ilprincipenudo. I numeri della povertà in Italia e nel mondo

Due rapporti diversi fra loro, realizzati rispettivamente da Save the Children e dalla Cgil, fanno il punto sul fantasma sempre più diffuso della povertà anche minorile nel nostro paese e a livello globale

Angelo Zaccone Teodosi *, Key4biz redazione • 19/11/2015 • Studi, Rapporti & Statistiche • 1894 Viste

 Molte volte, su queste colonne, abbiamo infierito su ricerche vacue ed osservatori inutili: questa volta, nell’arco di due giorni, abbiamo potuto apprezzare come anche in Italia ci sia chi cerca di realizzare studi ed indagini approfonditi, accurati, appassionati.

Abbiamo partecipato, ieri nella sede nazionale della Cgil e questa mattina in Senato, alla presentazione di due ricerche, che – apparentemente – non hanno alcuna connessione diretta, ma che in verità l’hanno (lo spettro della povertà s’aggira ovunque), e che propongono letture critiche di due realtà, una “micro” ed una “macro”: la prima è una ricerca sulle condizioni delle “povertà minorili” in Italia ovvero delle tante deprivazioni e disagi di molti bimbi e ragazzi, la seconda è un rapporto sul “nuovo disordine mondiale”osservato nella sua globalità. Insomma, dalla “provincia” italica (un segmento della provincia) al cosmo intero (almeno quello abitato dagli umani).

È interessante proporre una lettura interpretativa anche della fenomenologia delle due kermesse di presentazione: come spesso abbiamo scritto su queste colonne, talvolta la“coreografia” delle iniziative è importante non meno della sostanza, anche perché indicativa del “dietro le quinte” e degli “universi” di riferimento.

La prima iniziativa, promossa dalla Cgil e curata da SocietàInFormazione, realizzata da un network di decine di associazioni della società civile e di attivismo socio-politico (ActionAid,Arci, Antigone, Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza – Cnca,Fondazione Basso – Sezione Internazionale, Forum Ambientalista, Gruppo Abele,Legambiente), presentata in una piccola sala, con una ventina di spettatori.

La seconda, promossa da Save the Children, presentata alla grande nella Sala Zuccari del Senato, con benedizione finanche del Presidente Pietro Grasso, affollata di oltre un centinaio di spettatori.

La prima (SocietàInFormazione/Cgil) con approccio ipercritico: organico, sistemico, planetario. La seconda (Save the Children) con approccio severo, accurato nella fotografia/radiografia, ma non particolarmente critico rispetto alle cause del disastro in atto, né particolarmente propositivo rispetto ai rimedi possibili.

La prima: duecento pagine con una veste grafica lussuosa, belle fotografie (firmate daRiccardo Venturi), carta patinata, ricco apparato di grafici in quadricromia (ben 62 mappe geolocalizzate). La seconda: quattrocento pagine su carta leggera (in anni passati, il rapporto ha superato le mille pagine), impostazione spoglia senza nessuna concessione all’infografica (anzi, molte pagine a caratteri veramente piccoli, ai limiti della leggibilità).

Dell’iniziativa di Save the Children, una ricaduta mediatica impressionante (decine e decine di dispacci di agenzia); di quella della Cgil, quasi un… silenzio stampa. Andremo ad analizzare le possibili cause.

Il quadro in Italia

Partiamo intanto dal “micro”, ovvero dalla provincia italica: la sesta edizione dell’“Atlante dell’infanzia (a rischio)”, quest’anno intitolato “Bambini senza. Origini e coordinate delle povertà minorili”, propone un interessante set di dati statistici interpretati in chiave sociologica. Il rapporto è curato da Giulio Cederna, Elena Scanu Ballona, Diletta Pistono.

