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La Cina con l’Ocse nella lotta all’elusione delle multinazionali

Il ministro Lou Jiwei: “Nel 2016 la riforma fiscale colpirà chi trasferisce i profitti per pagare meno tasse”

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica redazione • 12/10/2015 • Copertina, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 1026 Viste

E’ arrivata perfino l’adesione della Cina. A sostegno di chi definisce “storico” l’accordo di Lima: guerra all’elusione fiscale delle multinazionali. Anche il ministro delle Finanze cinese, Lou Jiwei, in occasione del meeting di Fmi e Banca Mondiale in Perù ha dato la sua adesione all’operazione- trasparenza. «Molte multinazionali – ha detto il ministro – non pagano le tasse nei paesi in cui le attività commerciali generano profitti, ma trasferiscono quei profitti all’estero per evitare la tassazione».
Dopo anni in cui questa elusione – legalizzata – veniva denunciata da movimenti come Occupy Wall Street, dalle indagini dei giornali, dagli economisti chiamati a testimoniare nelle commissioni d’inchiesta parlamentari, qualcosa finalmente si è mosso. I ministri economici dei paesi avanzati riuniti nell’Ocse – a cui si è aggiunta la Cina, che non ne fa parte – hanno raggiunto quest’intesa a Lima per contrastare un fenomeno ormai massiccio, mondiale, dalle conseguenze disastrose sul gettito fiscale di tutti gli Stati. Angel Gurrìa, che dirige l’Ocse, stima che l’applicazione di questo accordo potrà fruttare annualmente 250 miliardi di dollari di tasse in più.
E’ il valore di molte “manovre di austerity”. Non è caccia all’evasione in senso stretto. Le multinazionali non hanno bisogno di evadere: sono ben più raffinate. I loro uffici legali studiano le normative fiscali per trovarvi tutte le soluzioni “lecite” che consentono di minimizzare la pressione fiscale: creano sedi societarie fittizie, “scatole vuote” domiciliate in paradisi off-shore; spostano con esercizi di virtuosismo contabile i loro profitti in quelle società. Alla fine pagano poco o nulla. Il risultato è che la spesa pubblica viene finanziata spostando il carico su chi non può fuggire: lavoro dipendente, ceto medio, piccola e media impresa. Il danno è enorme sotto ogni profilo, ivi compresa «la fiducia dei cittadini nelle istituzioni», ha ricordato Gurrìa. Di qui l’importanza dell’intesa raggiunta al vertice di Lima, cui deve seguire una ratificazione formale al prossimo G-20 che si tiene tra poco più di un mese in Turchia. L’accordo riunisce 60 paesi e stabilisce nuove regole su Base erosion and profits shifting (Beps) cioè erosione della base fiscale e spostamento dei profitti. E’ il risultato di un lavoro che prosegue da anni in seno all’Ocse, dietro la spinta dell’opinione pubblica e di economisti autorevoli.
Al Festival dell’Economia di Trento, per esempio, il premio Nobel Joseph Stiglitz annunciò un manifesto firmato da molti suoi colleghi, per la lotta all’elusione legalizzata delle multinazionali. A diffondere consapevolezza sulla dimensione di questo fenomeno – e quindi della ricchezza sottratta alle comunità nazionali – ha contribuito più di recente lo studio di un economista della University of California- Berkeley, Gabriel Zucman, intitolato “The Hidden Wealth of Nations”, cioè la ricchezza nascosta delle nazioni. E’ considerato per certi aspetti il “successore” dello studio di Thomas Piketty su capitalismo e diseguaglianze. Zucman ha stimato che le grandi imprese nascondono al fisco un imponibile pari a 7.600 miliardi di dollari. Ma quanto sarà efficace l’accordo di Lima? I dubbi restano, quando si passano in rassegna i nomi dei firmatari. C’è George Osborne, Cancelliere dello Scacchiere inglese: governa le finanze di Londra, paradiso fiscale per eccellenza, non a caso una piazza finanziaria scelta come sede da molte multinazionali. C’è Jack Lew, segretario al Tesoro Usa, che avrà difficoltà a far passare nuove norme in un Congresso repubblicano. Il cinese non ha precisato se la “trasparenza” si estenderà a Hong Kong, formalmente autonoma. Sul banco degli imputati va messa tutta l’Unione europea: ha consentito che i paradisi off-shore fiorissero al proprio interno. The Economist ha battezzato “Doppio irlandese con sandwich olandese” – come un’ordinazione al bar – il sistema usato da molte multinazionali che creano finte sedi in Irlanda e Paesi Bassi. La Commissione Ue indaga su Apple, Amazon, Fiat-Chrysler, Starbucks, per le agevolazioni fiscali ottenute in Lussemburgo, Irlanda, Olanda. Dopo Lima, dopo il G-20 in Turchia, è a Bruxelles, Londra e Washington, nei rispettivi esecutivi o parlamenti nazionali, che vedremo l’esito della battaglia.

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