Lo storico: è un falso clamoroso, l’incontro con Hitler solo nel 1941

Lo storico: è un falso clamoroso, l’incontro con Hitler solo nel 1941

Far passare il Gran Muftì di Gerusalemme come l’ispiratore di Hitler nella strategia di sterminio degli ebrei è un falso colossale. Questo il giudizio che sull’uscita di Netanyahu dà Mauro Canali, storico dell’età contemporanea che ha studiato a fondo il fascismo e esplorato anche le vicende del Medio Oriente nel periodo fra le due guerre (per esempio con «Mussolini e il petrolio iracheno», Einaudi 2007).
Basta incrociare due date per svelare la bufala: Haj Amin al-Husseini incontra Hitler, dopo una rocambolesca fuga dall’Iraq dove aveva tentato un golpe anti-britannico, nel dicembre 1941, quando la politica di sterminio del popolo ebraico era già avviata; il massacro di Babij Jar, il fossato nei pressi di Kiev dove i soldati nazisti uccisero 33.771 civili ebrei, è della fine di settembre dello stesso anno. Tuttavia, secondo Canali, Netanyahu ha costruito una tesi falsa su dati veri o verosimili: è vero per esempio che in un primo tempo il Führer pensava di confinare gli ebrei in una enclave lontana dall’Europa, ma quando capì che così avrebbe favorito la nascita di una nazione ebraica abbandonò l’idea.
«Il gran Muftì di Gerusalemme, figlio del radicalismo islamico, tra i primi sostenitori dei Fratelli Musulmani, era fautore di un panarabismo che univa una forte politica anti-inglese all’odio contro gli ebrei – dice Canali -. Con il crollo dell’impero ottomano e la nascita dei mandati britannici e francesi, dopo il sogno iniziale di costruire una nazione panaraba, una Grande Siria che comprendeva la Mesopotamia e anche la Terra Santa, al-Husseini circoscrive le sue ambizioni alla Palestina. Il suo principale obiettivo è ostacolare la realizzazione della dichiarazione Balfour del 1917, che favoriva la nascita di un focolaio ebraico in Palestina».
Evaporata l’illusione panaraba, «è evidente che al-Husseini, personaggio centrale nel radicalismo mediorientale fra le due guerre, saluti con favore l’ascesa al potere dell’antisemita Hitler e cerchi alleanze anche con l’Italia». Prima di andare a Berlino, dove incontrerà Ribbentrop e Hitler, il Muftì passa dall’Italia (il ministro degli Esteri Ciano ammetterà di averlo finanziato).
Durante la guerra si spinge a organizzare dei reparti musulmani nei Balcani che si distingueranno nella lotta contro i partigiani di Tito e soprattutto nel massacro degli ebrei bosniaci. Dalla Germania, a conflitto concluso, al-Husseini cercherà rifugio in Svizzera, verrà catturato in Francia e fuggirà in Egitto per nascondersi infine nella citta vecchia di Gerusalemme, dove gli inglesi non riterranno prudente andarlo a scovare.
Il nome del Gran Muftì tornerà infine al processo di Norimberga, tra gli amici di Eichmann, il burocrate della «soluzione finale». Ciò non toglie che al-Husseini sia da iscrivere tra i seguaci, non certo tra gli ispiratori di Hitler.
Dino Messina


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