I figli perduti della colonizzazione

I figli perduti della colonizzazione

PARIGI. Parigi ha subito, per la prima volta, un attacco suicida. Come siamo arrivati a questo? Holande parla di nemici dell’estero aiutati da complicità interne. Come si è costruito questo legame? Si tratta di un legame tra crisi sociale in Francia e crisi internazionale in Medio Oriente? Rivolgiamo queste domande a Dominique Vidal, giornalista e storico, che ha lavorato a lungo a Le Monde Diplomatique, specialista del Medioriente (di recente ha curato Palestine: le jeu des puissants, Sinbad Actes Sud).

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«Il massacro del 13 novembre non ha precedenti nella nostra storia contemporanea. Tre elementi caratterizzano questa escalation. Prima di tutto, il bilancio umano degli attentati, che non è mai stato così elevato: 128 morti, senza contare i feriti che sono in pericolo di vita. In seguito, il fatto che i bersagli non siano stati scelti, come nel caso della redazione di Charlie Hebdo o i clienti dell’HyperCasher della porte de Vincennes, ma presi a caso; e la presenza tra i terroristi di sette kamikaze, che si sono fatti esplodere in mezzo alle loro vittime. Tutto ciò mostra che l’operazione è orchestrata dall’Organizzazione dello Stato islamico, che l’ha del resto rivendicata. Ma, come nel gennaio 2015, Daech ha senza dubbio potuto contare sulla complicità di giovani islamisti».La Francia è in guerra, gli interventi in Africa, in Iraq e adesso in Siria stanno tracimando da noi?

È evidentemente la principale chiave di analisi di questo fenomeno. Per decenni, le guerre fatte dall’Occidente nel terzo mondo non hanno avuto effetti diretti al nord. Quest’epoca è finita: le operazioni realizzate dai nostri paesi, o quelle a cui prendono parte, «tracimano» come dice lei, da noi. Il giornalista François Hénin, che è stato per vari mesi ostaggio in Siria, questa notte ha inviato questo interessante tweet: «ciò che succede non è né nuovo né raro. La sola rarità è che succede sotto le nostre finestre e non in un paese lontano».

Le reazioni sono: continueremo la guerra, vinceremo. Questo attacco renderà ancora più determinato l’intervento?

Questo è assurdo. Visto che queste «nuove guerre» sono già il prodotto di «vecchie guerre». La base di Daech in Iraq sono i sunniti. Questi in effetti hanno perso tutto in seguito all’intervento degli Stati Uniti a partire dal 2003. Non solo l’occupante ha dissolto il partito Baas e l’esercito, ma ha anche portato al potere una coalizione sciita settaria, che ha messo la mano su tutte le istituzioni, escludendo le altre comunità.

Anche in Siria i sunniti sono esclusi dal potere, ma qui questo succede da decenni: gli alauiti, anche se ultra-minoritari, monopolizzano lo stato. E il regime ha opposto alla rivoluzione pacifica del 2011 una repressione sanguinosa, che ha spinto una parte dei ribelli nelle braccia di Daech. L’esercito di Bachar Al-Assad combatte del resto molto di più gli oppositori moderati che gli jihadisti. Come del resto hanno fatto i russi, dopo l’inizio del loro intervento. Potremmo dire la stessa cosa dello Yemen, della Libia, e evidentemente della Palestina.

In Medioriente le alleanze cambieranno? Assad accusa l’Occidente e la Francia di aver favorito il terrorismo.

Secondo me, ciò che è soprattutto cambiato è l’accordo del 14 luglio sul nucleare iraniano, che permette di reintrodurre Teheran nel gioco regionale e internazionale. Lo prova l’invito a partecipare ai nuovi negoziati sulla Siria. Invece di aggiungere guerra alla guerra, diventa – forse – possibile cercare una soluzione pacifica. Contro Daech, cosa è più efficace, le coalizioni militari oppure delle riforme politiche che permettano di integrare nel governo, a Damasco come a Bagdad, l’insieme delle comunità rappresentative?

Possiamo temere una deriva di divisione della società francese, ancora più forte di quello che succede adesso? Il «musulmano» diventerà sempre più sospetto e, come reazione, si favorirà la radicalizzazione islamista?

Ecco in effetti il circolo vizioso nel quale affonda la nostra società. L’islamofobia crescente alimenta la radicalizzazione islamista e questa radicalizzazione alimenta l’islamofobia. Ma la dimensione religiosa del problema non deve farci perdere di vista lo sfondo sociale. Certo, una parte considerevole dei «figli della colonizzazione» ha trovato, con difficoltà, la via dell’integrazione. Ma le nostre banlieue concentrano ancora centinaia e centinaia di migliaia di giovani ghettizzati, discriminati, umiliati, che possono essere sensibili al discorso jihadista.

Quale sarebbe una risposta intelligente?

La destra – dal Front national a Manuel Valls, passando per i Repubblicani di Sarkozy – ha una sola posizione: la fermezza. Ma questa non basta. Bisognerebbe soprattutto che la Repubblica, conformemente ai propri principi, accordi gli stessi diritti a tutti i suoi figli. Rinnovare le banlieues, collegarle al resto, mettere fine alle ineguaglianze, ecco il miglior modo per tagliare l’erba sotto i piedi al terrorismo.



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