Ttip. L’Europa rischia tutto tra Stati uniti e Cina

In ogni rifles­sione e ten­ta­tivo di spie­gare l’importanza e la rile­vanza del Ttip da parte dei suoi soste­ni­tori, aleg­gia la pre­senza della Cina

Simone Pieranni, il manifesto redazione • 17/10/2015 • Copertina, Europa, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 937 Viste

In ogni rifles­sione e ten­ta­tivo di spie­gare l’importanza e la rile­vanza del Ttip da parte dei suoi soste­ni­tori, aleg­gia la pre­senza della Cina. I nego­ziati sul trat­tato com­mer­ciale tra Europa e Stati uniti — il Tran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Part­ner­ship — si basano infatti sulla neces­sità per le due parti, come viene ripe­tuto in con­ti­nua­zione, «di tenere il passo della glo­ba­liz­za­zione», soste­nendo le pro­prie eco­no­mie dagli attac­chi fron­tali dei paesi in via di svi­luppo e dalle eco­no­mie galop­panti, in par­ti­co­lare quella cinese.

La que­stione di fondo, insieme a molti ele­menti che ren­dono il trat­tato poten­zial­mente dan­noso per ambiente, diritti del lavoro, sicu­rezza ali­men­tare e gestione delle infor­ma­zioni per­so­nali, sarebbe da ritro­vare nella neces­sità di creare un mer­cato capace di fron­teg­giare le sfide del futuro.

È su que­sta reto­rica che si basa la stra­te­gia euro­pea, per quanto le posi­zioni non siano uni­vo­che, come dimo­strato di recente dai «malu­mori» francesi.

L’Europa, però, si trova costretta a nego­ziare con gli Stati uniti da una posi­zione non certo di forza. Come con­fer­mato off the record anche da espo­nenti del Ppe, che pure è in gene­rale a favore dell’accordo e che teme più di ogni altra cosa l’ottenimento da parte cinese dello sta­tus di «eco­no­mia di mer­cato» (timori con­di­visi anche dai social­de­mo­cra­tici), nego­ziare da posi­zioni di debo­lezza, signi­fica andare verso un trat­tato che non favo­rirà certo l’economia europea.

La posi­zione di forza, dall’altra parte, degli Stati uniti si è andata svi­lup­pando soprat­tutto in tempi recenti. Uni­ta­mente ad una ripresa eco­no­mia (dovuta a mol­te­plici fat­tori) Washing­ton ha potuto con­tare su due «suc­cessi»: la con­clu­sione dei nego­ziati del Tpp e lo scan­dalo Volskwagen.

Posi­zioni di forza

Il Tpp, per quanto secondo alcune fonti ame­ri­cane sia stato un nego­ziato al ribasso per gli Usa (spe­cie a livello di sistema tarif­fa­rio), ha un’importanza geo­stra­te­gica fon­da­men­tale per gli Stati uniti. L’accordo eco­no­mico con i paesi asia­tici, esclusa la Cina, per­mette a Obama di pun­tel­lare la pro­pria stra­te­gia pivot to Asia da un punto di vista commerciale.

Si tratta di una rispo­sta alle ini­zia­tive cinesi in ter­mini di crea­zioni di strut­ture ban­ca­rie inter­na­zio­nali e ha per­messo agli Stati uniti, non a caso, di annun­ciare a breve una sfi­lata della pro­pria flotta pro­prio nel mar cinese meri­dio­nale, creando non poca irri­ta­zione nella con­tro­parte pechi­nese. Lo scan­dalo Vol­sk­wa­gen, ha invece per­messo agli Usa di sot­to­li­neare come i pro­pri stan­dard di sicu­rezza, messi in discus­sione nei nego­ziati sul Ttip, non siano da meno di quelli europei.

