Erdogan vince la sfida alle urne In piazza la rabbia dei curdi

Maggioranza assoluta all’Akp, ma non può cambiare la Costituzione. Esplode un’auto: feriti

Elisabetta Rosaspina, Corriere della Sera redazione • 2/11/2015 • Copertina, Internazionale • 546 Viste

ISTANBUL Nessuno l’aveva previsto ma, alla fine, la Turchia ha scelto il quieto vivere. Passata la cotta estiva per Selahattin Demirtas, il carismatico avvocato curdo leader dell’Hdp, il partito dei Popoli, l’elettorato è rientrato, più o meno, nei ranghi. Tornano a casa tre milioni di figlioli prodighi dell’Akp, il partito della Giustizia e dello sviluppo fondato dall’attuale presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, nel 2001. Con circa il 50% dei voti, l’Akp non soltanto recupera quel 9% smarrito alla consultazione del 7 giugno, ma anche, e soprattutto, la maggioranza assoluta in Parlamento con 316 seggi, 40 in più di quanti gliene occorrono per un governo monocolore, retto dal vincitore ufficiale di queste elezioni: il primo ministro Ahmet Davutoglu. Non avrà bisogno di nessuno, né dei nazionalisti conservatori dell’Mhp, che perdono quasi metà dei loro deputati (da 80 a 41), né dei repubblicani del Chp, praticamente invariati con il 25% delle preferenze, e tantomeno dei guastafeste dell’Hdp, ridimensionati alla percentuale minima indispensabile per superare lo sbarramento del 10%.
Ma neanche stavolta la Turchia ha concesso a Erdogan la forza sufficiente per cambiare la Costituzione, come si era apertamente augurato prima del 7 giugno, e trasformare la Repubblica parlamentare in una Repubblica presidenziale: avrebbe avuto bisogno di 330 deputati per indire un referendum (dall’esito incerto) sulla metamorfosi, e di 367 parlamentari favorevoli su 550 per metterla in pratica senza il parere del popolo. Rispetto al risultato elettorale ottenuto cinque mesi fa e alla prospettiva di dover formare una coalizione con altri partiti, era difficile per il presidente attendersi stavolta un esito migliore. Riconvocando le elezioni, ha vinto la sua scommessa. Provati dalle stragi del 20 luglio a Suruc (più di 30 morti) e del 10 ottobre ad Ankara (102), e dalla ripresa delle ostilità tra esercito e Pkk ai confini orientali, i turchi hanno votato per la sicurezza. «Hanno capito che non sarebbe stato Demirtas a restituire loro la pace — aggiunge un funzionario dell’ufficio del primo ministro —. Anche i curdi tradizionalisti hanno preferito stavolta l’Akp».
Torna il monocolore, torna la stabilità che, come aveva avvertito Erdogan, è garantita quando c’è un solo partito al comando. Il suo. «Sia lodato il Signore» è stato il primo tweet del premier Davutoglu. Il primo ministro, che ha atteso il risultato a Konya, sua città natale, ha fatto appello all’unità e alla fratellanza. Ma negli stessi momenti, a Diyarbakir, la principale città curda nel sudest del Paese, venivano domate con idranti e gas lacrimogeni le proteste scoppiate appena è stato chiaro il trionfo dell’Akp. E un’auto è esplosa a Nusaybin, nella provincia di Mardin, causando numerosi feriti, anche se ieri sera non era chiaro se si trattava di incidente o attentato. La stabilità ha il suo prezzo.
Elisabetta Rosaspina

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