Giu­bi­leo, grande evento a carte coperte

Roma. Il grande business dell’Anno santo

Paolo Berdini, il manifesto redazione • 1/11/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina • 1006 Viste

Il giu­bi­leo della mise­ri­cor­dia deve diven­tare come l’Expo. Così si è espresso il governo nomi­nando il pre­fetto di Milano quale com­mis­sa­rio del comune di Roma. E nel vuoto della poli­tica tutti fin­gono di cre­dere che l’evento Expo sia stato un grande successo.

La stessa mano­vra finan­zia­ria è stata pre­sen­tata in un fasci­colo che ha in coper­tina la foto del padi­glione Ita­lia. Rea­liz­zare in otto lun­ghi anni – la vicenda Expo parte infatti nel 2007 — un mode­sto edi­fi­cio e il tri­ste «albero della vita» viene gabel­lato come uno stre­pi­toso successo.

Del resto, del fal­li­mento reale nes­suno parla. I mag­giori gior­nali ripe­tono la gia­cu­la­to­ria del trionfo del genio ita­lico, ma è evi­dente che tutto ciò serve solo a nascon­dere i veri motivi della pre­fe­renza verso gli eventi straor­di­nari. Essi per­met­tono infatti di spen­dere senza alcun con­trollo un fiume di soldi pubblici.

Per rea­liz­zare Expo sono stati spesi 14 miliardi di euro e nes­suna per­sona di buon senso può negare che se ci fosse stato una poli­tica verso i distretti agro indu­striali che pro­du­cono le tante eccel­lenze del nostro cibo uti­liz­zate per dare sostanza allo slo­gan di «nutrire il pia­neta» e verso i pae­saggi mera­vi­gliosi che for­mano la cor­nice di quei pro­dotti ci sarebbe stato un effetto molto più dura­turo su quel com­parto pro­dut­tivo così impor­tante per il futuro dell’Italia e di tanti gio­vani. E invece nulla, quel fiume miliar­da­rio non doveva andare verso il paese reale ma verso i soliti noti.

Per una poli­tica priva di pro­spet­tive meglio dun­que affi­darsi ai pre­fetti. A Roma prima di azze­rare con una con­giura di palazzo un sin­daco certo inca­pace di gover­nare, i poteri sulle opere del Giu­bi­leo erano stati già affi­dati al pre­fetto Gabrielli. Ora verrà affian­cato da un com­mis­sa­rio prefettizio.

La vicenda di Roma sta a dimo­strare che è pro­prio il con­trollo della spesa pub­blica al di fuori delle fasti­diose pro­ce­dure ordi­na­rie rap­pre­sen­tate dai sin­daci e di con­si­gli comu­nali , e cioè dalla demo­cra­zia, a rap­pre­sen­tare il vero obiet­tivo del colpo di mano con­tro Marino. Nelle scorse set­ti­mane per il giu­bi­leo c’erano sol­tanto 50 milioni di euro, una offen­siva mise­ria, soprat­tutto se con­fron­tata con la gene­ro­sità dimo­strata nel caso milanese.

Ieri, a pochi minuti dalla caduta di Marino sono stati tro­vati 500 milioni di euro e sta­volta la somma è enorme per­ché manca solo un mese all’inizio dell’evento. Si spen­de­ranno soldi per costruire ad esem­pio il sagrato di una chiesa di estrema peri­fe­ria che con il giu­bi­leo non ha molto a che fare.

Insomma resta con­fer­mato che i soldi ci sono per forag­giare le fame­li­che lobby che ingras­sano sulla spesa pub­blica impro­dut­tiva ma se si tratta di for­nirli al sistema demo­cra­tico rap­pre­sen­tato dai sin­daco e dai con­si­gli comu­nali, si torna a vestire i panni del severo Quin­tino Sella.

Due nota­zioni di merito fanno com­pren­dere ancora meglio di quale cini­smo si arri­vato il prin­ci­pale par­tito di governo. Ad affian­care Marino erano stati indi­cati due ren­ziani di ferro Causi ed Espo­sito. Il primo durante il periodo del sin­daco Vel­troni accese ben 6 miliardi di titoli deri­vati che pesano come un maci­gno sul futuro della città. Il secondo ha affer­mato che i tra­sporti della capi­tale sono da terzo mondo per­ché i diri­genti non ubbi­di­scono ai lumi­nosi oriz­zonti della poli­tica. La realtà è oppo­sta. Da venti anni è stata la poli­tica a nomi­nare a capo di fon­da­men­tali fun­zioni per­sone prive di com­pe­tenze e di etica ma legate alla politica.

Così, invece di rimet­tere ordine in que­sto tra­gico tra­collo della poli­tica, Renzi pro­pone una comoda via di fuga: grandi eventi e com­mis­sari straor­di­nari. Insomma, i respon­sa­bili del fal­li­mento di que­sto ven­ten­nio pur di non ammet­tere i pro­pri errori e di cam­biare strada si affi­dano ai pre­fetti. La demo­cra­zia può attendere.

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