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Disoccupazione al 5% mai così bassa dal 2008 La locomotiva Usa corre

Il mercato del lavoro torna ai livelli pre-recessione Tutto pronto per la stretta della Fed, l’euro va giù

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica redazione • 7/11/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 753 Viste

NEW YORK. La crisi è “cancellata” da un numero chiave: 5%. E’ il tasso di disoccupazione americano, che ritrova così i suoi livelli di prima della recessione. La performance robusta del mercato del lavoro Usa a ottobre, mese-record del 2015 con 271.000 nuove assunzioni, dirada i timori di una ricaduta nelle turbolenze. Con la locomotiva americana che riparte, le ripercussioni si estendono al mondo intero: torna l’attesa di un rialzo dei tassi Usa e fa precipitare l’euro verso la parità uno a uno col dollaro. Ottima cosa per l’eurozona, benefica anche per l’industria esportatriceitaliana.
I fuochi d’artificio di questo mese di ottobre non erano scontati. Dall’estate lo scenario globale è stato dominato dall’incognita Cina. Il rallentamento della crescita nella seconda economia mondiale è stato confermato ufficialmente nei giorni scorsi dal presidente Xi Jinping che hafissato un obiettivo del 6,5% per l’aumento del Pil cinese. Anche ammesso che la crescita reale non sia inferiore al 6,5%, si tratta comunque di un minimo da un quarto di secolo. L’indebolirsi della domanda cinese per l’energia, i minerali e le derrate agricole, ha segnato la fine del “miracolo Brics”, trascinando nella recessione grandi nazioni emergenti dalla Russia al Brasile. Tutto questo ha lasciato delle tracce anche sulle economie dei paesi avanzati. Per l’industria Usa il raffreddamento della domanda cinese andava a sommarsi con l’effetto negativo della rivalutazione del dollaro, che rende più caro il made in Usa nel resto del mondo. I profitti delle multinazionali americane, una volta rimpatriati dall’Asia o dall’Europa e convertiti in dollari, si sono rimpiccioliti. L’America ha dato segnali di debolezza a settembre, quando la creazione di nuovi posti di lavoro si fermò a soli 137.000. La Federal Reserve decise di soprassedere sul rialzo dei tassi d’interesse, una misura che segna il ritorno alla normalità economica, ma rappresenta anche un freno alla crescita. Tra agosto e settembre l’attenzione si concentrò sui “venti contrari”, in particolare l’impatto deflazionistico della situazione cinese. Il dato di ieri sembra dare un messaggio rassicurante: cessato allarme. Almeno per quanto riguarda la prima economia mondiale, i fattori di resilienza stanno prevalendo.
Con 122 milioni di americani che hanno un lavoro a tempo pieno, si è superato nel mese scorso il livello di 121,6 milioni di occupati a tempo pieno nel dicembre 2007: cioè il mese in cui ufficialmente ebbe inizio la recessione. Notizie discretamente positive ora arrivano anche sul fronte dei salari: sono cresciuti del 2,5% in media rispetto all’anno precedente, una lieve accelerazione rispetto agli aumenti retributivi negli ultimi anni. In quanto al tasso di disoccupazione ufficiale, scendendo al 5% ha ritrovato il livello dell’aprile 2008, cioè prima che cominciasse l’ecatombe di posti di lavoro coi licenziamenti di massa. Perciò la sensazione è che il dato di ieri rappresenti il “semaforo verde” che la Federal Reserve stava aspettando. La banca centrale americana, per mandato istituzionale deve perseguire sia la stabilità dei prezzi, sia il pieno impiego. Sotto la presidenza di Ben Bernanke durante la crisi, poi di Janet Yellen, la Fed ha ulteriormente accentuato la sua sensibilità alla situazione del mondo del lavoro. La Yellen ha sempre detto di voler vedere segni tangibili di piena occupazione, e anche di recupero del potere d’acquisto delle buste paga, prima di suonare “la ricreazione è finita”. Il rialzo dei tassi infatti rende più caro il credito, sia per le imprese che per i consumatori o gli acquirenti di case. Storicamente gli aumenti dei tassi d’interesse della banca centrale hanno spesso segnato (e provocato) “l’inizio della fine” di una ripresa. Stavolta siamo in una situazione anomala sotto diversi aspetti. La ripresa americana ha superato i sei anni di durata eppure non v’è traccia di una rinascita dell’inflazione: anche per l’effetto deflattivo di quel che accade nel resto del mondo (crollo dei prezzi delle materie prime, svalutazioni competitive di altre monete). Inoltre c’è una corrente di pensiero pessimista – autorevolmente rappresentata da economisti come Larry Summers, Paul Krugman e Joseph Stglitz – secondo cui siamo comunque in una “stagnazione secolare”: tra invecchiamento demografico e stasi della produttività. I pessimisti sottolineano che nonostante le buone performance del mercato del lavoro americano, anche qui rimane un’ampia disoccupazione nascosta, soprattutto i disoccupati scoraggiati che sono usciti dalla visibilità statistica perché hanno smesso di cercare un posto.
Questi argomenti vengono ascoltati con attenzione dalla Yellen, culturalmente vicina alla sinistra neokeynesiana dei Krugman e Stiglitz. Però da ieri i mercati si sono convinti che per la Fed la svolta è vicina. Le previsioni degli investitori si sono concentrate per il 70% su un aumento dei tassi a dicembre. La stessa Yellen ha parlato di una “possibilità reale” che il primo ritocco all’insù del costo del denaro sia annunciato nel meeting del 16 dicembre. Sarebbe anche quello un passaggio “storico”: la fine di un esperimento eccezionale nella politica monetaria, durato sette anni, col tasso zero più 4.500 miliardi di “nuovi dollari” stampati e riversati sui mercati globali. Ora quell’esperimento si è trasferito sull’altra sponda dell’Atlantico. Il ribaltamento spettacolare nei rapporti tra euro e dollaro segue fedelmente la staffetta tra le due banche centrali. Ieri l’euro in una sola seduta ha perso l’1,3% del suo valore rispetto al dollaro, e a quota 1,07 la parità è vicina. Questo perché gli investitori vedono rovesciati i ruoli: adesso è la banca centrale americana che si appresta a stringere il freno, mentre Mario Draghi continuerà a stamparmoneta per un bel po’ di tempo. Dunque crescono i rendimenti in America, scendono in Europa. Una freccia indica la direzione ai capitali: conviene investirli negli Stati Uniti, la cui moneta si prevede in rialzo su tutte le altre almeno per qualche tempo.

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