La festa di Erri in Val Susa “Impedita un’ingiustizia ma gli scrittori italiani mi hanno abbandonato”

Dalla tensione in tribunale alla gioia tra i militanti a Bussoleno: “Questa sentenza può rappresentare una finestra verso il futuro”

PAOLO GRISERI, la Repubblica redazione • 20/10/2015 • Carcere & Giustizia, Copertina, Movimenti • 639 Viste

BUSSOLENO. Alle 13.07 la parola contraria la pronuncia lo Stato italiano. Che assolve l’imputato Erri De Luca. Non c’è stato alcun reato e, con la sentenza, non c’è più persecuzione. Nell’aula del Tribunale di Torino è un tripudio, sono urla di «Sarà dura», sono abbracci tra il popolo No tav, gli avvocati, gli editori dello scrittore. Lui dice: «Non c’è stata un’assoluzione, si è impedita un’ingiustizia». Il centinaio di supporter lo accompagnerà come uno sciame direttamente a Bussoleno, in quello che un tempo era il cuore della rivolta di una valle che oggi segue con una certa distrazione gli strascichi della lotta che fu. E di distrazione De Luca accuserà anche i suoi colleghi intellettuali: «Chi non mi ha sostenuto al processo? La loro assenza si è notata» Con una frase lapidaria De Luca si presenta di buon mattino ad attendere il verdetto: «Questo è un processo del passato. La sentenza può rappresentare una finestra verso il futuro». Sul punto potrebbero essere d’accordo in molti, dai banchi dell’accusa a quelli della difesa. Perché è certamente vero che incitare al sabotaggio della Tav nel 2013, quando gli operai del cantiere rischiavano la vita sotto le molotov lanciate dal movimento, è cosa ben diversa da oggi, quando nell’aula del Consiglio Comunale di Bussoleno, dove le bandiere No tav nascondono quelle istituzionali, solo duecento militanti si ritrovano a festeggiare «la vittoria della libertà di espressione». Oggi il «sabotare la tav è giusto» pronunciato da De Luca in una intervista all’Huffington Post è diventato una espressione filosofica.
Che l’epoca delle molotov sia acqua passata lo si capisce fin dalle nove del mattino. Comunque vada già a quell’ora De Luca ha vinto. Anche se sarà condannato, sarà per una pena simbolica, grave ma simbolica: la procura ha chiesto 8 mesi, nessuno andrà in carcere, nessuno si farà male. Lui prende posto tra i banchi, si aggiusta la giacca chiara e ripete: «Non ricorrerò in appello». Le tv francesi incalzano lo scrittore: «Crede che sia possibile in Italia veder riconosciuta la libertà di opinione di un intellettuale?». Lui risponde con la dichiarazione spontanea che consegna al giudice prima della sentenza, quella in cui si paragona a Ghandi e Mandela che avevano usato il verbo sabotare. Ma uno doveva sconfiggere il colonialismo, l’altro l’apartheid. Qui, in fondo, si tratta di una ferrovia. Dopo l’assoluzione De Luca si toglierà il sassolino dalla scarpa. Mentre abbraccia fan in lacrime di commozione, strige la mano a una militante che ha ricamato il suo nome sulla sciarpa, un bell’«Erri» con i colori dell’arcobaleno, si scaglia contro gli intellettuali che non lo hanno sostenuto nel processo: «Sono degli assenti che si sono presi la responsabilità della loro assenza». A Bussoleno i militanti grideranno: «Meglio gli intellettuali francesi di quelli italiani». Applausi.
Guai, naturalmente, a interrompere la rappresentazione. Come mai De Luca non ha risposto all’invito degli operai del cantiere di Chiomonte a confrontarsi con loro? Le hanno scritto una lettera tempo fa ma lei non ha mai accettato l’invito. «Quella lettera era falsa, era l’invenzione di un giornalista». Veramente era firmata da 113 persone… «Voglio vedere quelle firme». Ma lei non pensa comunque di andare a Chiomonte a incontrare gli operai? «Io vado in valle a incontrare chi da anni si oppone. Non vado in un cantiere».
Sulla questione degli operai deve intervenire anche Giorgio Cremaschi, ex sindacalista della Cgil salito fino a Bussoleno a festeggiare: «Non sono mai stato d’accordo con chi dice che il lavoro basta che ci sia. C’è lavoro e lavoro. C’è quello che promuove la dignità delle persone e c’è il lavoro è asservito». Non è difficile indovinare in quale categoria rientri la fatica quotidiana dei 150 dipendenti del cantiere della Tav.
Quale sarà la conseguenza della sentenza di ieri? «Per noi è stata una boccata di ossigeno», dice Gigi Richetto che presiede l’assemblea di Bussoleno. Ha militato nella sinistra extraparlamentare con De Luca: «Ma erano altri tempi — dice lo scrittore — ho aderito a questo movimento per ragioni diverse. Quando sono arrivato qui l’ho fatto con lo spirito del camionista volontario che porta aiuti umanitari, come facevo a Sarajevo. Ho dato una mano a portare fuori da questa valle le parole del movimento». Che sono quelle dell’opposizione radicale al progetto ferroviario Torino- Lione: «La Tav — conclude De Luca — va sabotata e intralciata ». La realtà è un po’ diversa. A poche decine di chilometri da Bussoleno, a Chiomonte, la galleria geognostica della Maddalena è ormai arrivata a metà, 3.790 metri su 7.500. E in Francia si scava già il tunnel di base. Ma questa sera non c’è tempo per le notizie tristi. Questa sera si festeggia. Si va al ristorante del movimento. Il suo nome è «La credenza ». E si pensa al prossimo appuntamento: «L’8 dicembre — dice Richetto — decimo anniversario della distruzione del presidio di Venaus». Due mesi per capire se il movimento saprà riprendersi.

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