Il governo silura la riforma delle pensioni di Boeri (Inps)

Il conflitto tra il governo e il presidente dell’Inps Tito Boeri che ha presentato una proposta organica sulle pensioni: «Non per cassa, ma per equità»

Roberto Ciccarelli, il manifesto redazione • 6/11/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 888 Viste

Welfare. Il conflitto tra il governo e il presidente dell’Inps Tito Boeri che ha presentato una proposta organica sulle pensioni: «Non per cassa, ma per equità». Palazzo Chigi: «L’uscita del piano era concordata». Ma il ministero del lavoro smentisce. Il tema più discusso è finanziare il reddito minimo per gli over 55 che perdono il lavoro con tagli a 230 mila «pensioni d’oro» e a 4 mila vitalizi dei politici sopra gli 80 mila euro

La prima pre­ci­sa­zione è arri­vata alle 17,36. Tra governo e Inps non c’è alcuno scon­tro sul piano «Non per cassa ma per equità» pre­sen­tato ieri dal pre­si­dente dell’Inps Tito Boeri. «L’uscita della pro­po­sta era con­cor­data con palazzo Chigi» hanno assi­cu­rato, sicure, fonti del governo. L’impressione imme­diata è che sia stata una scusa non richie­sta da parte di un ese­cu­tivo più imba­raz­zato che con­tento del pro­ta­go­ni­smo del pre­si­dente dell’Inps Boeri che si è con­cre­tiz­zato in una pro­po­sta orga­nica di 69 pagine e 16 arti­coli. Lo scon­tro nel governo è emerso da altre fonti pro­ve­nienti dal mini­stero del lavoro alle 20,23 in cui, tra l’altro, si afferma che il piano di Boeri sulle pen­sioni com­por­te­rebbe alti «costi sociali» che gra­ve­reb­bero sulle spalle di «milioni» di pensionati.

«Al momento si è deciso di rin­viare — con­ti­nuano le fonti — per­ché quel piano, oltre a misure utili come la fles­si­bi­lità in uscita, ne con­tiene altre che met­tono le mani nel por­ta­fo­glio a milioni di pen­sio­nati, con costi sociali non indif­fe­renti e non equi». Quindi il con­tra­rio di quanto afferma il bel titolo del docu­mento di Boeri. Tutto sem­bra essere riman­dato all’anno pros­simo, quando il governo pro­mette di «inter­ve­nire in modo orga­nico sul tema, ma senza effetti col­la­te­rali». Il mini­stro dell’Interno Alfano ha voluto dire la sua e ha tac­ciato Boeri di «dema­go­gia». Al ter­mine di una gior­nata cao­tica sul fronte delle pen­sioni ieri è sem­brato che Boeri abbia messo le mani avanti in un con­flitto in cui Palazzo Chigi rico­pre un ruolo non secondario.

L’intervento sulle pen­sioni pro­spet­tato dall’Inps con­tem­pla l’armonizzazione delle regole dei diri­genti sin­da­cali con quelle degli altri lavo­ra­tori pub­blici, l’istituzione del «soste­gno di inclu­sione attiva» (il Sia, un sus­si­dio di povertà) agli over 55 che hanno perso il lavoro da finan­ziare con il taglio in per­cen­tuale ai vita­lizi a 4 mila per­sone e alle cosid­dette «pen­sioni d’oro» di 250 mila per­sone, la fles­si­bi­lità in uscita dal lavoro, il rior­dino delle pre­sta­zioni assi­sten­ziali per gli over 65. Tra le nume­rose con­si­de­ra­zione c’è anche quella sullo sblocco del turn-over nella P.A.: l’uscita anti­ci­pata dal lavoro dovrebbe favo­rire l’entrata dei gio­vani in un’ottica anti-precariato. Pec­cato che nella legge di sta­bi­lità il governo voglia ripor­tare il blocco al 25%, men­tre i nuovi con­tratti «a tutele cre­scenti» del Jobs Act non per­met­tono di sosti­tuire i lavo­ra­tori dipen­denti in uscita con altri nuovi della stessa tipo­lo­gia: loro non avranno né l’articolo 18, né lo stesso contratto.

