Volkswagen Italia perquisite le sedi manager indagati

by redazione | 16 Ottobre 2015 8:56

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TORINO . Alle 9 del mattino la Finanza bussa agli uffici della Volkswagen Italia. Perquisisce scrivanie, scruta computer, chiede e acquisisce dossier. Nelle stesse ore, vicino a Bologna, altre Fiamme Gialle entrano nella sede della Lamborghini, unico socio Volkswagen Italia, e passano al setaccio gli uffici. Sei manager finiscono nell’inchiesta: l’amministratore delegato della filiale italiana del gruppo di Wolfsburg, Massimo Nordio,il presidente Luca de Meo (oggi numero uno di Seat), l’ex presidente del cda, Rupert Stadler, oggi numero uno di Audi, e due consiglieri di amministrazione di Vw Italia, Michael Obrowski e Paolo Poma. Quest’ultimo è entrato in cda il 31 agosto scorso e non poteva certo immaginare che un mese e mezzo dopo sarebbe finito sotto inchiesta per il ruolo ricoperto in uno dei board fino a ieri considerati tra i meno rischiosi d’Italia.
Il decreto di perquisizione è firmato dal pubblico ministero di Verona Marco Zenatelli e contesta agli indagati il reato di frode in commercio per aver commercializzato «veicoli aventi caratteristiche differenti, in senso negativo, rispetto a quelle dichiarate ». La società che trucca un motore con il software che abbassa le emissioni inquinanti al momento dei test, è il ragionamento degli inquirenti, propone ai clienti un’automobile che in realtà inquina di più e che dunque ha caratteristiche diverse dal dichiarato. Una formula, questa, che supera la questione sollevata l’altro ieri proprio da Nordio di fronte alla Commissione industria del Senato. In quella occasione l’ad di Volkswagen Italia aveva osservato che se, alla prova dei fatti, le maggiori emissioni dei motori incriminati non supereranno comunque i limiti della legge italiana (che non considera gli ossidi di azoto) allora «non si potrà parlare di truffa». Infatti il pm non contesta ai manager la truffa ma la frode in commercio: se anche le emissioni rispettassero i limiti di legge, sarebbero comunque superiori a quelle dichiarate dalla casa e dunque i manager sarebbero perseguibili come chiunque scriva sull’etichetta di un prodotto dati diversi dalla realtà.
Nel pomeriggio Volkswagen Italia, che dagli uffici di Verona ha sempre osservato in queste settimane di passione un rigorosissimo silenzio, diffonde un laconico comunicato confermando che la società «ha collaborato e continuerà a collaborare» con gli inquirenti «nella massima trasparenza ». Tocca al numero uno del gruppo, Matthias Muller, succeduto a Martin Winterkorn travolto dallo scandalo, scrivere al ministro dei trasporti italiano, Graziano Delrio, una lettera disarmata: «Anche noi vogliamo sapere come questo sia potuto accadere e vogliamo individuare i responsabili ». Il manager spiega al ministro che la società «si sta adoperando per chiarire la questione » e che ha presentato all’autorità federale tedesca di controllo sui veicoli (Kraftfarth-Bundesamt) «un elenco di provvedimenti e relativi tempi di attuazione ». Ma si saprà solo «entro fine novembre» quali saranno le soluzioni tecniche proposte ai titolari dei motori al centro dello scandalo. Oggi si sa solo che verranno ri-
chiamati «per la modifica del software o, se necessario, dell’hardware». Da Wolfburg la casa fa sapere che i richiami delle auto difettose partiranno da gennaio e che coinvolgeranno 8,5 milioni di veicoli in Europa, 2,4 nella sola Germania.
Le perquisizioni e l’indagine della magistrazione hanno creato allarme tra i dipendenti e tra i sindacati italiani. Cgil, Cisl e Uil hanno dichiarato di «confidare nell’operato della magistratura augurandosi che non ci siano ripercussioni sugli investimenti confermati di recente». A Sant’Agata Bolognese, sede della Lamborghini, è previsto un investimento da 700 milioni per 500 nuovi posti di lavoro.
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