Elif Shafak: “Ora chi dissente vivrà come in esilio Anche l’Europa ha aiutato il Sultano

Elif Shafak. “Dopo il risultato elettorale – dice la scrittrice – i democratici si sentono con il cuore spezzato. Ma sono arrabbiata anche con il Pkk: per colpa della sua violenza e del sangue versato, il partito curdo di Demirtas ha perso molto sostegno”

MARCO ANSALDO, la Repubblica redazione • 3/11/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 481 Viste

Elif Shafak, nata nel 1971, è considerata una delle voci più importanti della narrativa turca. Autrice di “La bastarda di Istanbul”, il suo ultimo libro edito in Italia è “La città ai confini del cielo” (Rizzoli, ‘14)
«Quel che è uscito dalle urne ha colto di sorpresa tutti; persino lo stesso governo con a capo il partito conservatore di ispirazione religiosa non si aspettava una vittoria così piena. Tutti i sondaggi hanno sbagliato completamente. Persino le società di rilevamento vicine al governo non avevano previsto questo risultato ».
Proprio nessuno?
«Né gli esperti di politica, o gli accademici, i giornalisti, gli analisti, gli stessi politici… Nessuno. In ogni caso, il risultato non è così sorprendente. Ci sono ragioni per cui questo è successo, e i motivi vanno analizzati e compresi con calma. Il problema è che in pochi oggi sono calmi in Turchia».
Ma che cosa è cambiato dall’elezione del 7 giugno scorso, quando Erdogan aveva perso e il partito curdo era entrato in Parlamento?
«Tre fattori soprattutto. Primo: l’instabilità economica. La lira turca è crollata di fronte al dollaro. E la gente era preoccupata di perdere la sua stabilità. C’è chi ha debiti, mutui, rette scolastiche da pagare».
Secondo?
«L’instabilità politica. Dopo giugno non è stato possibile fare un governo di coalizione. Il presidente Erdogan ha fatto tutto il possibile per scoraggiarla. E anche i nazionalisti sono apparsi riluttanti. La gente ha cominciato ad avere paura del futuro. Paura di tornare alle turbolenze politiche degli anni Settanta, un periodo pessimo per la Turchia».
E Erdogan, in tutto questo?
«Il suo partito ha beneficiato di questa vecchia paura».
La terza ragione?
«Violenza e terrore. La bomba scoppiata alla stazione di Ankara ha fatto temere a tanti che la Turchia potesse cadere in una spirale di violenza. Ed entrambi, il Pkk e lo Stato Islamico, hanno finito per rafforzare il pugno del governo. Così molti turchi hanno scelto quella che vedono come “stabilità” e “status quo”, di fronte “all’‘ambiguità” e alla “turbolenza”. Ecco cosa è successo.
Come userà ora Erdogan il potere enorme che ha acquisito?
«Questa è una domanda cruciale. Erdogan è il leader politico turco più divisivo. La gente o lo adora, o al contrario lo disprezza. E’ stato lui stesso a creare questa situazione, perché ha sempre usato un linguaggio polarizzante. Il Paese ha sofferto molto per questa politica mascolina e aggressiva. Ora basta. La pressione sui media è inaccettabile. Chiunque osi scrivere alcunché di critico viene considerato come “un nemico interno”. Giornalisti che sono critici hanno perso il loro lavoro, portati in giudizio, intimiditi. C’è chi è stato denunciato per un tweet o per una vignetta».
Che cosa può succedere?
«Se Erdogan continua a mettere pressione su media e opposizione, la democrazia turca, già indebolita, soffrirà ancora di più. Una democrazia, per esistere ha bisogno di separazione dei poteri, rispetto della legge e libertà di espressione. E il partito al potere deve capire che sta guidando un Paese, ma non ha il diritto di chiedere a tutti di essere o pensare come loro. La diversità deve essere rispettata e protetta».
Il partito curdo che cosa ha sbagliato dopo la vittoria del 7 giugno scorso?
«L’Hdp è stato messo in una posizione molto difficile. E la violenza del Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) contro civili, polizia e soldati ha creato una grande reazione di rigetto. Il Pkk ha sabotato il cammino democratico dell’Hdp. Il cui leader, Selahattin Demirtas, ha criticato la violenza del Pkk, ma non è stato sufficiente. Così il partito si è trovato schiacciato fra gli ultranazionalisti turchi e quelli curdi».
E poi i curdi, dopo lo scoppio della bomba ad Ankara contro la loro manifestazione pacifica, hanno dovuto fermare i comizi.
«Immagini un partito che non possa fare campagna elettorale prima delle elezioni! Non gli è stata data possibilità di parlare ai canali tv. Dunque non è stata un’elezione giusta per loro. Questo mi intristisce molto. Ma sono anche arrabbiata con il Pkk, perché a causa della loro violenza e del sangue versato i democratici curdi hanno perso molto sostegno ».
Quanto ha giocato l’appoggio dato da Angela Merkel a Erdogan, con la sua visita la scorsa settimana a Istanbul per cercare un accordo sui migranti che dalla Siria si ammassano in Europa via Turchia?
«E’ stata una spinta al morale di Erdogan e del suo partito. Non c’è dubbio: ha aumentato la loro legittimità. La Ue non ha reso pubblico il suo rapporto sulla Turchia prima delle elezioni, e non è un segreto che quel dossier sia critico con il governo. Allora, tutto questo appoggio silenzioso ha contribuito al rafforzamento del partito al potere. Ovviamente, la crisi dei profughi è internazionale e i Paesi devono collaborare per risolverla. Ma al tempo stesso la democrazia deve essere una priorità. Non meno importante della stabilità».

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