Il sot­to­se­gre­ta­rio all’Economia Enrico Zanetti ha messo in parole il disa­gio pro­vo­cato dal con­flitto in corso. Quello che non con­vince è il «metodo» di Boeri: «Negli ultimi 15 anni – ha detto Zanetti — si sono creati spesso momenti di con­fu­sione di ruolo tra Mini­stro delle Finanze e Diret­tore dell’Agenzia delle Entrate. Al di là della con­di­vi­sione di merito delle pro­po­ste di Boeri, non cre­diamo che sarebbe un passo avanti per la cre­di­bi­lità della poli­tica som­mare una sta­gione di ana­loga con­fu­sione di ruolo tra Mini­stro del Wel­fare e Pre­si­dente dell’Inps». Ecco il punto: le pro­po­ste con­cor­date tra l’Inps e Palazzo Chigi pestano i piedi a Poletti che avrebbe la com­pe­tenza su que­ste mate­rie. L’interlocuzione diretta tra Boeri e Renzi è tutta da dimo­strare, ma rien­trebbe nello stile del pre­si­dente del Con­si­glio, non nuovo a que­sto «metodo».

Ieri però Renzi ha dato segnali anche con­trari rispetto alle voci fug­gite da Palazzo Chigi. In un’anticipazione di un’intervista a Bruno Vespa, con­te­nuta in un suo libro in uscita, il pre­mier avrebbe detto esat­ta­mente il con­tra­rio di quanto soste­nuto dalle sue fonti: “Se metti le mani sulle pen­sioni di gente che prende 2 mila euro al mese, non è una mano­vra che dà sere­nità e fidu­cia — ha detto — Per carità, magari è pure giu­sto a livello teo­rico Non mi è sem­brato il momento: dob­biamo dare fidu­cia agli ita­liani». Lo stesso Boeri aveva cri­ti­cato il governo sul man­cato inse­ri­mento nella legge di sta­bi­lità di un inter­vento sulle uscite fles­si­bili e una gestione più sem­plice del turn over nella P.A.

«Le misure nella mano­vra non saranno suf­fi­cienti — ha detto Boeri — e daranno la spinta a misure par­ziali molto costose». «»Il governo non l’ha voluto fare la riforma per­ché teme un peg­gio­ra­mento dei conti che non può per­met­tersi. Ma avrebbe senso farlo e miglio­re­rebbe il pro­blema degli eso­dati – sostiene Felice Roberto Piz­zuti, esperto di pen­sioni e docente alla Sapienza di Roma — Nell’immediato potrebbe esserci un aumento della spesa e una ridu­zione delle entrate da coprire con una mag­giore fles­si­bi­lità». «Boeri non è il legi­sla­tore — afferma Ste­fano Fas­sina (Gruppo misto Camera) dovrebbe ricor­dare qual è il suo ruolo. Si fac­cia nomi­nare mini­stro del Lavoro e poi coe­ren­te­mente fac­cia le pro­po­ste che ritiene». La segre­ta­ria della Cisl Fur­lan è sec­cata: «Siamo stufi di annunci — ha detto — di ipo­tesi di opi­nio­ni­sti, mini­stri e del pre­si­dente dell’Inps, fac­ciamo le cose seria­mente, il Governo con­vo­chi le parti sociali».

La pro­po­sta di Boeri di abbat­tere del 50% la povertà fra chi ha più di 55 anni, senza lavoro e non ha ancora matu­rato i requi­siti per la pen­sione finan­ziando il red­dito minimo con le pen­sioni di 250 mila per­cet­tori di pen­sioni ele­vate e 4 mila per­cet­tori di vita­lizi per cari­che elet­tive è stata defi­nita da Nun­zia Catalfo (Movi­mento Cin­que Stelle) «una misura fram­men­ta­ria e par­ziale, un pal­lia­tivo per tute­lare sol­tanto una delle tante cate­go­rie sociali che, per colpa della crisi, sono sem­pre più povere». «La povertà in Ita­lia — pro­se­gue la sena­trice — coin­volge ben 2 milioni 759 mila fami­glie, com­po­ste non solo dagli over 55 ma anche da bam­bini, gio­vani». La solu­zione sarebbe il «red­dito minimo uni­ver­sale» che M5S defi­ni­sce «red­dito di cittadinanza».

Un’ipotesi respinta da tempo da Renzi, ma non esclusa da Boeri che mer­co­ledì scorso in un dibat­tito all’istituto sviz­zero di Roma ha ricor­dato il pro­blema dei pro­blemi: in Ita­lia non ci sono i soldi per finan­ziare que­sta misura. E non ci saranno fin­ché i governi e l’Inps non por­ranno il pro­blema poli­tico di una riforma gene­rale del Wel­fare in senso universalistico.

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