Gli attacchi e l’atmosfera di paura Choc in Israele per l’eritreo ucciso

Habtom era un rifugiato, è stato scambiato per un complice dell’attentatore, ha passato 12 ore prima di morire per i proiettili all’addome e le botte ricevute

Davide Frattini, Corriere della Sera redazione • 20/10/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 1001 Viste

GERUSALEMME Habtom Zarhum si prendeva cura delle piante e dei fiori in un villaggio al confine con la Striscia di Gaza. Un anno fa le serre erano state centrate da un razzo sparato dai miliziani palestinesi. Era fuggito da un servizio militare che nella sua Eritrea è schiavitù, aveva attraversato il deserto del Sinai con i trafficanti di droga ed esseri umani, era arrivato in Israele, per diventare uno degli oltre 50 mila rifugiati africani che qui vivono in un limbo legale.

Dal terrore era scappato e in mezzo al terrore si era ritrovato. Quello dell’estate scorsa — i cinquanta giorni di conflitto con Hamas— e quello di queste settimane. Era andato in autobus a Beer Sheva per rinnovare il visto di soggiorno, i migranti entrati clandestinamente devono presentarsi agli uffici del ministero degli Interni ogni due mesi, permessi più lunghi non vengono concessi. Stava tornando a casa, nel moshav Ein Habsor, quando alla stazione centrale è esploso il caos: un beduino è entrato armato di coltello e pistola, è riuscito a strappare il fucile automatico a un soldato, ha cominciato a sparare sulla folla. Tutti corrono, ci prova anche Habtom, una guardia della sicurezza lo vede scattare, gli spara perché è convinto sia un complice del terrorista.
«Solo per il colore della sua pelle» titola in prima pagina il quotidiano Yedioth Ahronoth , il più venduto nel Paese. Con la foto del ragazzo, 29 anni, insanguinato e raggomitolato sotto lo sgabello che un poliziotto ha piazzato mentre cerca di proteggerlo dal linciaggio: le immagini delle telecamere dentro la stazione mostrano alcuni uomini, tra loro un soldato, che si avvicinano al corpo quasi immobile, gli tirano calci alla testa, lo picchiano con una panchina, gli sputano addosso, urlano «morte agli arabi», ostacolano gli infermieri che vorrebbero soccorrerlo.
Nell’attentato è stato ucciso Omri Levi, un militare di 19 anni, che stava tornando alla base. Aveva appena finito l’addestramento. Otto israeliani sono stati ammazzati dal primo ottobre in assalti che non sembrano per ora organizzati. I leader di Hamas avrebbero però ordinato da Gaza alle cellule in Cisgiordania di ricominciare gli attacchi suicidi.
Habtom Zarhum è morto dopo dodici ore in ospedale, i medici israeliani dicono che sia stato ucciso dai proiettili all’addome e dalle botte. La polizia ha aperto un’inchiesta (la guardia della sicurezza non è indagata), vuole capire chi abbia attaccato «una persona ferita e indifesa dopo che il terrorista era stato eliminato e non c’erano più minacce». Uno di loro ha parlato alla radio: «Attorno a me tutti dicevano che era un attentatore, la gente ha scaricato la rabbia su di lui». Un altro sbotta: «Se fosse stato un terrorista, adesso mi ringrazierebbero».
Emmanuel Nahson, portavoce del ministero degli Esteri, commenta: «E’ terribile, dimostra la situazione tremenda in cui viviamo». Il quotidiano Haaretz scrive: «Inevitabile quando la destra al potere incoraggia i vigilantes per le strade». Perfino un ultrà della politica come Avigdor Lieberman proclama: «La gente ha paura, stiamo precipitando nell’anarchia, nessuno è al di sopra della legge». Da ex ministro passato all’opposizione, le sue parole gli servono a imbarazzare Benjamin Netanyahu, che ripete «i cittadini non possono pensare di farsi giustizia da soli». Il premier non viene aiutato dagli alleati nella coalizione: «In ogni guerra i casi di fuoco amico succedono», dichiara con poca compassione Yinon Magal, deputato di Focolare ebraico, il partito che rappresenta i coloni.
«Le decisioni prese dal governo che vuole cacciare i rifugiati e le opinioni espresse dai ministri — spiega Anat Ovadia, portavoce dell’associazione che aiuta i migranti africani — spingono gli israeliani al razzismo, a considerarli un pericolo, dei “terroristi“. Fin dal termine con cui vengono identificati dalle norme: “infiltrati” come i palestinesi che negli Anni Cinquanta cercavano di entrare nello Stato appena nato per commettere violenze».
L’attentatore è un beduino di 21 anni, Muhanad Alokabi, ha la cittadinanza israeliana. Dai villaggi attorno a Beer Sheva nel deserto del Negev, la sua comunità condanna l’attacco: «Noi sosteniamo la coesistenza, è impossibile essere allo stesso tempo un terrorista e un cittadino di questo Paese».
Davide Frattini

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