La fotografia proposta è semplicemente sconfortante, per chi vorrebbe vedere nell’Italia un Paese moderno ed evoluto. Un florilegio: sono 1 milione e 45mila i bambini italiani che vivono in condizioni di “povertà assoluta”; l’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie italiane con almeno un minore è triplicata tra il 2005 e il 2014, passando dal 2,8 % all’8,5%, per un totale di appunto oltre 1 milione di bambini colpiti;  1 bambino su 20 non può contare su due paia di scarpe l’anno, e non riceve 1 pasto proteico al giorno; quasi 1 su 10 vive in famiglie che non possono permettersi di invitare a casa i suoi amici, festeggiare il suo compleanno, comprargli abiti nuovi, libri non scolastici, mandarlo in gita con la sua classe… E ancora: 1 su 6 non ha la possibilità di frequentare corsi extra-scolastici (musica, sport, eccetera), quasi 1 su 3 di trascorrere almeno una settimana di vacanza lontano da casa…

Circa 400mila bambini sono stati “spettatori” di violenza in casa (la cosiddetta “violenza assistita”). Sono oltre mezzo milione gli “under 18” (ovvero il 5,4 % della popolazione 0-17 anni) nati e cresciuti in uno dei 153 Comuni sciolti per mafia negli ultimi 17 anni, soprattutto al Sud ma anche al Centro e Nord Italia…

Nelle scuole italiane, solo il 32% delle classi della primaria garantisce il tempo pieno, un dato però che in Molise, Sicilia, Campania, Abruzzo e Puglia scende sotto il 20%… Sono poi oltre 500mila i giovani (15-29 anni), per la gran parte laureati, che negli anni hanno deciso di trasferirsi al Nord per trovare lavoro e condizioni di vita migliori.

I bambini, in Italia, sono…“senza”, sotto molti punti di vista: “figli di politiche minori”, dato che all’infanzia sono destinate soltanto “le briciole della spesa sociale”. L’Atlante evidenzia anche i diversi buchi della rete per la prima infanzia, “rimanda” il sistema italiano di istruzione: non investire adeguatamente nella scuola costerebbe infatti 1 punto di Pil l’anno.

Il rapporto sottolinea anche i troppi fondi europei persi, quasi un 30% e quantifica in 1 miliardo di euro i soldi persi a causa delle frodi. Ha sostenuto Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia: “Le mafie e i fenomeni corruttivi esercitano una violenza diretta e indiretta sui minori. Possono causarne la morte, ma anche bloccare il loro sano sviluppo, coinvolgendoli precocemente in attività criminose e allontanandoli dalla scuola. Distorcono le economie e il mercato del lavoro, rendendoli accessibili solo a chi accetta le logiche dell’illegalità. Sperperano i soldi pubblici anziché impiegarli in servizi sociali, spazi pubblici e scuole”.

Il Presidente Grasso ha lamentato: “Appare evidente come la povertà dei minori non sia solo materiale. Siamo di fronte anche ad un impoverimento, ad una ‘disconnessione culturale’: oltre alle note difficoltà di risorse per le scuole, quello che emerge è che nella quotidianità di molti giovani è assente un’attività sportiva condotta in maniera continuativa; molti di loro non hanno mai letto un libro nell’anno passato, visitato un museo o un’area archeologica, non hanno mai ascoltato un concerto o visto una rappresentazione teatrale”.

Da segnalare, a proposito di “disconnessione culturale”, che invece Linda Laura Sabbadini, Direttrice del Dipartimento delle Statistiche Sociali e Ambientali dell’Istat, ha proposto una lettura vagamente ottimista: se è vero che non vanno a teatro né leggono libri, buona parte dei ragazzi (considerando i “nativi digitali”), al Sud come al Nord, è “connessa” ad internet, e, secondo la dirigente dell’Istat, questo dato consente – almeno in prospettiva – un potenziale accesso alla conoscenza universale, che può contribuire al superamento delle barriere, delle discriminazioni, delle ineguaglianze. “Con dirigenti, imprenditori, liberi professionisti, anche impiegati, ci accorgiamo che la distanza nell’utilizzo di internet tra le varie classi sociali è molto grande, arriva addirittura quasi a trenta punti percentuali. Se noi andiamo invece ad analizzare i figli degli operai a confronto con i figli delle famiglie di estrazione sociale più alta, questa distanza appare molto più ridotta. Il digitale può abbattere le barriere sociali”, sostiene Sabbadini, aggiungendo che “noi siamo arrivati ad un utilizzo di internet tra i 14-17 anni che arriva al 90% dell’universo di riferimento. Tra gli 11-13 mi pare arrivi intorno all’80%, mentre nella fascia di età 6-10 anni siamo già al 40 % (se non l’abbiamo già superato, a seconda l’indicatore che consideriamo di frequenza)”.

Sarà proprio il “digitale” a salvarci dal disastro sociale in atto ed imminente?!

