Assolto Mannino la trattativa diventa un mosaico illeggibile

 Stato e mafia Ha vinto la linea difensiva che non ha messo in discussione l’esistenza dei contatti tra politici e boss ma ha puntato a smontare la tesi delle responsabilità dell’ex ministro

Giovanni Bianconi, Corriere della Sera redazione • 5/11/2015 • Carcere & Giustizia, Copertina, Criminalità, controllo & sicurezza, Politica & Istituzioni • 775 Viste

In quindici secondi, il tempo necessario a leggere la sentenza, un giudice ha scardinato un pezzo importante del processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia al tempo delle stragi. Eliminandone uno dei presupposti: l’accusa all’ex ministro Calogero Mannino — grande notabile democristiano in Sicilia negli anni Ottanta e Novanta — di aver sollecitato e innescato i contatti tra uomini delle istituzioni e «uomini d’onore». Quindici secondi per far evaporare una ricostruzione elaborata in cinque anni di indagini (più o meno) e altri due di processo, mentre davanti alla Corte d’assise prosegue il giudizio ai coimputati di Mannino: 4 boss di Cosa nostra, tre ex carabinieri, l’ex senatore Marcello Dell’Utri. Alla sbarra per aver ricattato lo Stato (i mafiosi) o favorito quel ricatto (gli altri) scendendo a patti con chi stava mettendo la Sicilia e il Paese a ferro e fuoco, a forza di attentati. Mannino ha scelto la strada del rito abbreviato, e ha avuto ragione: assolto «per non aver commesso il fatto». Perché le prove raccolte a suo carico sono insufficienti o contraddittorie.
È l’appiglio che consente alla Procura di Palermo di ritenere che la sconfitta non sia una disfatta totale. Cosa che sarebbe avvenuta se il giudice avesse usato le altre due formile possibili: «il fatto non sussiste» o «non costituisce reato». Invece no. Il fatto c’è, e magari è pure un reato: violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato, articolo 338 del codice penale. Ma Calogero Mannino non ne è responsabile. In altre parole: la trattativa ci sarà anche stata, ma l’ex ministro dc non ne fu protagonista. L’altro processo, quello «grande» contro il resto degli imputati, dirà se fu qualcun altro a imbastirla e portarla avanti. Ma Mannino, per ora, no.
Tuttavia il venir meno della responsabilità dell’ex ministro sfila via un bel tassello al mosaico ricostruito dall’accusa. Ancor più rilevante della mancata cattura di Bernardo Provenzano (presunto prezzo pagato dallo Stato per l’arresto di Riina e l’interruzione della politica stragista da parte di Cosa nostra) dalla quale fu assolto l’ex generale Mario Mori nell’altro processo (ora in fase di appello). Secondo la tesi della Procura il programma mafioso di ricatto allo Stato comincia il 12 marzio 1992, con l’omicidio dell’europarlamentare dc Salvo Lima, punito per non aver saputo garantire a Cosa nostra l’annullamento del maxi-processo istruito da Falcone e Borsellino. Dopo quel delitto Mannino, convinto di essere il successivo bersaglio dei killer, avrebbe sollecitato i carabinieri ad avviare contatti con gli uomini d’onore per capire che cosa avessero in testa, quali fossero le loro intenzioni e pretese.
È l’inizio della trattativa. Che quindi avrebbe avuto un preciso input politico, un movente dettato non tanto dalla volontà di far cessare gli attentati quanto di cambiare obiettivi (ciò che in effetti accadde: dopo la strage di Capaci, racconta il pentito Brusca, Riina gli ordinò di interrompere i preparativi per l’omicidio Mannino, e arrivò la strage di via D’Amelio). Con questo presupposto, il contatto con gli «uomini d’onore», inizialmente mediato dall’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, non fu quindi un’iniziativa dei soli apparati investigativi, o di qualche servizio segreto, più o meno deviato; c’era dietro un mandante politico, che per salvarsi la vita ottenne di spostare il mirino dei mafiosi. In cambio di un impegno ad attenuare la legislazione antimafia e il regime di «carcere duro» per boss e picciotti .
È questo salto di qualità che ha trasformato il processo per la presunta trattativa in un evento dai risvolti anche politici, a volte dirompenti, arrivati fino a sfiorare il Quirinale per via delle intercettazioni di un altro ex ministro — Nicola Mancino, imputato di falsa testimonianza — con il consigliere giuridico dell’ex presidente della Repubblica e poi con lo stesso Napolitano. Il clamore suscitato dall’indagine e dal processo, con tanto di conflitto tra poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale, discende anche da questo presupposto, che con la sentenza di ieri è venuto meno (salvo, ovviamente, possibili ribaltamenti nei successivi gradi di giudizio).
Calogero Mannino ha ottenuto questo risultato grazie alla linea di difesa scelta da un pool di avvocati — Carlo Federico Grosso, Grazia Volo, Nino Caleca e Marcello Montalbano — i quali hanno deciso di non contestare la teoria dell’accusa, cioè l’esistenza o meno della trattativa, ma gli elementi portati a sostegno della responsabilità di Mannino. In gran parte già affrontati nel processo per concorso esterno dal quale pure Mannino è uscito definitivamente indenne, dopo un’altalena di verdetti contradditori. «Più che un’indagine, i pm hanno fatto un’inchiesta di tipo storico-giornalistico, offrendo una nuova lettura di fatti e documenti già noti», spiega l’avvocato Volo; sottolineando che il lavoro sottoposto dai magistrati al giudice ha lasciato però intatte la possibilità di interpretazioni alternative degli stessi elementi. Di qui l’assoluzione. Che se non smonta completamente il mosaico lo rende meno leggibile, o non più comprensibile nella versione offerta dall’accusa.
Al resto dovrà pensare il dibattimento in Corte d’assise, che riprende oggi dalla deposizione dell’ex colonnello che accusò Mori di non aver voluto arrestare Provenzano. Altre storie già note e in parte già giudicate, che la Procura propone a nuovi giudici in nuove versioni. Sperando in un esito diverso. Perché, alla fine, resta una questione di punti vista.
Giovanni Bianconi

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