Acqua a peso d’oro e rete colabrodo la grande sete da Gela a Messina

In Sicilia la privatizzazione non ha migliorato il servizio Oggi stato di emergenza per la città dello Stretto

redazione • 6/11/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Diritti consumatori & utenti • 998 Viste

PALERMO. La Sicilia è piena d’acqua, gli invasi sono stracolmi. Ma nonostante i siciliani la paghino a peso d’oro, non arriva nelle loro case e si disperde in una rete colabrodo. La grande privatizzazione del settore, con la Sicilia che in epoca cuffariana ha ceduto anche gli invasi a multinazionali arrivate nell’Isola da tutta Europa per fare affari a sei zeri, non ha migliorato il servizio. Solo costi alle stelle e pochissimi investimenti. Così a Gela l’acqua continua ad arrivare una volta a settimana, ad Agrigento l’erogazione è stata sospesa a causa di un batterio e a Messina un guasto all’acquedotto sta assetando un’intera città da quasi due settimane, nonostante sulla carta vi sia un seconda rete non utilizzata dal Comune che getta l’acqua in mare. Paradossi in una terra di nuovo in piena emergenza idrica, con i consumatori che invocano l’intervento del governo nazionale e un movimento sempre più vasto tra i sindaci che chiede di tornare alla gestione pubblica.
L’Isola è in ginocchio. A Messina ormai da due settimane oltre 250 mila persone non hanno acqua nelle loro case. Una frana ha travolto la grande conduttura che da Fiumefreddo serve la città dello Stretto e ancora non si è riusciti a riparala. Renzi oggi in Consiglio dei ministri dichiarerà lo stato di emergenza e ha inviato l’esercito che con le autobotti sta cercando di garantire la riapertura degli uffici pubblici. «Ci vorranno diverse settimane per riparare il guasto», dice il governatore Rosario Crocetta e il sindaco Renato Accorinti grida «alla grande svendita dell’acqua ai privati»: «Dal 2010 l’acquedotto dell’Alcantara, gestito da Siciliacque, non è in funzione dopo che abbiamo deciso di non comprare più lì l’acqua che ci costava oltre 0,60 euro a metro cubo, mentre la rivendevano ai messinesi a 0,40 — ripete il sindaco di Messina — il risultato è che siamo rimasti con un solo acquedotto in servizio e al primo problema eccoci qui».
Nel 2005 il governo Cuffaro ha dato il via alla privatizzazione non solo degli acquedotti comunali, ma anche delle grandi reti e degli invasi. A vincere la gara è stata Siciliacque (composta per il 59,6 per cento dai francesi Veolia), che per 40 anni ha il diritto di vendere l’acqua all’ingrosso agli altri gestori privati al dettaglio. «I privati dovevano far partire una serie d’investimenti con un sostegno della Regione che però in questi dieci anni non ha erogato un euro, così un miliardo rimane nei cassetti e le reti sono un colabrodo », dice il deputato regionale del Pd, Giovanni Panepinto, che guida il movimento per far tornare pubblico il servizio.
A Milazzo da ieri l’erogazione è sospesa a causa dell’ennesima frana, a Gela la situazione è drammatica: «Ma non da giorni, come a Messina, bensì da sempre — dice il sindaco grillino Domenico Messinese — la rete idrica in alcuni quartieri manca del tutto. La spa che gestisce il servizio, Caltaqua che fa capo a un’azienda spagnola, non ha i fondi per fare gli investimenti. La Regione dal 2006 doveva stanziare dei finanziamenti, ma non l’ha mai fatto. Il risultato è che interi quartieri non hanno acqua corrente anche per una settimana consecutiva e noi come Comune non possiamo fare nulla perché Caltaqua ha totale diritto sulle nostre reti per i prossimi trent’anni». Non è un caso quindi che abbia già totalizzato quasi tremila adesioni la petizione online lanciata su Change.org che denuncia anche il colore giallastro del liquido che arriva nelle case dei gelesi. La petizione è stata indirizzata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e tra i firmatari c’è anche Rosario Fiorello.
Ad Agrigento, Canicattì, Ravanusa e Campobello di Licata da ieri invece il servizio è sospeso del tutto a causa di un batterio trovato nell’invaso del Fanaco: «La nostra rete idrica è pessima, non si fanno investimenti da anni e in diversi quartieri l’acqua arriva ogni tre giorni — dice il sindaco di Agrigento Lillo Firetto — non abbiamo nemmeno il depuratore perché da mesi la Regione non riesce a nominare una semplice commissione di gara per aggiudicare l’appalto ». Ad Agrigento il servizio è gestito da Girgenti acque, società presieduta da Marco Campione, fratello di Massimo che con le sue dichiarazioni su mazzette pagate ad alti funzionari ha fatto arrestare l’ex presidente di Rfi Dario Lo Bosco. «Uno stipendificio», l’ha definita il procuratore Ignazio Fonzo, visto che la società conta oltre 330 dipendenti. A causa delle assunzioni folli in Sicilia sono già fallite due spa, l’Aps che gestiva il servizio in provincia di Palermo e la Sai8 a Siracusa.
I soldi per assumere ci sono, per le reti no. Così ad Agrigento nonostante una famiglia media paghi 446 euro all’anno (quattro volte rispetto a Milano), non c’è di fatto acqua corrente. «Paghiamo l’acqua così cara perché in Sicilia abbiamo due privati, quelli che la vendono all’ingrosso e quelli che la vendono al dettaglio», aggiunge Firetto. «Si dichiari l’emergenza idrica in Sicilia, Renzi intervenga », chiede Francesco Tanasi del Codacons. Appelli, denunce, mentre nell’Isola il 49 per cento dell’acqua va dispersa nelle reti colabrodo e da Enna a Caltanissetta si continua a pagare la tariffa più cara d’Italia.

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