Il quadro globale

Passiamo ora al “macro”: il rapporto “Diritti Globali” è curato dall’Associazione SocietàIn Formazione, presieduta da Sergio Segio (ex terrorista di Prima Linea), pubblicato da Ediesse, giunto all’edizione n° 13, ogni anno trae le fila degli avvenimenti che si sono succeduti, osservati soprattutto dal punto di vista del “sociale” (lavoro, welfare, ambiente, beni comuni, emarginazione…).

Anche in questo caso, il dataset è deprimente: nell’Unione Europea, ci sono ben 123 milioni di persone a rischio povertà ed esclusione; all’inizio della crisi erano 116 milioni, vale a dire quasi 1 europeo su 4.

Alcuni Stati membri dell’Unione mostrano percentuali drammatiche: il 48% la Bulgaria, il 40% Romania, il 36 % la Grecia, il 34 % l’Ungheria, a fronte di percentuali tra il 15 e il 16% di Paesi come Svezia, Finlandia, Paesi Bassi e Repubblica Ceca. L’Italia registra il 25%, dato superiore alla media europea, per un totale di 17,3 milioni di persone. “A fronte di questo drammatico quadro – si legge nel Rapporto – nel quadriennio 2008-2012, l’Europa ha complessivamente disinvestito nel welfare, con un taglio sulla spesa sociale europea di circa 230 miliardi. Dal 2007, le Banche centrali di tutto il mondo hanno aumentato la quantità di moneta da 35mila a 59mila miliardi di dollari. Una liquidità che non è ‘sgocciolata’ sulle famiglie e sulle piccole imprese, a causa della “sciagurata politica dell’austerity, che ha creato ingiustizia sociale”.

Impressionante il dato secondo il quale 80 individui, ovvero 80 super-ricchi possiedono la stessa ricchezza del 50% più povero della popolazione mondiale. Segio evoca alcuni concetti espressi dal Pontefice: “è il denaro, la ricerca del massimo profitto, la filosofia della libertà assoluta e autoregolantesi del mercato, il motore che muove il mondo. E che lo sta precipitando nell’abisso. Tanto più che ad ammonire sui pericoli, non solo morali, di questa deriva è rimasto solo il Papa, che non ha esitato a denunciare che l’economia è portatrice di morte”.

Si legge ancora nel Rapporto: “il 2015 è stato l’anno dei nuovi muri, delle barriere di filo spinato erette nel cuore del continente europeo, a tentare di isolare il contagio dai dannati della terra (…). L’Europa del filo spinato e quella di Enavfor Med (la missione antiscafisti) dimostrano l’ottusità del non voler capire che non ci sono muri così alti da fermare chi sta fuggendo dalla morte e dalla fame”.

Segio ricorda come il 21 settembre il Parlamento ungherese abbia autorizzato i soldati all’uso delle armi per la difesa dei confini, “con un effetto contagio: l’Ungheria è divenuta la cartina di tornasole del fallimento o, perlomeno, del cambiamento in corso dell’Unione, scardinata e costretta a ripensarsi dalla spallata dell’esodo imponente proveniente dal Medio Oriente e dall’Africa”, a partire dai trattati di Schengen e Dublino.

Una Ue “incapace di una riflessione strategica all’altezza, lacerata dagli egoismi nazionali e dunque litigiosa nella definizione delle ‘quote’ di migranti da ridistribuire”. L’Unione per il momento ha partorito “l’ennesimo topolino”, con la nuova missione navale nel Mediterraneo, Eunavfor Med, per fermare gli scafisti.

“Grazie a Papa Francesco, si è cominciato a parlare di terza guerra mondiale. I fatti di Parigi sono solo l’ultima tappa di un conflitto permanente, scaturito dalle politiche diGeorge Bush. La destabilizzazione dell’Iraq ne è il presupposto… Dalle parole delPresidente Hollande, pare che si vada verso la fallimentare strategia della ritorsione”.

Don Luigi Ciotti, in nome del Gruppo Abele, una delle associazioni co-autrici del rapporto, ha sostenuto che “i dati su povertà e disuguaglianza pesano sulla coscienza di tutti, e c’è un obbligo morale a cambiare la storia, non più a subirla, e dobbiamo farlo unendo le nostre forze”.

