Al via due settimane di negoziati tra sostegno ai paesi poveri e tagli alla produzione di CO2

Lo scenario. I big mondiali si sono già impegnati sul surriscaldamento Ma mancano una tabella di marcia, un vincolo sui combustibili fossili e regole sui 100 miliardi promessi a chi rischia di più per i cambiamenti climatici

MAURIZIO RICCI, la Repubblica • 30/11/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina • 587 Viste

IL TRATTATO di Kyoto, pietra miliare nella lotta all’effetto serra, fu firmato da 35 paesi, che rappresentavano il 12 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica. L’accordo contro il riscaldamento globale che uscirà dalle due settimane di negoziati che si aprono oggi a Parigi, sarà sottoscritto da almeno 167 paesi, responsabili del 94 per cento delle emissioni. È la prova del lungo cammino che ha fatto il mondo, dal 1997 ad oggi, nel riconoscere i pericoli del cambiamento climatico. In testa a quei 167 paesi ci sono Cina e Stati Uniti, i due maggiori inquinatori mondiali, nel 2009 gli artefici del flop di Copenaghen, dove abortì il tentativo di dare un seguito al protocollo di Kyoto, oggi i due principali motori di un accordo. In questo senso, Parigi è un successo annunciato: un altro flop, del tutto inaspettato, avrebbe conseguenze devastanti sugli sforzi per tenere sotto controllo il riscaldamento del pianeta. Ma, anche nell’ipotesi migliore, è un successo con troppi buchi, secondo la stragrande maggioranza di esperti e scienziati. Ecco una guida per prevedere e valutare cosa succederà certamente in queste due settimane, cosa potrebbe succedere, cosa non succederà di sicuro, su cosa c’è ancora da litigare, cosa aspettarsi dopo. Soprattutto il dopo: i rischi più gravi, per l’accordo, si materializzeranno quando tutti saranno partiti da Parigi e tornati a casa.
IL BUONO
L’ottimismo sul negoziato si spiega subito. La cosa più difficile — tagliare le emissioni — è già stata decisa, ogni governo per suo conto. Dunque, Parigi deve solo ratificare gli impegni al contenimento dell’anidride carbonica che variano, come entità e come scadenza (al 2025 o al 2030), ma sono quasi tutti concreti e verificabili. Qualche paese (l’India, l’Arabia saudita) si è lasciata aperta qualche scappatoia. Ma se il consenso internazionale resta compatto come oggi, sarà difficile ad un singolo paese andare con decisione controcorrente. La conversione della Cina alla lotta all’effetto serra mostra, del resto, che la realtà spinge in un’unica direzione. I malumori restano e riesploderanno durante i negoziati. Ma, questa volta, al contrario che a Copenaghen, sulla barca degli impegni a contenere le emissioni ci sono tutti insieme, ricchi e poveri. Con la promessa che non finisce qui e che ci si rivedrà, per valutare la situazione, fra qualche anno. E con l’obiettivo dichiarato di arrivare a emissioni zero, almeno nel 2100 (o prima, questo è uno degli spazi di trattativa ancora aperti).
IL BRUTTO
Il problema, subito indicato dagli scienziati, è che non basta. Gli impegni assunti in vista di Parigi, anche se venissero rispettati alla lettera, sono insufficienti e arrivano troppo tardi. Tutti sono d’accordo a contenere entro 2 gradi il riscaldamento del pianeta al 2100, ovvero un grado in più di quanto già si sia verificato rispetto all’era preindustriale: oltre, dicono le simulazioni dei modelli climatici, arrivano le catastrofi climatiche, dalla siccità alle inondazioni agli uragani. Ma gli impegni presi in vista di Parigi assicurano solo un riscaldamento entro 2,7 gradi, al di là della soglia di sicurezza. E, attenzione, 2,7 gradi se il taglio delle emissioni continuerà, con la stessa intensità, anche dopo il 2025 o il 2030, quando scadono gli impegni assunti in questi mesi. Se si tornasse, invece, al “business as usual”, lasciando che le emissioni riprendano il loro corso, il riscaldamento al 2100 arriverebbe a 3,6 gradi, in zona da allarme rosso. Ecco perché soprattutto gli europei insistevano perché a Parigi si fissasse già una tabella di marcia, che prevedesse, entro cinque anni, un nuovo giro di vite alle emissioni. Ma la tabella di marcia non ci sarà. La Cina, d’accordo con India e Arabia saudita, si è dichiarata d’accordo solo per una generica promessa di rivedersi, senza impegni precostituiti a nuovi interventi. I nodi politici più intricati dei negoziati saranno, anzitutto, la data entro cui arrivare a emissioni zero: 2100 o prima? Cruciale, anche se solo in termini di principi, il ruolo che il documento finale assegnerà ai combustibili fossili, a cui risalgono poco meno dei due terzi delle emissioni e che, secondo gli esperti, dovrebbero restare in massa sottoterra per evitare di sfondare il tetto dei due gradi. L’altro capitolo ancora aperto è come finanziare la promessa di 100 miliardi di dollari l’anno che, dal 2020, i paesi ricchi dovrebbero girare ai paesi più poveri per aiutarli a fronteggiare l’impatto già avvertibile del cambiamento climatico.
I CATTIVI
Il fulcro del riassestamento del mondo in chiave anti-effetto serra è, oggi più che mai, Obama. E, in questo senso, l’incognita dei negoziati che si aprono oggi non è a Parigi, ma a Washington. I repubblicani che controllano il Congresso si stanno già adoperando per sabotare le misure varate dalla Casa Bianca nel suo programma di taglio delle emissioni, per segnalare al resto del mondo che gli impegni che Obama assume eassumerà non sono credibili. E, se gli americani si sfilassero, niente di quello che sarà deciso e ratificato in queste due settimane a Parigi resterà in piedi, compresi gran parte degli impegni di contenimento dell’effetto serra presi da altri paesi, Cina per prima. L’insidia è, peraltro, a più lunga scadenza. Quasi tutti i candidati repubblicani alla presidenza Usa sono apertamente scettici sul clima e la vittoria di uno di loro alle elezioni del prossimo anno sarebbe un grave colpo per qualsiasi accordo esca da Parigi. Su questo scoglio politico è già caduto uno degli strumenti più efficaci che la conferenza avrebbe potuto varare, ma che non sarà neanche discusso. Si tratta della creazione di un mercato globale delle emissioni, con l’attribuzione di diritti prefissati a sputare CO2 nell’atmosfera, sul modello di quanto avviene già in Europa e presto avverrà in Cina. Uno strumento imperfetto, ma che avrebbe consentito di tenere sotto controllo il totale delle emissioni e di guidarne la riduzione.

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