colpi, aveva ferito a col­tel­late un ragazzo ebreo. La fami­glia nega. La sua ucci­sione comun­que appare una ese­cu­zione. In un fil­mato dispo­ni­bile in rete (https://?youtu?.be/?P?G?a?V?5?h?j?b?Tf4) si vede e si sente la folla che invita la poli­zia ad ucci­derlo. Quella notte, con la ten­sione altis­sima per le due ucci­sioni nella città vec­chia, per Geru­sa­lemme si aggi­ra­vano gruppi di estre­mi­sti di destra che scan­di­vano “Morte agli arabi”.

Il fil­mato del feri­mento della gior­na­li­sta Hana Maha­mid di al Maya­deen TV

Il flmato dell’uccisione sabato notte del pale­sti­nese Fadi Alloun a Gerusalemme

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