Strage a Gaza, soldati israeliani uccidono sette giovani palestinesi

L’Intifada di Gerusalemme raggiunge la Striscia. Una manifestazione cominciata dopo le preghiere del venerdì finisce sotto il fuoco dei militari israeliani

Michele Giorgio, il manifesto redazione • 10/10/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 785 Viste

Israele/Territori occupati. L’Intifada di Gerusalemme raggiunge la Striscia. Una manifestazione cominciata dopo le preghiere del venerdì finisce sotto il fuoco dei militari israeliani sul confine. E’ stato un massacro. Intanto Hamas scende in campo e lancia appelli alla sollevazione contro Israele

GERUSALEMME. L’incubo delle stragi dell’estate 2014, figlie dei bom­bar­da­menti aerei e dei tiri di arti­glie­ria, si è ripre­sen­tato ieri con tutto il suo orrore quando, al ter­mine delle pre­ghiere isla­mi­che, cen­ti­naia di gio­vani di Gaza si sono lan­ciati verso vari punti delle recin­zioni che divi­dono la Stri­scia da Israele. Urla­vano slo­gan a difesa della Moschea di al Aqsa di Geru­sa­lemme. Non ave­vano armi per minac­ciare da vicino i sol­dati israe­liani pro­tetti nelle alte torri di cemento armato che pre­si­diano diversi punti del “con­fine”. Hanno avuto la “colpa” di entrare nella “no-go zone” impo­sta da Israele all’interno del ter­ri­to­rio di Gaza. La cono­scono bene i con­ta­dini che da anni rischiano la vita per andare nei loro campi rac­chiusi in quella fascia di ter­ri­to­rio pale­sti­nese inter­detta. I comandi israe­liani hanno rife­rito di aver ordi­nato di spa­rare con­tro gli «isti­ga­tori delle mani­fe­sta­zioni vio­lente» che lan­cia­vano sassi e davano fuoco a coper­toni. I sol­dati hanno ese­guito l’ordine rice­vuto con par­ti­co­lare zelo. Sette pale­sti­nesi sono stati uccisi e altri 60 feriti sulle recin­zioni a est di Gaza City, più o meno all’altezza del cen­tro abi­tato israe­liano di Nahal Oz dall’altra parte del con­fine, e a est Khan Younis.

Come un anno fa decine di ambu­lanze a sirene spie­gate hanno fatto la spola verso gli ospe­dali, tra scene di dispe­ra­zione e dolore di ragazzi che tra­sci­na­vano via altri ragazzi morenti, insa­gui­nati, forse com­pa­gni di scuola, amici o parenti, sotto il fuoco dei sol­dati impe­gnati a pren­dere di mira gli «isti­ga­tori delle mani­fe­sta­zioni vio­lente». Per sei gio­vani è stata inu­tile la corsa a tutta velo­cità dei mezzi di soc­corso verso la spe­ranza di sal­vezza. Shadi Dawla, 20 anni, Ahmad Her­bawi, 20, e Abed Wahidi, 20, sono stati uccisi nella zona più orien­tale del quar­tiere di Sha­jayea, che resta un cumulo di mace­rie dopo i bom­bar­da­menti israe­liani dello scorso anno. Muham­mad Raqeb, 15 anni, e Ziad Sha­raf, 20, sono stati uccisi a est di Khan You­nis. In quella stessa zona poco dopo è stato col­pito alla testa e ucciso Adnan Elayyan, 22 anni. «Abbiamo anche 60 feriti, 10 dei quali in gravi con­di­zioni. I medici stanno facendo di tutto per sal­varli», ha rife­rito il por­ta­voce del mini­stero della salute Ash­raf al-Qidra.

In un solo colpo Gaza si è ritro­vata nel pieno della “Inti­fada di Geru­sa­lemme”, così come i pale­sti­nesi chia­mano la loro rivolta in rife­ri­mento alla difesa della Spia­nata delle Moschee, e che ora dopo ora si allarga a mac­chia d’olio nei Ter­ri­tori occu­pati. Per gli israe­liani invece è «l’Intifada dei col­telli» per gli accol­tel­la­menti che nell’ultima set­ti­mana hanno ucciso due ebrei nella città vec­chia di Geru­sa­lemme e ferito diversi altri (alcuni in modo grave). Il nome di ciò che accade in que­sti giorni non ha molta impor­tanza. Forse non è nem­meno una Inti­fada o almeno non lo è nei modi in cui lo sono state le rivolte con­tro l’occupazione del 1987–93 e del 2000–5. L’unica cosa certa è che mette fine a anni ugual­mente dram­ma­tici, di san­gue, di diritti negati, di abusi, di vio­la­zioni, di cui quasi nes­suno lon­tano da que­sta terra è sem­brato accor­gersi. E senza dub­bio avrà riflessi poli­tici di grande rilievo anche in casa palestinese.