Ma quanto emerge da un’analisi delle trat­ta­tive è senza dub­bio la debo­lezza euro­pea, con il rischio di una mar­gi­na­liz­za­zione dovuta all’emergere di potenze regio­nali e al ten­ta­tivo ame­ri­cano di ripor­tare il mondo mul­ti­po­lare ad un bipo­la­ri­smo basato sul con­flitto– alleanza con la Cina. È ovvia, date que­ste con­di­zioni, la per­dita di peso stra­te­gico dell’Europa (e in par­ti­co­lare dell’Italia) nell’ambito degli equi­li­bri mon­diali. Un qua­dro che si evi­den­zia chia­ra­mente nelle crisi inter­na­zio­nali, dove la posi­zione euro­pea, com­ples­si­va­mente, non esi­ste e la pre­senza dei paesi euro­pei è dovuta a ini­zia­tive dei sin­goli stati (leggi Fran­cia e Germania).

La debo­lezza europea

Se gli Usa — in que­sto momento — sem­brano meno inte­res­sati a spin­gere sul Ttip (per quanto rite­nuto «neces­sa­rio», come spe­ci­fi­cato dall’ambasciatore ame­ri­cano presso le isti­tu­zioni euro­pee a Bru­xel­les), la Cina è con­cen­trata da tempo sulle sue nuove rotte della Via della Seta (one road, one belt), tanto da un punto di vista ter­re­stre, quanto marit­timo. Iti­ne­rari com­mer­ciali che lam­bi­scono l’Europa, ma non ne fanno il cen­tro nevralgico.

Ecco dun­que che l’Unione euro­pea si trova in una posi­zione svan­tag­giata, senza tenere conto delle con­di­zioni poste dagli Stati uniti.
Uno dei tanti esempi di que­sta man­canza di parità nella nego­zia­zione è offerta dalla cosid­detta vicenda della pro­te­zione degli inve­sti­menti. La famosa clau­sola Isds — che attri­buiva la pos­si­bi­lità alle aziende di riva­lersi sulle leggi dello stato attra­verso un tri­bu­nale pri­vato e la cui even­tuale sen­tenza non avrebbe avuto la pos­si­bi­lità di appello — è stata modificata.

«Pro­teg­gere gli investimenti»

All’Isds si è sosti­tuito, almeno nelle inten­zioni, l’Ics, l’Investment Court System, che nella volontà dei nego­zia­tori euro­pei dovrebbe «garan­tire che tutti i sog­getti coin­volti pos­sano con­fi­dare nel sistema».

Basata sugli stessi ele­menti fon­da­men­tali pro­pri dei tri­bu­nali nazio­nali e inter­na­zio­nali, la pro­po­sta «rico­no­sce il diritto dei governi di legi­fe­rare e garan­ti­sce la tra­spa­renza e l’assunzione di respon­sa­bi­lità». In realtà come evi­den­ziato da chi con­te­sta il Ttip e in par­ti­co­lare dagli euro­de­pu­tati del Movi­mento 5 Stelle, «i pri­vi­legi rico­no­sciuti agli inve­sti­tori pri­vati inter­na­zio­nali nel sistema Isds non sono stati eli­mi­nati nel sistema Ics: gli inve­sti­tori stra­nieri (mul­ti­na­zio­nali) pos­sono sem­pre inten­tare cause con­tro gli stati che con­ti­nue­ranno così a subire la pres­sione delle lobby che, quindi, potranno minac­ciare liti in caso di lesione dei loro inte­ressi facendo valere la vio­la­zione del Ttip. La for­mu­la­zione con­te­nuta nella pro­po­sta della Com­mis­sione sul sistema Ics non con­tiene alcuna clau­sola che spe­ci­fica che gli inve­sti­tori stra­nieri non hanno mag­giori diritti sostan­ziali rispetto agli inve­sti­tori domestici».

Stando a fonti euro­pee e ame­ri­cane, però, anche que­sta solu­zione pro­spet­tata dagli euro­pei, non sem­bra risul­tare gra­dita a Washington.

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