Secondo l’edizione 2015 del rapporto, “sulle politiche di contrasto alla povertà, il Governo Renzi si è allineato, in negativo, con quelli precedenti. Vale a dire che, semplicemente ignora il problema”.

Si segnala che sia Diritti Globali sia Save the Children offrono alla collettività due siti web (https://www.dirittiglobali.it e http://atlante.savethechildren.it) che consentono di acquisire parte delle informazioni e delle analisi proposte nelle versioni su carta dei due rapporti (quello di Ediesse è comunque in libreria a 17 euro, quello di Save the Children può essere richiesto gratuitamente all’onlus stessa, ma è comunque scaricabile completamente in formato .pdf dal sito).

In conclusione, si rinnova il quesito: perché il rapporto di Save the Children registra così tanta attenzione mediatica, mentre quello promosso dalla Cgil così poca?!

Deficit della macchina comunicazionale della seconda, e forza dell’ufficio stampa della prima?!

Potere strutturale (ed economico) della prima, a fronte della debolezza della seconda (l’associazione SocietàInFormazione, non certo la Cgil, che può comunque vantare nel bilancio 2014 risorse per 24 milioni di euro)?! L’Associazione SocietàInFormazione non pubblica sul proprio sito web il bilancio, mentre impressionano le dimensioni di quello di Save the Children, che nel 2014 ha raccolto ben 67,6 milioni di euro di fondi (di cui meno del 10% provengono da enti ed istituzioni, tra i quali spiccano i 2,5 milioni dalla Commissione Europea ed 1 milione dal Ministero Affari Esteri), e può vantare 332mila donatori, mille volontari, e ben 210 persone in staff. Le spese in comunicazione hanno assorbito oltre 700mila euro nel 2014.

O forse, ancora, l’appassionato curatore del rapporto “Diritti Globali” viene ancora percepito come un… “ex-terrorista”, e, in quanto tale, meglio… la “damnatio memoriae”?!

Ci limitiamo a ricordare che Segio, pluriomicida condannato all’ergastolo, ha comunque scontato 22 anni di carcere, e che – almeno per la legge terrena – ha saldato il suo conto con la giustizia. Quale che sia l’eredità storica del suo terribile passato, da molti anni la sua attività di studioso, ricercatore ed organizzatore culturale è oggettivamente commendevole. E ciò, da cittadini, ci deve bastare.

Riteniamo che la risposta vada in verità cercata altrove: il rapporto di Save the Children fotografa una situazione grave anzi gravissima, ma non teorizza la necessità di scardinare dalle fondamenta l’assetto del sistema; il rapporto di SocietàInFormazione/Cgil propone una lettura critica molto ma molto radicale, che inevitabilmente pone quesiti pesanti sul senso stesso del sistema di sviluppo neocapitalistico. Per alcuni aspetti, Save the Children critica la… “superficie”, mentre SocietàInFormazione/Cgil affronta la… “profondità”.

Quale che sia la lettura e la soluzione (radicale o riformista), entrambe le ricerche forniscono preziosi squarci di realtà, che vanno bene per l’informazione spesso banale e banalizzata dei media “mainstream”: una realtà che dovrebbe preoccupare seriamente tutti “politici di professione” (a livello micro ed a livello macro), e certamente stimolare la coscienza di ognuno di noi.

Nel mentre, il Governo Renzi sembra ignorare la decisione assunta dal Parlamento italiano di dimezzare i costi (la mozione Scanu, Pd, promossa dalla maggioranza e da Forza Italia, del 23 settembre 2014), e conferma la spesa di 13 miliardi di euro per 90 cacciabombardieri F35. In base ai testi approvati, il Governo risulta (risultava?!) impegnato“a riesaminare l’intero programma F35 per chiarirne criticità e costi, con l’obiettivo finale di dimezzare il budget finanziario originariamente previsto”. Parole scritte sulla sabbia. Da non crederci. A proposito di… “superficie” e di “profondità” dell’agire politico.

  • Presidente Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult

 

  • Clicca qui, per fruire della registrazione audio della presentazione del 13° Rapporto “Diritti Globali”, “Il nuovo disordine mondiale”, curata da Articolo 1, quotidiano online/onair della Cgil
  • Clicca qui, per fruire della registrazione audio della presentazione del 6° “Atlante dell’infanzia (a rischio)”, curata da Radio Radicale

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