“Allah Akbar”, poi la strage Attacco a un hotel in Mali caccia agli infedeli: 27 morti il blitz dopo ore d’assedio

“Allah Akbar”, poi la strage Attacco a un hotel in Mali caccia agli infedeli: 27 morti il blitz dopo ore d’assedio

BAMAKO. IL GRIDO “Allah Akbar”, un’auto lanciata sull’asfalto misto a terra rossa. Poi gli spari contro la vigilanza e l’assalto all’hotel, la “casa” della comunità internazionale. I jihadisti hanno nuovamente attaccato di venerdì. Una settimana dopo gli attentati di Parigi, ieri mattina un commando islamista ha preso d’assalto un albergo nel cuore di Bamako, capitale del Mali. C’erano 170 persone nell’Hotel Radisson Blu, diventate subito altrettanti ostaggi. L’epilogo di questa ennesima giornata di orrore avviene alle 17.30, dopo il terzo blitz delle forze di sicurezza maliane. A terra sono rimaste ventisette persone. Uccisi anche tre membri del commando. Come all’università keniana di Garissa, dove la scorsa Pasqua gli shabab massacrarono 150 studenti, anche stavolta dei loro prigionieri gli islamisti rilasciavano soltanto chi sapeva recitare il Corano. Una caccia allo straniero piano per piano, fino al settimo dell’hotel dove alla fine si erano asserragliati.
L’attacco è cominciato intorno alle 7 del mattino. Gli islamisti sono arrivati a bordo di un’auto immatricolata con targa diplomatica, e ai primi controlli all’ingresso dell’hotel hanno cominciato a sparare. L’edificio è stato immediatamente transennato dalla polizia a cui si sono aggiunti soldati e forze speciali maliane, oltre che agenti delle forze di peacekeeping Onu, consiglieri militari americani, e anche truppe francesi che stazionavano nella vicina ambasciata. Nel frattempo, da Parigi decollava alla volta di Bamako un velivolo con una quarantina di uomini del Gign, le teste di cuoio della gendarmeria. Ma prima del loro atterraggio a Bamako, era tutto finito. Infatti, dopo ore di assedio, le forze speciali africane hanno sferrato prima un blitz, poi un secondo attacco, liberando inizialmente una trentina di ostaggi. Solo al terzo intervento i poliziotti hanno avuto la meglio sui terroristi. Salvi i 5 uomini della Turkish Airlines e i 12 dell’Air France che pernottavano nell’hotel, assieme a clienti di diverse nazionalità: francesi, americani, indiani, cinesi, turchi e guineiani. Situato nella zona residenziale della città, il Radisson Blu è molto frequentato da diplomatici e da uomini d’affari stranieri. È anche considerato il più sicuro della città, ed è per questo quello dove alloggiano gli equipaggi delle compagnie di bandiera che fanno scalo a Bamako.
Resta da capire chi siano i responsabili dell’attacco. Secondo il ministro della Difesa di Parigi, Jean-Yves Le Drien, il mandante dell’azione sarebbe Mokhtar Belmokhtar, ex alleato di Al Qaeda nel Maghreb. In Mali sono attivi essenzialmente cinque gruppi islamisti, con alleanze e affiliazioni in costante movimento tra i due poli dello Stato islamico e di Al Qaeda. C’è anzitutto “Ansar Eddine”, guidato dall’ex ribelle tuareg Iyad Ag Ghaly, il cui obiettivo è imporre la sharia in Mali. C’è poi “l’Aqmi”, Al Qaeda nel Maghreb islamico, nata nei primi anni novanta in Algeria durante la guerra civile. E ci sono infine il Movimento per l’unità (Murabitun) e la jihad in Africa occidentale, il Battaglione del sangue e il Movimento islamico per Azawad. Un sopravvissuto all’attacco di ieri, Sekouba Bambino Diabate, popolare cantante della Guinea, ha raccontato di aver sentito i terroristi parlare tra di loro in inglese. C’è perciò chi ha ventilato l’ipotesi che possa trattarsi di un commando di Boko Haram giunto dalla Nigeria. Secondo Al Jazeera sono invece uomini di Ansar Dine, mentre il sito web di Jeune Afrique ri- porta quanto appreso da un alto responsabile dell’operazione Onu in Mali: una delegazione di sei algerini (tutti ratti in salvo) era tra gli ostaggi all’hotel Radisson Blu. Questa delegazione era appena giunta a Bamako per prendere parte a una riunione della commissione che si occupa di preparare l’accordo di pace nel nord del Paese.
La crisi interna in Mali è scoppiata nel gennaio del 2012 con la ribellione dei Tuareg nel nord del Paese, e con la destituzione da parte dei militari del presidente Amadou Toumani Tourè. Due eventi che in quello che un tempo era considerato un modello di democrazia in Africa hanno aperto la strada alla conquista del nord da parte di ribelli separatisti e islamisti: tre anni fa, il Mali settentrionale fu occupato dai jihadisti un tempo alleati dei ribelli Tuareg del Movimento dell’Azawad. Bamako chiese allora aiuto a Parigi, che decise immediatamente di venire in aiuto all’ex colonia. A gennaio 2013, il presidente François Hollande lanciò l’operazione Serval per allontanare gli insorti dalle città di Timbuctu, Kidal e Gao. Una volta raggiunto l’obiettivo, il primo luglio 2013 partì la missione di stabilizzazione dell’Onu (Minusma), che ha contribuito alla sicurezza del voto di due anni fa.
Le parole pronunciate giovedì all’incontro a Parigi con i sindaci da François Hollande suonano ora come un triste presagio. Dopo aver ricordato che nel 2013 la Francia ha aiutato il Mali, ottenendo una «vittoria», Hollande ha sottolineato «che per questo i terroristi ci considerano nemici ». Due giorni prima i media africani avevano parlato di un video del leader del gruppo terrorista Ansar Eddine, in cui veniva lanciato un appello a combattere contro la Francia criticando un primo accordo di pace firmato a giugno ad Algeri. A Bamako, intanto, le autorità francesi hanno chiesto ai loro connazionali in città di non uscire dalle case e hanno chiuso tanto la scuola che il liceo francese della capitale.


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