L’«ultimo dittatore» sfiora il 90% Per Lukashenko il quinto mandato
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MOSCA Ha fatto di tutto per venire incontro all’Europa, fino a liberare sei oppositori e a consentire una manifestazione non autorizzata all’ultimo momento. Ma alla fine Aleksandr Lukashenko non ha resistito di fronte alle sirene del voto «bulgaro». Ha chiesto ai suoi concittadini di confermarlo per un altro mandato con una percentuale di consensi superiore al 79,6% di cinque anni fa. E dalle urne è spuntato un 80% di sì per il Batka (padre) che dopo il conteggio delle schede, potrebbe anche salire all’82%. E la partecipazione? «Solo» l’81,7%, otto punti meno del 2010.
Il presidente che guida da vent’anni quello che è diventato uno Stato-cuscinetto tra Unione Europea e Russia, è sicuramente molto popolare, soprattutto da quando in Ucraina è successo quello che sappiamo. La stabilità, lui ripete da decenni, è la cosa più importante. E poco importa se la Bielorussia è uno Stato quasi socialista, con il Kgb che si chiama ancora Kgb. I consensi probabilmente non sono alti come il risultato elettorale dice, ma questo non cambia granché. L’opposizione è comunque divisa e in grande affanno. La gente è convinta che in questo momento ci voglia in ogni caso grande unità, e per la quinta volta è andata alle urne per riconfermarlo.
Lukashenko deve manovrare fra i due potenti vicini, facendo soprattutto attenzione a non finire nelle fauci dell’orso russo. Così ultimamente ha preso le distanze da Vladimir Putin: ha criticato l’annessione della Crimea da parte del Cremlino e ha detto di essere contrario alla creazione di una base militare che Putin dava già per fatta. Ma per resistere alle pressioni di Mosca ha bisogno della sponda europea. Ecco allora le concessioni alla «democrazia», con elezioni che spera siano considerate accettabili dall’Occidente. Al seggio, Lukashenko ha espresso la sua posizione: «Abbiamo fatto tutto quello che l’Occidente voleva». Per lui, adesso «la palla è nel campo europeo». E gli osservatori sembrano orientati a dichiarare il voto «quasi» regolare. «Durante la domenica tutto è andato bene, senza incidenti», dice Andrea Rigoni del Consiglio d’Europa. Ma un buon 36% dei voti è stato espresso già nei giorni precedenti. E lì sembra che Lukashenko abbia avuto più del 90% dei consensi.
Il presidente si è detto pronto ad avviare le riforme economiche che le capitali europee gli chiedono. Fino ad oggi Minsk è andata avanti solo grazie agli aiuti esterni, con una struttura che vede moltissime aziende ancora statali. L’Europa ha fornito finanziamenti; la Russia ha largheggiato in gas e petrolio a basso prezzo che la Bielorussia trasforma e rivende sui mercati internazionali.
E fare le riforme vuol dire affrontare anche un periodo ancora più difficile di quello attuale. Batka ha ammonito il suo popolo, promettendo lacrime e sangue: «Se mi date carta bianca per qualsiasi trasformazione rivoluzionaria, ebbene, se questo è quello che volete, allora per l’amor di Dio, lo faremo!».
Fabrizio Dragosei
Il presidente che guida da vent’anni quello che è diventato uno Stato-cuscinetto tra Unione Europea e Russia, è sicuramente molto popolare, soprattutto da quando in Ucraina è successo quello che sappiamo. La stabilità, lui ripete da decenni, è la cosa più importante. E poco importa se la Bielorussia è uno Stato quasi socialista, con il Kgb che si chiama ancora Kgb. I consensi probabilmente non sono alti come il risultato elettorale dice, ma questo non cambia granché. L’opposizione è comunque divisa e in grande affanno. La gente è convinta che in questo momento ci voglia in ogni caso grande unità, e per la quinta volta è andata alle urne per riconfermarlo.
Lukashenko deve manovrare fra i due potenti vicini, facendo soprattutto attenzione a non finire nelle fauci dell’orso russo. Così ultimamente ha preso le distanze da Vladimir Putin: ha criticato l’annessione della Crimea da parte del Cremlino e ha detto di essere contrario alla creazione di una base militare che Putin dava già per fatta. Ma per resistere alle pressioni di Mosca ha bisogno della sponda europea. Ecco allora le concessioni alla «democrazia», con elezioni che spera siano considerate accettabili dall’Occidente. Al seggio, Lukashenko ha espresso la sua posizione: «Abbiamo fatto tutto quello che l’Occidente voleva». Per lui, adesso «la palla è nel campo europeo». E gli osservatori sembrano orientati a dichiarare il voto «quasi» regolare. «Durante la domenica tutto è andato bene, senza incidenti», dice Andrea Rigoni del Consiglio d’Europa. Ma un buon 36% dei voti è stato espresso già nei giorni precedenti. E lì sembra che Lukashenko abbia avuto più del 90% dei consensi.
Il presidente si è detto pronto ad avviare le riforme economiche che le capitali europee gli chiedono. Fino ad oggi Minsk è andata avanti solo grazie agli aiuti esterni, con una struttura che vede moltissime aziende ancora statali. L’Europa ha fornito finanziamenti; la Russia ha largheggiato in gas e petrolio a basso prezzo che la Bielorussia trasforma e rivende sui mercati internazionali.
E fare le riforme vuol dire affrontare anche un periodo ancora più difficile di quello attuale. Batka ha ammonito il suo popolo, promettendo lacrime e sangue: «Se mi date carta bianca per qualsiasi trasformazione rivoluzionaria, ebbene, se questo è quello che volete, allora per l’amor di Dio, lo faremo!».
Fabrizio Dragosei
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