Mille miliardi in fuga dalla Cina in crisi e dai Paesi emergenti

Mille miliardi in fuga dalla Cina in crisi e dai Paesi emergenti

NEW YORK . «Questa è una situazione che non perdona. In un clima economico così, guai a chi sbaglia». L’avvertimento è di Mark Carney, il governatore della Banca d’Inghilterra. Rende bene l’atmosfera che regna a Lima, al meeting del Fmi. Banchieri centrali e ministri finanziari osservano lo stato dell’economia mondiale e quel che vedono non è un bello spettacolo. Si chiude un’èra che per alcuni – gli Stati Uniti – è stata post-crisi: una delle crescite più lunghe del dopoguerra, sei anni consecutivi. Si chiude anche – per gran parte del mondo – l’epoca della moneta facile, legata alla massiccia creazione di liquidità dalla Federal Reserve. E si chiude un boom della Cina durato un quarto di secolo, a cui subentra una crescita meno formidabile e con elementi di fragilità. E’ l’inizio di una fase nuova, dove… «guai a chi fa il primo passo falso», come dice Carney.
In realtà i passi falsi sono già cominciati. Basta guardare al Brasile, che un tempo era una star degli investitori internazionali e oggi si avvita nella classica spirale: caduta delle esportazioni, recessione, crollo della valuta, scandali per corruzione, instabilità politica. Dietro il Brasile c’è una coda di ex-stelle. Anche qui siamo ad una svolta storica, di quelle che si misurano sui tempi lunghi. Era dal 1988 che i paesi emergenti non subivano una fuga di capitali come quella che sta avvenendo ora. Nell’ultimo decennio erano stati loro a salvare il mondo, trainando la crescita. Adesso il Fmi stima che nel corso del 2015 mille miliardi di dollari avranno “evacuato” le economie emergenti per tornare verso lidi più stabili (se non proprio sicuri). Un segnale di questa paura viene dal tasso zero sui Buoni del Tesoro americani a tre mesi. Non è una novità assoluta visto che era già accaduto coi Bund tedeschi. Ma è sconcertante che accada negli Stati Uniti visto che in teoria siamo alla vigilia di un rialzo dei tassi da parte della Fed, che dovrebbe trasmettersi ad altri rendimenti in dollari. Se ci sono investitori disposti a comprare Treasury Bond che non rendono proprio nulla, vuol dire che li considerano come un materasso di casa, o una cassetta di sicurezza dove mettere capitali alla vigilia di scossoni gravi. Un altro dato emerso a Lima: i paesi emergenti hanno debiti in eccesso per 3.000 miliardi di dollari. A differenza delle ultime due ondate di default, quella degli anni Ottanta in America latina e quella del 1997 nel sudest asiatico, stavolta l’iperindebitamento affligge più il settore privato che gli Stati sovrani. Questo non significa che sia meno grave. Se cominciano a fallire a ripetizione grandi conglomerati privati, le ripercussioni si sentiranno ovunque. A cominciare dalle finanze pubbliche di quella parte del mondo. Nella sola Cina, sempre secondo il Fmi, il 25% dei debiti delle grandi aziende è a rischio. Ma se comincia il default di qualche grande azienda di Stato, il prezzo finirà anche sui conti pubblici. Idem in Brasile, Russia, e così via. Una delle dietrologie per spiegare l’attivismo militare di Vladimir Putin in Siria è che il presidente russo abbia l’urgenza di distogliere l’attenzione dei suoi concittadini dai disastri che si preparano nell’economia domestica. C’è poi il cerchio largo degli effetti concentrici che i default nei paesi emergenti avrebbero sulle nostre Borse. Molti fondi comuni d’investimento americani ed europei si sono sovraesposti con titoli derivati nelle piazze finanziarie più esotiche, quando offrivano performance da sogno.
La transizione cinese ha attirato molta attenzione da parte del Fmi. La direttrice generale, Christine Lagarde, sottolinea il positivo: «La Cina si evolve, sta trasformandosi da un’economia che era dominata dagli investimenti, ad una trainata dai consumi. E’ una transizione voluta. Ci saranno turbolenze, incidenti di percorso lungo questa strada, ma il cambiamento è legittimo e la direzione di marcia è quella giusta». Tutto sta a capire quanto forti saranno le turbolenze. E poi trarre tutte le conseguenze dalla transizione cinese non sarà facile, per esempio per quei paesi come Germania e Italia che ancora affidano prevalentemente all’export il ruolo di tirarli fuori dalla crisi. Tra le banche centrali, l’onere si è spostato sulla Bce. La Fed può anche pronunciare il fatidico “missione compiuta”, con una disoccupazione Usa scesa al 5%, e iniziare cautamente a sfiorare il pedale del freno (rialzo dei tassi). L’unica zona del mondo dove la crisi del 2008-2009 non è stata seguita da una vera, robusta e durevole ripresa, è il Vecchio continente. La Bce iniziò solo nel marzo di quest’anno a comprare bond al ritmo di 60 miliardi di euro al mese. Gli effetti sull’economia reale sono ancora modesti. Mario Draghi ha ripetuto a Lima che è pronto a fare di più. Lo hanno lasciato solo, però: le politiche di bilancio dell’eurozona lavorano contro di lui, con l’austerity che in parte annulla gli effetti della politica monetaria. Tant’è, l’eurozona continua a sentire poderosi venti di deflazione, mentre se l’economia fosse sana, l’attuale creazione di liquidità dovrebbe essere salutata da qualche germoglio d’inflazione.


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