«Hamas ieri è sceso uffi­cial­mente in campo», ci spiega Saud Abu Rama­dan, uno dei gior­na­li­sti di Gaza più esperti, «Oggi (ieri) è stato stato il numero 2 dell’ufficio poli­tico (ed ex pre­mier) Ismail Haniyeh ad assi­cu­rare che i pale­sti­nesi di Gaza non faranno man­care il loro appog­gio ai fra­telli della Cisgior­da­nia. Il movi­mento isla­mico vuole par­te­ci­pare con un ruolo da pro­ta­go­ni­sta, sapendo di godere di soste­gni popo­lari anche in Cisgior­da­nia». E’ una sfida all’autorità del pre­si­dente dell’Anp Abu Mazen? «Senza alcun dub­bio» pro­se­gue Abu Rama­dan «Hamas sente che la posi­zione di Abu Mazen è deli­cata e intende incal­zarlo. Può con­qui­stare nuovi con­sensi pro­prio sulla debo­lezza del pre­si­dente dell’Anp che non rinun­cia alla coo­pe­ra­zione di sicu­rezza con Israele, uno dei capi­toli più con­te­stati (dai pale­sti­nesi) degli accordi di Oslo (del 1993)». Allo stesso tempo, aggiunge da parte sua Aziz Kahlout, ana­li­sta di Gaza, «Hamas non intende andare allo scon­tro aperto con Israele che fini­rebbe per inne­scare un nuovo con­flitto che Gaza non può per­met­tersi visto che lotta ancora per emer­gere dalle mace­rie della guerra di un anno fa».

Abu Mazen passa ore ed ore nel suo uffi­cio a Ramal­lah. Non sa quale strada pren­dere. Israele, come Usa ed Europa, gli chie­dono di agire, anche con le sue forze di sicu­rezza, per impe­dire che la ten­sione sfoci nella nuova Inti­fada. Fuori da quella stanza c’è la popo­la­zione pale­sti­nese che reclama fer­mezza nei con­fronti delle poli­ti­che di Israele. L’immobilismo com­plica anche la posi­zione del suo movi­mento, Fatah. Il pre­si­dente dell’Anp sem­bra tenere a freno, per il momento, gli uomini della sicu­rezza fatti schie­rare a distanza dalle zone di scon­tro tra dimo­stranti e sol­dati israe­liani. E rila­scia dichia­ra­zioni di con­danna delle poli­ti­che di Israele sulla Spia­nata delle Moschee. Allo stesso tempo non ha il corag­gio o la forza di stac­care la spina alla coo­pe­ra­zione di sicu­rezza con Israele e di lasciare campo libero all’Intifada che, ne è certo, lo inde­bo­lirà e favo­rirà i piani di Hamas. Insi­ste per­ciò nel chie­dere ai pale­sti­nesi pro­te­ste senza alcun tipo di vio­lenza ma non tiene conto dell’impatto che la repres­sione messa in atto da Israele e stragi come quella di ieri a Gaza, ali­men­tano la rab­bia della sua gente. Per pla­care la nuova Inti­fada spera anche nella dipen­denza dall’Anp di oltre 120mila pale­sti­nesi impie­gati nei mini­steri e nelle varie agen­zie di sicurezza.

Tut­ta­via, scri­veva un paio di giorni fa sul gior­nale al Ayyam di Ramal­lah il noto opi­nio­ni­sta Hani al Masri, «il con­fronto (con Israele) non è la nostra scelta ma ci è impo­sto… In realtà, il con­fronto è neces­sa­rio, se i pale­sti­nesi cer­cano la libe­ra­zione, il diritto al ritorno, l’indipendenza, la scon­fitta e lo sman­tel­la­mento del pro­getto colo­niale israe­liano». Un punto di vista lar­ga­mente con­di­viso tra i pale­sti­nesi e nella stessa base di Fatah.

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