Gli schiavi delle campagne pugliesi per 15 euro al giorno

Agricoltura. Stranieri, senza casa e senza diritti. Rapporto Choc della Cgil sul caporalato: irregolare il 50% delle aziende

Gianmario Leone, il manifesto redazione • 12/11/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 629 Viste

Una terra di nessuno popolata da decine di migliaia di schiavi del nuovo millennio. Una zona grigia fatta di uomini e donne, che ogni notte all’alba sale su pullman e furgoni per andare a «lavorare» nelle campagne pugliesi per pochi euro, per garantire che la filiera agroalimentare italiana non subisca intoppi e proceda senza soluzione di continuità. Un mondo dove i diritti non sono stati sospesi: semplicemente non esistono. E dove la maggioranza, tra aziende agricole, proprietari terrieri, agenzie interinali e caporali bypassa le regole previste dalle leggi vigenti. È questo il quadro a tinte più che fosche che emerge dalle 300 pagine del terzo report «Agricoltura e lavoro migrante in Puglia» redatto dalla federazione della Flai Cgil pugliese presentato ieri a Bari alla presenza del segretario generale Susanna Camusso.

I dati nudi e crudi parlano da soli. Su 1.818 ispezioni effettuate nelle imprese agricole pugliesi dal ministero del Lavoro nel 2014, «925 (circa il 50%) si sono concluse con irregolarità». Una media impressionante di irregolarità che a cascata ricadono sulle spalle dei braccianti agricoli. Che oramai sono sempre più stranieri: i famosi migranti stagionali, che si ritrovano a seconda delle stagioni nelle campagne italiane. In Puglia «il numero totale di operai a tempo determinato (Otd) dal 2013 al 2014 è passato da 180.748 a 181.273, registrando un aumento di 525 unità (+0,3%)». La componente straniera «è passata da 39.599 a 40.707 unità mentre quella italiana è diminuita di 583 unità: il peso degli stranieri sul totale è passato dal 21,9% del 2013, al 22,5% del 2014, con la «componente extracomunitaria che prende sempre più piede passando dal 33,9% del totale al 34,7%».
Irregolarità diffusa dunque. Che significa guadagni in nero per le aziende agricole e salari da fame per i braccianti. Milioni di euro che confluiscono nelle casse di imprese che operano nella totale illegalità con la connivenza e la compiacenza dei più. «La quantità di denaro che gira nel perverso sistema del caporalato, nel solo periodo della raccolta del pomodoro, va dai 21 ai 30 milioni di euro», è scritto nel rapporto. Un fenomeno da sempre vigente nelle campagne pugliesi, ma che negli ultimi anni è andato sempre più incancrenendosi, sino a raggiungere soglie di brutalità e di violenza cancellando in un sol colpo i più basilari diritti umani.

I lavoratori alle dipendenze del caporale sono «quasi sempre migranti irregolari, che vivono nei 55 ghetti pugliesi (40 quelli più numerosi dove vi sono oltre 100 “ospiti”), definiti schiavi, ognuno dei quali guadagna 400–500 euro in 2 mesi di lavoro». Secondo il rapporto «il caporale specula da ogni schiavo da 1 a 2 euro a cassone e 5 euro a viaggio per accompagnarlo al lavoro». Inoltre «gestiscono le abitazioni, si fanno pagare il fitto (circa 200 euro mese a testa). Speculano sul panino che forniscono con altri 2–3 euro di rincaro medio a pezzo, senza considerare quella sulla ricarica elettrica del cellulare (circa 3 euro a ricarica)». Cifre conosciute da tutti che però continuano a fare orrore. Un sistema ben collaudato e strutturato ha sottolineato il sociologo Leo Palmisano, curatore del report.
I ghetti, veri e propri villaggi di fortuna autocostruiti, quasi sempre senza servizi fondamentali come acqua potabile o energia elettrica, sono il simbolo di questo scempio. «Impossibile per un bracciante che guadagna 15–20 euro al giorno prendere una casa in affitto», si legge nel report. E non «basta la denuncia, perché il sistema non entra in crisi e pare invisibile agli occhi delle amministrazioni locali». Ghetti ideati perché «vi è l’interesse del sistema produttivo agricolo a stipare manodopera ricattabile in grandi quantità in pochi luoghi, lontani dagli occhi delle comunità e indifferenti anche alle forze dell’ordine».

Il ghetto dunque specchio dell’incapacità nazionale, regionale, municipale, datoriale, di costruire una rete di risposte alle esigenze di vita dei braccianti, un’assenza di welfare che logora le persone. Una manodopera, denunciano i rapporti di Emergency e Medici per i Diritti Umani, «che presenta sempre più diverse patologie muscolari e articolari». Per il segretario della Flai Cgil Puglia, Giuseppe De Leonardis, «si preferisce più stare attenti all’immagine e non vedere le irregolarità perchè salvaguardare il prodotto è essenziale». Invece «occorrerebbe vedere i 50mila lavoratori a nero in Puglia. Anche le morti», ha aggiunto riferendosi ai braccianti deceduti la scorsa estate in Puglia, «non hanno avuto cittadinanza nel dibattito regionale», mentre «le imprese agricole pugliesi non hanno avuto neppure una ispezione da quando esiste in Puglia la legge sugli indici di congruità, in base al rispetto della quale vengono erogati contributi pubblici». Infine, la Camusso ha puntato il mirino sulle agenzie interinali: «Se facessimo un pò di pulizia delle aziende interinali, in assoluto, credo che faremmo uno straordinario favore al mercato del lavoro».

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