Nave militare tra le isole contese la sfida dell’America alla Cina

La Us Navy nell’arcipelago delle Spratly,Pechino minaccia: “Si rischia un conflitto”. La replica: sono acque internazionali,torneremo

GIAMPAOLO VISETTI, la Repubblica redazione • 28/10/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 762 Viste

PECHINO. Barack Obama sfida Xi Jinping e il Pacifico conferma di essersi trasformato nella nuova arena per lo scontro tra le due super-potenze del secolo. Un cacciatorpediniere della marina Usa ha navigato ieri fra le isole del Mar cinese meridionale, che Pechino rivendica come proprie e che sono contese da altri cinque Paesi del Sudest asiatico. Minacciosa la reazione della Cina, che ha parlato di «illegale provocazione» e di «show politico», che «non intimoriscono una nazione che non ha più paura di combattere una guerra contro gli Usa nella regione ». A settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale torna così a esplodere in Oriente una tensione mai così alta della fine della Guerra Fredda. Il portavoce del dipartimento di Stato Usa, John Kirby, ha risposto a Pechino che «non è necessario consultare nessuno quando si esercita il diritto di libera navigazione in acque internazionali» e che «una delle ragioni per le quali un Paese ha una Marina militare è quella di essere nelle condizioni di influenzare e difendere la navigazione». Dopo vani tentativi diplomatici di bloccare l’azione americana, il ministro degli Esteri cinese, Jiang Jiechi, ha intimato alla Casa Bianca «di pensarci bene prima di agire ancora ciecamente» e di «non creare problemi dal nulla». Gelida la replica del Pentagono. «Questa missione – ha detto il portavoce – sarà solo la prima di altre azioni di pattugliamento, che avverranno su base regolare e che non saranno dirette solo contro la Cina». Il cacciatorpediniere da guerra “USS Lassen” è arrivato ieri mattina a 12 miglia nautiche dalle isole artificiali Subi e Mischief, due atolli appena affioranti nell’arcipelago delle Spratly, contese tra Cina, Vietnam, Filippine, Brunei e Taiwan. Sugli isolotti, costruiti dalla Cina nell’ultimo anno ammassando sabbia, cemento e piloni d’acciaio, Pechino ha realizzato piste d’atterraggio, caserme, strade e perfino due fari che dovrebbero «rendere più sicura la navigazione». Ignorando gli avvertimenti cinesi, per tre ore la nave americana ha sfidato la rivendicata sovranità della Cina sulla ribattezzata «Grande Muraglia di sabbia» pattugliando la barriera corallina, protetta dall’alto da due aerei da ricognizione. Nessuna reazione militare da parte cinese, anche se tra le oltre 750 isolette degli arcipelaghi da settimane sono segnalate una ventina di navi da guerra dell’esercito popolare. Lo scontro Cina-Usa, replica di quello che nel Mar cinese orientale oppone Pechino a Tokyo per il controllo delle isole Diaoyu-Senkaku, prende a pretesto una diversa interpretazione del diritto di navigazione. Secondo Washington i vincoli delle acque territoriali non si applicano a strutture marine artificiali. Per Pechino sì e ciò spiega la difesa delle 12 miglia dalle basi costruite a oltre mille chilometri dalla costa cinese. A nessuno ovviamente interessano i banchi di sabbia dispersi nel Pacifico. La posta in palio, oltre al primato dell’influenza globale, è ben più alta. In questo braccio d’oceano si trovano bassi fondali ricchi di materie prime, oltre che tra le ultime acque pescose del pianeta. Qui transitano però prima di tutto merci che valgono 5 mila miliardi di dollari all’anno. Chi domina il Mar cinese meridionale può evitare lunghi, rischiosi e costosi tragitti oceanici, assicurandosi il monopolio del commercio per i prossimi decenni. Cina e Asia sono sia la prima fabbrica che il primo mercato del mondo: impadronirsi della più importante arteria internazionale dei consumi significa decidere per tutti sia i prodotti che i prezzi. Per gli Stati Uniti riaffacciarsi militarmente nel Pacifico serve a rallentare l’espansione cinese, disturbare l’asse Pechino-Mosca e rassicurare gli alleati, dal Giappone all’Australia e dall’India al Vietnam. La Cina è decisa invece a scongiurare la sua prima grande crisi economica e a diventare la potenza egemone dell’Asia, sostituendo l’influenza Usa anche in Europa. L’incidente di ieri non è del resto il primo. A metà maggio il Pentagono aveva inviato a sorvolare le Spratly un jet da guerra P-8° con a bordo una troupe televisiva della Cnn . In settembre, mentre Xi Jinping atterrava a Washington per la sua prima visita ufficiale negli Usa, cinque navi da guerra cinesi sono transitate al largo dell’Alaska, in acque statunitensi. Obama teme che dal mare Xi passi presto al cielo, allargando sopra il Pacifico anche il proprio spazio aereo, ricostruendo l’antica linea di difesa imperiale attraverso una serie di Zone di identificazione aerea (Adiz). Per adesso siamo alle prove di guerra: ma passare alle armi ormai è solo una questione di quelle che Pechino definisce «quotidiane opportunità strategiche».
La posta in palio è alta: i fondali sono ricchi di materie prime. E chi controlla quelle rotte si assicura il monopolio del commercio per i prossimi anni

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