Msf: «Non è stato un incidente»

Msf: «Non è stato un incidente»

«Danni col­la­te­rali? Inac­cet­ta­bile, sem­pli­ce­mente inac­cet­ta­bile. Inci­dente? Non è stato un inci­dente: l’ospedale è stato col­pito ripe­tu­ta­mente per più di un’ora». Non è una rea­zione rab­biosa quella di Gabriele Emi­nente, diret­tore gene­rale di Msf Ita­lia. Al tele­fono da Fer­rara. dove par­te­cipa con la sua orga­niz­za­zione al Festi­val di Inter­na­zio­nale, risponde con una fred­dezza e un distacco che non lasciano spa­zio a com­menti o arzi­go­goli. Msf ha ini­ziato a lavo­rare in Afgha­ni­stan nel 1980 e lo fa a Kun­duz, Kabul, Lash­kar Gah, Khost; riceve esclu­si­va­mente fondi pri­vati e non accetta finan­zia­menti dai governi. Ci tiene ai prin­cipi «E c’è un prin­ci­pio uma­ni­ta­rio chia­ris­simo e con­di­viso per cui non solo le strut­ture sani­ta­rie non dovreb­bero essere oggetto di attacco ma anzi andreb­bero protette».

Anche se ci sono dei feriti dalla parte del torto?
Noi non fac­ciamo distin­zioni, non le abbiamo mai fatte. Chiun­que ha biso­gno di cure viene curato

L’ospedale adesso è distrutto.
E devo pur­troppo con­fer­mare che, a ora (le 20 di ieri, ndr), ci sono 12 vit­time tra il per­so­nale e 7 tra i pazienti, tra cui 3 bam­bini. I feriti sono 37, 19 dei quali fanno parte del nostro staff. 5 casi sono cri­tici. Abbiamo dovuto tra­sfe­rirli tutti a Pol-iCharki, a due ore di mac­china da Kunduz.

Come spiega che l’errore di cui parla la Nato sia durato tanto.
Que­sto è dav­vero il punto che va asso­lu­ta­mente chia­rito. E non si può par­lare di «inci­dente»: tutti sape­vano le nostre coor­di­nate che erano state rei­te­rate all’inizio della bat­ta­glia. L’ultima comu­ni­ca­zione è del 29 set­tem­bre. Que­sta per noi è una prassi: tutti devono sapere dove ope­riamo e cosa fac­ciamo. Sia per potersi curare, sia per­ché – sapendo dove sono le nostre strut­ture – si eviti di col­pirle. Tutti sape­vano non solo dell’ospedale ma anche delle resi­denze, degli uffici e della nostra unità di sta­bi­liz­za­zione a Char­dara (a nord di Kun­duz, ndr).

Però i raid vi hanno col­pito. E per oltre un’ora…
Pur­troppo non è la prima volta che accade: è suc­cesso in Sud Sudan, Ucraina, Repub­blica Cen­troa­fri­cana. Per que­sto comu­ni­chiamo sem­pre a a tutti la nostra posizione

L’ipotesi di un atto deli­be­rato?
È quel che andrà chia­rito nel det­ta­glio per­ché siamo stati col­piti più volte e per oltre mezz’ora dopo che ave­vamo avvi­sato l’autorità mili­tare che era­vamo stati bom­bar­dati a par­tire dalle 2 di venerdi notte. Gra­vis­simo. Chie­diamo un’indagine appro­fon­dita e tra­spa­rente pro­prio per­ché l’ospedale è stato col­pito più volte, a dif­fe­renza degli edi­fici vicini. L’aereo col­piva, spa­riva e ritor­nava a bombardare.

La Nato non vi ha fatto una comu­ni­ca­zione diretta? Si è limi­tata al comu­ni­cato dove si parla di errore e di danni col­la­te­rali?
Per quel che mi risulta non c’è stata nes­suna comu­ni­ca­zione diretta che vada oltre quel comunicato.

L’ospedale era sovraf­fol­lato…
Dai 90 posti letto che abbiamo nor­mal­mente era­vamo arri­vati a 110, uti­liz­zando cor­ri­doi e uffici. Al momento c’erano 105 pazienti e 80 mem­bri dello staff.

Un rap­porto di quasi uno a uno?
L’ospedale è una strut­tura chi­rur­gico orto­pe­dica spe­cia­liz­zata: un cen­tro com­plesso che si è tro­vato la set­ti­mana scorsa sotto forte pres­sione per­ché le altre strut­ture sani­ta­rie cit­ta­dine sono col­las­sate. È diven­tato l’unico punto di riferimento.

Quanta gente avete curato?
Da lunedì scorso quasi 400 per­sone. Vor­rei sot­to­li­neare che tra que­sti c’erano anche molti bam­bini. Voglio dire che noi non fac­ciamo distin­zioni nelle cure, ma che è indub­bio che la mag­gior parte dei nostri pazienti sono civili.

Abbiamo letto di 89 pazienti arri­vati in gravi con­di­zioni, 44 dei quali sono morti al loro arrivo.
La mag­gio­ranza dei pazienti aveva subito ferite da arma da fuoco: gravi lesioni addo­mi­nali, degli arti, della testa. Poi biso­gna met­tere in conto la distanza: quando il con­flitto è divam­pato è diven­tato dif­fi­cile rag­giun­gere l’ospedale se si pro­ve­niva da un’altra zona della città. Pazienti che ave­vano biso­gno di cure imme­diate hanno magari dovuto aspet­tare ore prima di poter rag­giun­gere la struttura.



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